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L’Ordine dei Frati Predicatori (o Ordine Domenicano) e l’Inquisizione

Indice

Premessa

San Domenico di Guzman

Verso l’istituzione della Santa Inquisizione

L’inizio della caccia all’eresia in Italia: Dolciniani e Catari

Fonti bibliografiche

      Siti internet

      Libri e saggi

      Manoscritti e miniature

 

Premessa

L’Ordine religioso mendicante dei Frati predicatori (Ordo praedicatorum) è un ordine monastico, meglio anche noto semplicemente come Ordine Domenicano, nato agli inizi del XIII secolo ad opera di Domenico di Guzmàn, da cui l’ordine prese anche il nome. L’Ordine è meglio noto al pubblico per via del fatto che nel corso della storia alcuni dei membri più in vista furono anche tra i più efferati inquisitori della storia della Chiesa e della stessa Inquisizione. È vero che la storia dell’Ordine Domenicano e quella della Santa Inquisizione s’intrecciano, ma deve essere ben chiaro che non sono la medesima cosa. Nel corso del tempo la gente ha finito per guardare all’Inquisizione, specialmente negli ultimi tempi, come a una macchina di morte che non guardava in faccia niente e nessuno e che non si faceva scrupolo di usare mezzi di tortura per estorcere confessioni agli imputati, magari anche quando erano innocenti. L’Inquisizione è vista spesso come un’organizzazione nella quale gli inquirenti cercavano un colpevole e non il colpevole e infine, è spesso vista come una sorta di setta nera della Chiesa che faceva pulizia etnica, discriminazione sessuale contro le donne e i diversi e chiunque non andasse a genio al personaggio di spicco del momento. Pietro Tamburini [1], importante teologo italiano, sul finire del XVIII secolo scrisse un’opera di discernimento sulla storia dell’Inquisizione della Chiesa al fine di «distinguere il falso dalla verità» poiché era ormai necessario «portare accurato esame su quanto è accaduto nella Chiesa, sia per libidine d’impero dei pontefici, sia per egoismo fanatico di frati e sacerdoti, sia per ignoranza superstiziosa» e aggiunge che «dobbiamo purtroppo arrossire per coloro che insanguinarono gli altari, che, fatti ribelli alla voce del Redentore, lasciarono infamata la religione colle violenze» [2] L’opera, che fu pubblicata postuma, non esenta la Chiesa e l’organo dell’Inquisizione anche da dure osservazioni, obiettive però, che evidenziano gli aspetti negativi della lotta all’eresia e alla conservazione della dottrina cristiana cattolica.

Nella premessa dell’opera Tamburini tiene molto a precisare che «lo stabilimento della Santa Inquisizione [3] e le pene con le quali puniva gli eretici ed i sospetti di esserlo, sono contrarie allo spirito di tolleranza, di dolcezza, di carità dal suo divino fondatore impresso alla nostra santa religione, non mancando purtroppo persone di buona fede od idiote [4] le quali sogliono riguardare l’inquisizione come antemurale della religione Cattolica». Aggiunge l’autore che «non è in verun modo credibile che Dio produca nelle idee tale cambiamento e che i mezzi adottati dai papi e dai loro seguaci per sostenere la fede sono in contraddizione colla dottrina e con la condotta tenuta da Gesù Cristo, dagli apostoli e dai padri della primitiva Chiesa» [5] L’opera richiama a tantissimi riferimenti sia delle Sacre Scritture, in particolar modo ai Vangeli, sia dell’agiografia dei Santi di cui il fondatore dell’Ordine Domenicano fa parte. Domenico di Guzmàn, infatti, è erroneamente a volte associato anche con la fondazione dell’organo dell’Inquisizione, con il quale in realtà non ebbe nulla a che vedere. Domenico di Guzmàn non fu un Inquisitore, sebbene non manchino leggende nere diffamatorie che lo avrebbero addirittura ritratto intento in torture e roghi di Catari [6]. Come tiene a precisare il Tamburini, il fondatore dell’Ordine Domenicano ebbe tutt’altro atteggiamento, coerente con gli insegnamenti di Cristo e contrario invece a quello assunto da tanti ecclesiastici appartenuti all’Ordine e che lavorarono come Inquisitori. Dai Santi Apostoli ai primissimi Santi della Chiesa fino a San Domenico di Guzmàn, Tamburini cita tutti gli esempi di cui Domenico fu esempio concreto poiché già prima della sua venuta e della sua attività anti-eresia, la Chiesa aveva usato il braccio pesante contro l’eresia e chi aveva differenti credenze religiose. Domenico di Guzmàn nacque nel 1170 da Felice di Guzmán e di Giovanna d'Aza, di famiglia agiata, anche se non esistono testimonianze certe in proposito [7].

 

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San Domenico di Guzman

 

Figura 1 – Visione della madre di San Domenico. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum noto meglio anche come Bréviaire de Belleville (Vol. II) [8]. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 270v [9]

 

Inizialmente fu educato in famiglia, dallo zio materno, l'arciprete Gumiel de Izan, fu poi inviato, all'età di quattordici anni, a Palencia, dove frequentò corsi regolari di arti liberali e teologia, per dieci anni. Qui venne a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia. durante una di tali carestie, forse intorno al 1191, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un'epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dare da mangiare ai poveri, affermando: "Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?"

 

Figura 2 – San Domenico di Guzman, ritratto nell’affresco quattrocentesco del Beato Angelico [10]. Il Santo viene rappresentato nella scena del Cristo deriso, uno degli affreschi che decorano il convento di San Marco a Firenze.

 

Terminati gli studi, all'età di 24 anni, seguì la sua vocazione ed entrò tra i canonici regolari della cattedrale di Osma, il cui abito era ed è tutt’oggi quasi in tutto identico a quello dell’Ordine Domenicano [11]. Qui venne consacrato sacerdote dal vescovo Martino di Bazan, che stava riformando il capitolo secondo la regola agostiniana, con l'aiuto di Diego Acevedo. Diego fu eletto vescovo nel 1201, e nominò Domenico sottopriore. Da questo momento in poi, fino al 1211 almeno le notizie su Domenico sono incerte circa il suo incontro con i Catari. La maggior parte delle fonti attesta che l’incontro avvenne durante un viaggio diplomatico dalla Spagna alla Danimarca, il che prevedeva all’epoca l’obbligatorio attraversamento dei Pirenei e della Francia meridionale dove dilagava quasi fosse una peste l’eresia catara e albigese, che come si è detto, differivano per poco e avevano la stessa origine. Tamburini nella sua opera non usa mezzi termini per descrivere la drammatica situazione in cui Domenico si trovò immerso suo malgrado: da una parte gli eretici sempre più potenti e arroganti contro la Chiesa, la Chiesa sempre più debole e impotente come dice l’autore «per la negligenza dei prelati e per la vita poco edificante del clero» e infine v’era la nobiltà in parte convertita al Catarismo e in parte ansiosa di fare la mossa per arricchirsi a discapito delle parti in lotta [12]. Intanto da parte della Chiesa non erano comunque mancati, ma pur sempre deboli, tentativi di fronteggiare codesta “invasione” di eretici, rivelatisi in fin inutili tanto da condurre in breve ad una crociata in nome di Cristo per la lotta all’eresia [13]. Il contatto con i Catari e il dilagare della loro eresia, l’ipocrisia con cui essi vivevano [14] diedero a Domenico l’idea per contrastare l’eresia. Le fonti non sempre concordano tra loro su questo punto: alcune sostengono che le prime fasi dell’attività di apostolato di Domenico furono svolte insieme a Diego, ma altre riferiscono invece che i due non fossero insieme e che dopo la morte del primo, Domenico sarebbe rimasto in Linguadoca come missionario.

 

Figura 3 – Predicazione di San Domenico. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 271r [15]

 

Certo è che Domenico rimase molti anni in Linguadoca come missionario, predicando il Vangelo e tentando di convertire sia i pagani (laddove le tradizioni tribali precristiane erano sopravvissute) sia i Catari o Albigesi che, come si è visto nel paragrafo dedicato al Catarismo, oltre a predicare eresie e fare seguaci, si dilettavano nel provocare in dispute pubbliche i cattolici e i rivali di altre religioni. Domenico era contrario all’uso della forza e la sua attività di apostolato era incentrata su dibattiti pubblici nei quali rispondeva colpo su colpo alle provocazioni dei Catari; in colloqui personali, trattative, predicazione, preghiera e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folchetto di Marsiglia [16], che lo nominò predicatore della sua diocesi. Domenico ebbe modo così di studiare anche i costumi Catari e la mentalità di questi eretici il cui vero peccato e la cui vera eresia non fu sollecitare una Chiesa povera per i poveri come aveva fatto il movimento francescano [17], ma furono la superbia e l’ignoranza che li portarono a sostenere l’assurdo e l’inconcepibile mentre si comportavano, stando al Tamburini, nell’esatto opposto. Domenico, va ricordato, era un missionario e si deve dunque presumere che il suo modo di vestire e vivere fosse molto semplice [18], era dedito ad aiutare i poveri e i bisognosi e la vicinanza con l’eresia e l’ipocrisia dei Catari dovette convincerlo che il solo modo per contrastare gli eretici era batterli sul loro stesso terreno e usando le loro stesse “tattiche”, facendo venire in luce l’incoerenza del loro modo di vivere. Inasprì ulteriormente il proprio modo di vivere, per quei tempi critico anche per la sopravvivenza, e sembra che fosse riuscito a riportare in seno al cattolicesimo alcuni eretici, specialmente donne; istituendo successivamente una comunità femminile che accoglieva ex adepte che avevano abbandonato la setta dei Catari. Da questa comunità derivò una specie di Ordine femminile di domenicane [19]. A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma questi resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare con l'esempio la fede cattolica tra i Càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini idonei e motivati che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile ed organizzato di predicatori. L’Ordine ancora non era nato seppure a Domenico l’idea di fondarne uno fosse venuta, occorreva inoltre all’approvazione ecclesiastica, una regola scritta, una certa organizzazione. L’attività di Domenico portò a dei risultati negli anni che rimase nel sud della Francia, ma sfortunatamente per lui non furono sufficienti a fermare la serie di eventi che portarono alla Crociata contro gli Albigesi e quindi alle guerre ed ai morti che seguirono.

 

Figura 4 – Scena di battaglia durante la Crociata contro gli Albigesi. L’immagine è tratta dal manoscritto di Guillaume de Tudèle [20], prima parte dell’opera meglio nota come Chanson de la Croisade contre les Albigeois [21]. Il manoscritto è realizzato su materiale pergamenaceo ed è il solo esemplare completo sopravvissuto sino ai nostri giorni. Il testo non contiene, contrariamente ad altri manoscritti coevi [22], miniature colorate, ma solo la sinopia delle scene che s’intendeva rappresentare. È probabile che gli autori intendessero riempire successivamente le scene, facendone un codice miniato a tutti gli effetti, ma ciò non avvenne e non se ne conoscono le ragioni. Il manoscritto è custodito presso la Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits (Français 25425).

 

Le numerose stragi, tra le prime si ricorda quella di Béziers che fu una vera e propria mattanza e non risparmiò niente e nessuno; furono motivo di sdegno e dolore, raccapriccio per Domenico il quale si distinse nel biasimare severamente tali azioni scellerate.

 

Figura 5 – Scomunica degli Albigesi da parte di Innocenzo III e nella scena di destra, la Crociata contro di loro. Miniatura tratta dal manoscritto Royal 16 G VI f. 374v, della © British Library di Londra. Immagine di pubblico dominio [23].

 

Domenico era contrario alla violenza come mezzo di persuasione e non ne fece mai uso, anzi, riferisce uno dei suoi biografi Beato Alano della Rupe, ebbe perfino una visione della Vergine Maria in cui gli consegnava la Corona del Rosario, come richiesta ad una sua preghiera per combattere l'eresia albigese senza violenza [24]. In occasione di un viaggio a Roma, nell'ottobre 1215, per accompagnare il vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposta a papa Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione. Egli trovò grande disponibilità nel Papa che l'approvò verbalmente, ma seguendo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati visto il numero crescente di ordini monastici e per contrastare anche l’insorgere di nuove sette camuffate da ordini religiosi, propose di scegliere una regola di quelle già esistenti degli ordini religiosi approvati senza crearne una nuova [25].

 

 

Figura 6 – Il sogno di Papa Innocenzo III. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r [26]

 

Figura 7 – Il Papa, Innocenzo III consegna la Regola dell’Ordine a San Domenico. A destra, San Domenico di Guzmàn tra i Santi Pietro e Paolo che gli affidano la missione della predicazione. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r [27].

 

Seguendo il consiglio di papa Innocenzo III, con i suoi sedici seguaci scelse la regola di Sant'Agostino, ma con delle modifiche adatte al suo particolare apostolato della parola e dell'esempio. Nel 1215 Domenico, per i suoi seguaci, prima ricevette in dono la casa in Tolosa di Pietro Cellani [28], divenuto anche lui predicatore, poi ricevette da Simone IV di Montfort [29] il castello di Cassanel quale sede del nuovo ordine che andava formandosi. Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III conferì l'approvazione ufficiale e definitiva all'ordine fondato da Domenico. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l'ordine crebbe e già l'anno dopo, nel 1217, fu in condizione di inviare monaci in molte parti d'Europa, in particolare nella penisola iberica e nei principali centri universitari del tempo tra cui Parigi e Bologna. Subito incontrarono opposizioni da parte dei vescovi locali, che furono superate dalla bolla papale dell'11 febbraio del 1218, che ordinava a tutti i prelati di dare assistenza ai domenicani [30]. A Bologna, l'eloquenza di Reginaldo d'Orléans [31] a favore del nuovo ordine stimolò un notevole e vasto sostegno ai seguaci di Domenico Guzmàn, che ricevettero notevoli donazioni; Reginaldo avrebbe voluto accettare, ma Domenico le rifiutò, perché desiderava che i suoi confratelli non avessero proprietà e vivessero di elemosina. Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette personalmente a Bologna, ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere le modifiche della regola agostiniana per l’Ordine. Sfinito dal lavoro apostolico (stava preparando una missione in Cumania e per questo studiava la lingua di quel popolo) ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico morì il 6 agosto 1221, nel suo amatissimo convento di Bologna (Basilica di San Domenico [32]), in una cella non sua, perché lui, il fondatore, non l'aveva, circondato dai suoi frati, a cui rivolgeva l'esortazione «ad avere carità, a custodire l'umiltà e a possedere una volontaria povertà». Papa Gregorio IX [33] canonizzò Domenico il 13 luglio 1234. Attualmente è celebrato il giorno 8 agosto. Il suo corpo, dal 5 giugno 1267, è custodito in una preziosa arca marmorea, presso l'omonima basilica di Bologna.

 

Figura 8 – Traslazione di San Domenico. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. I. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483, folio 184r [34]

 

Figura 9 – Cassa del corpo di San Domenico, trasportata da due monaci Domenicani. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. I. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483, folio 184r [35]

 

Il periodo che seguì, fino al 1348 fu il periodo d'oro dell'ordine, che culminò con Bonifacio VIII e si prolungò ancora nella sua espansione esteriore fino alla metà del Trecento, manifestando però gravi segni di decadenza accelerata dalla peste nera (1347-1348), dalla permanenza del papato in Avignone (1306-76) e dai fattori politici, che influirono sinistramente sull'ordine. Solo l’opera di Caterina da Siena fu determinante per un rinnovamento dell’ordine domenicano ed una sua riorganizzazione interna, specie per la vita conventuale. Durante i primi anni l’Ordine domenicano si espanse notevolmente in tutta l’Europa tramite anche la fondazione di nuovi conventi, diffusi anche in Germania già durante il regno di Federico II, il quale non fu mai ostile a tale ordine, anzi, lo favorì quando possibile.

 

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Verso l’istituzione della Santa Inquisizione

Nei momenti di crisi tra Papato e Impero, i Domenicani ‒ come del resto i Francescani ‒ vennero spesso utilizzati quali 'ambasciatori' papali presso la corte federiciana [36]. È probabile che proprio in questo periodo che la Chiesa iniziò ad affidare all’ordine compiti inquisitori, senza formare ancora ufficialmente l’organo dell’Inquisizione. Già nel 1179 (Concilio Lateranense III voluto da papa Alessandro III) erano state prese le primissime misure inquisitoriali contro l’eresia dei Catari giacché proprio in quel periodo il movimento conobbe il massimo dell’espansione, ma solo sotto il pontificato di Innocenzo III fu attuato il vero piano che portò successivamente all’istituzione dei tribunali ecclesiastici dell’Inquisizione. A differenza di altri ordini come quello Cistercense e Francescano, i Domenicani avevano dimostrato una maggior preparazione culturale e forse anche per questo la loro predicazione sortì più effetti sulle popolazioni in cui predicavano, specie laddove dilagava l’eresia catara, altrimenti non sarebbero stati capaci di affrontare e sconfiggere verbalmente un cataro in una pubblica discussione, specie in materia di teologia [37]. Probabilmente in virtù della loro alta preparazione furono anche i migliori candidati per ricoprire il ruolo di inquisitori del S. Uffizio nella lotta all’eresia e per questo si annoverano numerosi i personaggi che facenti parte dell’Ordine domenicano hanno ricoperto cariche di inquisitori, ma non furono i soli. Innocenzo III emanò una serie numerosa di decretali, appoggiato nella lotta all’eresia da Federico II di Svevia, per combattere l’eresia e altrettanto fece il suo successore: Onorio III [38]. L'orientamento di Onorio III fu assunto dal successore, fin dall'avvio del pontificato: allora la politica del papato per la prima volta trovò ampio accoglimento in sede locale. Dopo che nell'aprile 1227 Gregorio IX aveva inviato il suo programma d'azione ai vescovi e alle città dell'Italia settentrionale, indicando nella pravità eretica la radice degli attacchi alla libertà della Chiesa, si moltiplicarono gli statuti comunali contro gli eretici nella Pianura Padana: sul modello di Brescia, a Treviso, Vicenza, Ferrara e Milano piccoli gruppi di uomini, scelti dal vescovo e dal podestà, sostenuti dalle autorità comunali, ma agli ordini del presule, furono incaricati di cercare (inquirere) e catturare (capere) gli eretici per consegnarli al tribunale diocesano. Nell'estate 1231, Federico II diede un posto di rilievo ai temi antiereticali nelle Costituzioni emanate a Melfi introducendo la prima costituzione, dedicata a "eretici e Patarini" [39] e, affidando agli ufficiali pubblici il compito della ricerca (inquisitio) degli eretici, da consegnare per il giudizio ai chierici. Il primato d'iniziativa dell'ordinamento pubblico per la scoperta degli eretici era fatto notevole, per il momento limitato a una specifica area dei territori dominati dallo Svevo. Quando agli inizi del 1232 si occupò degli eretici di Italia e Germania, Federico II restò infatti nel solco della tradizione. Da Ravenna, dopo aver ribadito in febbraio le decisioni del 1220 (Constitutio contra haereticos), in marzo con una nuova costituzione appoggiò gli sforzi degli "inquisitori dati dalla Sede Apostolica" (Constitutiones et acta), nelle terre di Germania, incaricati di individuare gli eretici e di procurarne la cattura (Commissi nobis celitus). L'importanza riconosciuta ai Frati Predicatori per la cattura degli eretici, destinati poi a "coloro che accederanno e converranno per giudicarli" (ibid., p. 197), non è cosa singolare: tra il 1231 e il 1232 Gregorio IX ordinò ai frati di alcuni conventi dei Predicatori in Germania di cercare gli eretici, pur lasciando verosimilmente il giudizio ai presuli. La competizione tra Sede Apostolica e imperatore si mostrò appieno nel 1233. Nell'epistola al pontefice del 15 giugno 1233, Federico II dava notizia di aver stabilito che in tutto il Regno di Sicilia i giustizieri, assistiti da prelati, indagassero (inquirere) sulla presenza di eretici: sulla base delle loro relazioni, sarebbe stato egli stesso a prendere provvedimenti. Nei primi mesi del 1233, contro il rischio di diffusione dell'eresia nel Nord della Francia a partire dalla villa di La Charité, il Papa coinvolse i Frati Predicatori, tenuti ad agire insieme ai presuli. Contemporaneamente, pure nel Sud della Francia recepì e potenziò l'attività degli stessi frati, già coinvolti da alcuni vescovi, nella ricerca degli eretici. In tale quadro, dall'aprile 1233 Gregorio IX appoggiò in Italia il movimento religioso della Grande Devozione, o Alleluia, che, sorto in Parma per iniziativa di un predicatore errante, rapidamente monopolizzato dai Predicatori, subito affiancati dai Minori, si diffuse negli altri centri urbani del mondo padano. In alcune città i Frati mendicanti si fecero attribuire dai comuni il compito di riforma degli statuti locali, nei quali essi inserirono ‒ oltre a norme per la moralizzazione dei costumi, contro l'usura e contro le leggi nocive della libertas Ecclesiae, nonché per la pacificazione fra gruppi opposti di cittadini ‒ pure disposizioni antiereticali, a vantaggio principalmente dell'autorità episcopale. Si evince da ciò che negli anni seguenti la fondazione ufficiale dell’Ordine e quella dei primi monasteri, i Frati Predicatori o Domenicani acquisirono sempre più poteri, vuoi in virtù della loro cultura, vuoi per la loro azione e influenza [40]. Gregorio IX mise in atto una strategia multiforme e flessibile, che ora, diversamente dalla fine degli anni Venti del XIV secolo, oscurò l'immagine dell'eresia quale radice dei mali di cui la Chiesa soffriva, ma dell'eresia fece la ragione decisiva per pretendere l'allineamento delle società locali con le Chiese diocesane e con Roma. Fu una strategia perseguita con strumenti diversi quali: una forte sollecitazione nei confronti delle classi dirigenti cittadine, un rinnovato sforzo dei vescovi, la predicazione specializzata per individuare gli eretici e nella quale si distinguevano i Predicatori, l'organizzazione di 'penitenti' armati pronti ad agire a sostegno della fede ortodossa; così i milites Iesu Christi di Parma, che, legati sia all'ordinario diocesano sia ai Frati predicatori, per un momento sembrarono proiettarsi in una dimensione italiana. Dal 1236, man mano che Federico II mostrò interesse a rinnovare la sua presenza nella Pianura Padana, la lotta contro gli eretici in Italia assunse caratteri diversi. La tensione crescente tra Papato e Impero coinvolse, con il tema dei rispettivi iura, anche tale ambito: tuttavia il confronto al riguardo si svolse principalmente sul piano della propaganda, mentre le iniziative antiereticali mirate a incidere sul territorio si ridussero. Negli anni Quaranta la corrispondenza antiereticale del papato per le terre dell'Impero divenne esigua, mentre proseguì abbondante per le terre del Midi. Il ritrovato accordo tra la Sede Apostolica e Raimondo VII, conte di Tolosa, nel maggio 1241, poco prima della morte di Gregorio IX, aprì la strada a un intervento incisivo dei Frati predicatori nella regione. A sostegno di costoro, e in generale degli inquisitores haereticorum di Francia, dal 1243 a più riprese intervenne papa Innocenzo IV [41]; questi si premurò di precisare le competenze del priore generale dei Predicatori, nonché di coloro che presiedevano alle singole province dell'Ordine, nei confronti dei frati incaricati di inquirere haereticam pravitatem: la disposizione al riguardo, già emanata nel 1244, fu ripetuta nel 1246, unitamente ad altra analoga per il ministro generale dei Frati minori.

 

A questo punto l'attività inquisitoriale iniziò ad abbandonare le caratteristiche del decennio precedente ‒ nel quale prevaleva la caccia a eretici pubblicamente riconosciuti come tali ‒, per assumere i tratti di vera e propria indagine giudiziaria seguita da una sentenza. Al confronto l'impegno antiereticale della Sede Apostolica nella difesa della fede in Italia risulta discontinuo. Una lettera del 1243, contenuta nel registro della corrispondenza del primo anno di pontificato, attesta la volontà di Innocenzo IV di combattere gli eretici di Lombardia e Tuscia e documenti (epistole) provano che il papato appoggiava l'impegno dei Frati predicatori a tutela dell'ortodossia nelle due regioni. Tuttavia solo nel 1247 il pontefice fece menzione di uno specifico mandato "ad expurgandos hereticos et hereticam pravitatem" [42] affidato a una persona per un'ampia area: a frate Giovanni da Vicenza [43] per la Lombardia. Nulla tuttavia si sa sullo svolgimento dell'incarico. In tale quadro frammentario, nel quale le parole del pontefice sembrano soprattutto delineare progetti, si collocano le prime testimonianze prodotte in Italia da uomini dell'Ordine di Domenico nella difesa della fede. Da un lato in alcuni conventi del Nord Italia furono redatti trattati ‒ o summae ‒ che sistematizzavano e confutavano il pensiero degli eretici a uso di chi li combatteva: queste opere contribuirono a costruire l'identità dei Frati predicatori come esperti di eterodossia [44]. D'altro lato l'opera inquisitoriale aveva coinvolto a fondo gli schieramenti politici delle città finendo per mettere in discussione i rapporti tra Chiesa locale ‒ sostenuta dal pontefice ‒ e organismi comunali, e di conseguenza tra questi ultimi e l’istituzione imperiale. La morte di Federico II nel 1250 segnò una svolta nella riorganizzazione della lotta antiereticale, che allora conobbe un forte e decisivo potenziamento. Innocenzo IV mise in campo una fitta serie di interventi contro gli eretici d'Italia con protagonisti membri del medesimo Ordine domenicano. Il rilancio dell'attività inquisitoriale comportò pure un rinnovato coinvolgimento di tutte le autorità civili. A queste il pontefice inviò norme elaborate a partire da una legislazione alquanto varia: le costituzioni del IV concilio lateranense, quelle di Gregorio IX del 1231, ma anche le disposizioni sulla forza pubblica con funzioni antiereticali introdotte negli statuti di taluni comuni dell'Italia settentrionale alla fine degli anni Venti (bolla Ad extirpanda). La bolla Ad extirpanda fu la bolla che autorizzò per la prima volta nella storia della Chiesa l’uso della tortura come mezzo di indagine, quando nel IX secolo Nicolò II l’avesse giudicata contraria a ogni legge umana e divina, giudizio poi dato e ripreso anche dal Tamburini. Pure la normativa emanata da Federico II nel corso degli anni Trenta fu ripresa e additata a modello (bolla Cum adversus haereticam). Per il papa, insieme alle leggi approntate dalla Chiesa, essa doveva essere introdotta nei corpi statutari comunali e mai più abolita. Dunque, come già aveva cercato di fare Gregorio IX, Innocenzo IV indicò nella disponibilità a seguire i mandati della Chiesa nella lotta contro gli eretici il criterio su cui misurare la legittimità dei poteri civili. Le lettere inviate alle città delineano un quadro nel quale i soggetti che contano sono i comuni, i vescovi e gli inquisitori, siano essi Predicatori o Minori. Preminente appare il ruolo degli inquisitori, mentre quello dei presuli passa in secondo piano, divenendo accessorio per l'esercizio di taluni aspetti dell'azione inquisitoriale. In tale situazione, il lavoro degli inquisitori si configura ormai come inquisitionis officium contra haereticos, cioè compito d'ufficio da assolvere secondo modalità che divengono sempre più complesse, così da garantire una continuità nel tempo e un'incisività nelle situazioni locali fino allora impensabili. Indebolitasi l'unica autorità civile ‒ l'Impero ‒ in grado di far valere una propria autonoma competenza nella lotta antiereticale, la direzione di quest'ultima restava alla Chiesa di Roma. Ormai la macchina dell’Inquisizione era stata messa in moto, ormai era solo questione di tempo per gli eretici e i sospetti di esserlo perché fossero stanati, arrestati, processati ed eventualmente condannati a morte. Come si è visto però, l’attività degli inquisitori Domenicani e dei Frati Minori fu spesso e volentieri affiancata anche da autorità e personalità civili e laiche, nel tentativo, mai raggiunto, di rimettere insieme in moto il potere civile dello Stato e quello della Chiesa.

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L’inizio della caccia all’eresia in Italia: Dolciniani e Catari

Tra le città italiane che più si ricordano con un certo senso d’inquietudine e sgomento dei Domenicani, si annovera Parma, la quale conserva un’immagine vivida di caccia all’eresia e roghi di eretici, tra cui anche Catari e Dolciniani. Il periodo in cui si svolsero i fatti, non troppo precisato dalle fonti, va dagli anni 1260 al 1300, quando ormai anche l’ultima roccaforte dei Catari, Montségur, fu abbattuta e quando ormai dei Catari non restavano che pochi e forse inoffensivi simpatizzanti e seguaci che l’Inquisizione dovette reputare inoffensivi. Eppure come il Catarismo aveva avuto origine dal Manicheismo, non è da escludere la possibilità che dal Catarismo abbiano avuto origine o vi si siano ispirati altri movimenti ereticali come quello degli Apostolici che ebbe origine a Parma. Fra’ Salimbene da Parma [45] nella sua Cronica ci riferisce di un tale di nome Gherardo Segalelli o Segarelli, nato ad Alzano[46] intorno al 1240 che nel 1260, poco più che ventenne maturò la vocazione e chiese ai Frati Minori di Parma di essere ammesso come frate, ma questi rifiutarono. Salimbene lo definisce «di umili origini, illetterato, sciocco e ignorante» e aggiunge che «non essendo stato esaudito, finché gli fu possibile s’intratteneva tutto il giorno in meditazione nella chiesa; e qui gli maturò l’idea di fare di propria iniziativa ciò che inutilmente chiedeva ai frati. Siccome sopra il coperchio della lampada della fratellanza del beato Francesco erano dipinti tutt’intorno gli apostoli con i sandali ai piedi, avvolti in mantelli sulle spalle, egli rimaneva a lungo a contemplarli e di qui prese la sua decisione. Si lasciò crescere barba e capelli, prese i sandali e il bordone dei frati minori, perché tutti coloro che si propongono di creare una nuova congregazione rubano sempre qualcosa all’ordine francescano. Poi si fece fare una tunica di tela ruvida e un mantello di filo molto grosso, che portava avvolto al collo e alle spalle, convinto così di imitare l’abito degli apostoli». Salimbene probabilmente dovette conoscere o avvicinare questo Segarelli tanto da prenderlo immediatamente in antipatia e nella sua Cronica ne parla male al punto che anche i cronisti che citano Salimbene quasi ne sono influenzati [47]. Ricevuto il rifiuto dell’Ordine dei Frati Minori decise quindi, Segarelli, di farsi un ordine tutto suo, ma il canone di Papa Gregorio X, Religionum diversitatem nimiam, del 1274, del II Concilio di Lione sancì che tutti gli Ordini sorti dopo il 1215 (anno dell’approvazione dell’Ordine domenicano) non erano validi poiché non avevano ricevuto l’approvazione ecclesiastica e quindi i membri degli ordini sorti dopo quella data dovevano per forza richiedere di entrare negli ordini preesistenti [48]. Per altro Segarelli predicava idee piuttosto affini ai Catari oltre a professare la libertà sessuale degli individui, seppure su questo ultimo scottante punto, le fonti siano scarse [49]. Come in tutti i processo inquisitoriali l’insieme delle accuse superava quasi sempre il numero reale dei fatti, e tra questi non gli si perdonò di aver negato il bisogno di una gerarchia, specie quella ecclesiastica quale intermediazione tra l’uomo e Dio. Infine Segarelli, è il caso di dirlo, era anche millenarista, ossia predicava la fine del mondo e celebre è la sua frase, riportata anche come una sorta di motto:

 

« Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum»

Pentitevi, il Regno dei Cieli è vicino

 

Tale motto diventò successivamente anche quello dei Dolciniani, da Dolcino, seguace ed erede di Segarelli. L’eresia di Segarelli aveva molti punti in comune con il Catarismo e anche se lui ed i suoi compagni si facevano chiamare gli Apostolici, restavano sempre affini ai Catari, tanto che lo stesso Salimbene li paragona ad essi. Segarelli fu arrestato dal vescovo di Parma, Obizzo Sanvitale, che ne ebbe compassione credendolo pazzo e lo imprigionò per vario tempo, finchè questi non ebbe smesso di blaterare le sue eresie e si fosse ravveduto. Non è da escludere un intervento dell’Inquisizione, tramite ammonimenti e forse anche torture e Segarelli più volte ritrattò la sua eresia e più volte vi ricadde fino a che nel 1300, fu condannato a morte per rogo, in quanto recidivo [50], il 18 luglio.

 

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Fonti bibliografiche

Siti internet

 

Libri e saggi

  • Contra haereticos sui temporis, di Hugo Rotomag, 1255
  • A History of Medieval Heresy and Inquisition di Deane, Jennifer Kolpacoff; Rowman & Littlefield Publishers, Inc. 2011
  • Apostoli e flagellanti a Parma nel Duecento secondo nuovi documenti di F. Bernini, 1935 pp. 353-357
  • Archivio Corona, gen. 7175; Arch. di Stato di Padova.
  • Documents pour servir à l'histoire de l'Inquisition en Languedoc di C. Douais, Parigi 1900
  • Dominicans, Muslims and Jews in the Medieval Crown of Aragon di Robin Vose. Cambridge University Press, ed. 2009
  • Explicatio super officio inquisitionis. Origini e sviluppi della manualistica inquisitoriale tra Due e Trecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012 di Riccardo Parmeggiani
  • Ferdinando del Castello, 1589
  • Histoire et doctrine de la secte des Cathares ou Albigeois, di C. Schmidt, Parigi 1849, voll. 2;
  • Historia Generale Di S. Domenico Et Dell'Ordine Suo De'Predicatori di Copertina anteriore
  • History of the Inquisition of Middle Age di Ch. Lea, Londra 1888
  • Itinerari ereticali. patari e Catari tra Rimini e Verona di G. Zanella, Roma 1986, pp. 28, 30, 33, 91;
  • L'eresia del male di R. Manselli, Napoli 1953
  • L'eresia nel Medioevo di F. Tocco, Firenze 1884, pp. 73-134
  • L'eresia nella Cronica di fra Salimbene, di Mariano da Alatri, in Eretici e inquisitori in Italia. Studi e documenti, I, Il Duecento, Roma 1986, pp. 68, 73;
  • Liber antihaeresis di Everardus de Beth, Bibl. PP. Lugd., Parigi 1644, IV, 1073
  • L'inquisitore Florio da Vicenza, in Praedicatores - Inquisitores - I. The Dominicans and the Mediaeval Inquisition. Acts of the first International Seminar on The Dominicans and the Inquisition (Rome, 23-25 February 2002), Roma, Institutum historicum fratrum Praedicatorum, 2004, pp. 681-699 di Riccardo Parmeggiani, Università di Bologna Alma Mater Studiorum, Dipartimento Storia Culture Civilità
  • Nascita, vita e morte di un'eresia medievale, a cura di R. Orioli, Novara-Milano 1984, pp. 80, 226;
  • Regesti di pergamene di archivi ecclesiastici ferraresi, Inquisizione, A. Franceschini, p. 1 n. ib; Chronicon Parmense ab anno MXXXVIII usque ad annum MCCCXXXVIII, a cura di G. Bonazzi, ibid., XV, 2, pp. 35 s., 41, 52 s.;
  • Serm. XIII adv. Catharorum errors di Ekbertus
  • St. Francis of Assisi and Nature: Tradition and Innovation in Western Christian Attitudes toward the Environment di Roger D. Sorrell. Oxford University Press, USA, 1988
  • Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795
  • Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 Vol I di IV.
  • Summa contra haereses di Alanus
  • The Medieval Tailor's Assistant: making common garments 1200 -1500 di Sarah Thursfield. Ruth Bean Publishers ed., 2001
  • Un traité inédit du XIIIe siècle contre les Cathares, in Ann. de la Fac. de lettres de Bordeaux, V, fasc. 2 di Ch. Molinier.
  • Vita del glorioso patriarca S. Domenico tratta da' scrittori coetanei di lui, e da altri autori celebri di Francesco Serafino Maria Loddi, 1727
  • Vita haereticorum di Bonaccursus

 

Manoscritti e miniature

 

Note

[1] Pietro Tamburini fu un teologo italiano. Nato nel 1737 da famiglia borghese, a Brescia, fu inviato dalla famiglia a studiare e poco dopo aver terminato gli studi venne ordinato prete e successivamente divenne professore di teologia e filosofia del seminario di Brescia. In quegli anni scrisse la sua prima opera, dedicata alla Grazia divina, testo che divenne in breve famoso tanto da giungere perfino nelle mani del Papa, all’epoca Clemente XIV, il quale colpito lo chiamò a Roma mettendolo a direzione del Collegio Irlandese, tolto poco prima ai Gesuiti, ordine da poco sciolto dal pontefice stesso, su pressione degli Stati stranieri. La fama di Tamburini crebbe enormemente in virtù anche del suo acume intellettuale, del suo carattere e delle sue azioni volte a ordinare le scuole e imprimere nei giovani cui insegnava l’amore per la verità. Morto Clemente XIV (pontefice per molti aspetti simile al Tamburini) fu eletto Papa Pio VI, papa debole secondo alcuni storici e sobillato dai partigiani dei Gesuiti, fu avverso al Tamburini tanto che egli, capito di non poter più rimanere a Roma partì e si trasferì a Pavia, malgrado gli allettanti inviti in altre importanti città da parte di personaggi illustri. A Pavia si trovava inoltre un caro amico d’infanzia di Tamburini, il Prof. Zola con il quale aveva condiviso studi e al cui nipote, in punto di morte, passò il testimone per l’opera Storia generale dell’Inquisizione. A Pavia Tamburini prese la cattedra di teologia dove mirava a distogliere i giovani da rilassate letture casiste e insegnando loro piuttosto con la Scrittura e la Tradizione al fine di farne sacerdoti sinceri e pastori zelanti, educati al vero ed odiatori di quell’ipocrisia che forma per moltissimi di loro precipuo argomento e pubblicò in quegli anni diverse opere tra cui Etica cristiana e La vera idea della Santa Sede (titoli originali in latino). La sua fama tra gli anni ’60 e ’70 del XVIII secolo toccò l’apogeo tanto che ricevette la visita di due imperatori: Giuseppe II e Leopoldo. Morto Leopoldo in circostante a dir poco misteriose e salito al trono Francesco II, sul quale gli storici non mettono troppe buone parole, su istanza della Curia romana, rimosse Tamburini e Zola dalle loro cattedre e il primo si ritirò privatamente nei suoi studi. Iniziò un periodo turbolento per Tamburini che in breve si vide perseguitato, per le sue idee, dalla Curia Romana e dopo diversi passaggi tra le cattedre, giunto al settantesimo anno di vita iniziò l’opera Storia generale dell’Inquisizione che però fu pubblicata postuma. Di mente arguta ed accesa, fu sempre incline a vedere il lato buono ed utile delle cose che non il contrario; volto a magnificare l’aspettativa degli altri, di memoria tenacissima, modesto, ricercatore della verità fu impassibile anche a fronte della persecuzione della Curia della quale aveva scritto e alla quale aveva cercato di ricordare l’etica cristiana e la sua importanza, così come il dovere di amministrare correttamente i poteri civili ed ecclesiastici nonché essere alleata e non avversa allo Stato.

[2] Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp. 15-16.

[3] In senso astratto, determinazione di una situazione di fatto. Probabilmente un riferimento indiretto alla Santa Inquisizione che ancora esisteva nel XVIII secolo.

[4] Che rivela o denota una sconcertante stupidità. Dal lat. idiota 'ignorante'.

[5] Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp. 16

[6] Storicamente la tortura fu ammessa solo nel 1252, quando con la bolla “Ad extirpanda” fu emanata da Innocenzo IV e di validità confermata sia da papa Alessandro IV il 30 novembre 1259 sia da papa Clemente IV il 3 novembre 1265. Tema di questa era la prima approvazione pontificia della tortura come strumento di ottenimento della confessione del reo, in particolare nei processi dell'Inquisizione. Questa approvazione è dichiaratamente pubblicata per fronteggiare l'insorgere dei numerosi movimenti eretici del XIII secolo.

[7] Come per tutti i Santi del Medioevo e di ogni epoca anche sulla nascita di Domenico non mancano leggende, una vorrebbe che il nome gli fosse stato dato in seguito al sogno della madre in cui ella avrebbe partorito un cane che con una face accesa metteva fuoco al mondo. L’aneddoto può essere considerato in parte vero e in parte falso poiché l’uso del fuoco è un chiaro riferimento alla S. Inquisizione ed alla pena capitale del rogo mentre il Santo in vita era sempre stato contrario alla violenza. Il nome stesso Domenico deriverebbe da una specie di gioco di parole “Domini” e “canis” che insieme in latino significano letteralmente “cani di Dio” relativamente alla simbologia del cane, animale fedele, ma anche come segugio che fiuta l’eresia. L’etimologia del nome non è certa e anche se alcune fonti ne documentino l’uso a partire dal IV sec. d.C. è più probabile che l’uso sia da datarsi a partire dal Santo fondatore dell’omonimo ordine monastico predicatore.

[8] Il manoscritto risale al XIV secolo e la sua origine esatta non è nota. Le prime fonti scritte che documentano l’esistenza del manoscritto risalgono al 1380, ma la sua realizzazione sarebbe di molto anteriore, intorno agli anni ’30 del XIV secolo. Secondo alcuni sarebbe stato fatto realizzare dal conte Olivier V de Clisson per Jeanne de Belleville, da cui il nome del manoscritto. Accusato di tradimento, fu privato dei suoi beni, incamerati poi dal Re di Francia. Da quel momento il manoscritto subì una serie di passaggi di mano fino ad essere dato, dopo la Rivoluzione Francese, alla Biblioteca Nazionale di Francia. L’opera è composta in due volumi, entrambi custoditi presso la stessa BnF.

[9] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8447295h

[10] Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro (Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455), detto il Beato Angelico o Fra' Angelico, fu un pittore italiano. Fu effettivamente beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1982, anche se già dopo la sua morte era stato chiamato Beato Angelico sia per l'emozionante religiosità di tutte le sue opere che per le sue personali doti di umanità e umiltà. Fu il Vasari, nelle Vite ad aggiungere al suo nome l'aggettivo "Angelico", usato in precedenza da Fra’ Domenico da Corella e da Cristoforo Landino. Il frate domenicano cercò di saldare i nuovi principi rinascimentali, come la costruzione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell'arte e il valore mistico della luce.

[11] Domenico infatti adottò anche nel proprio ordine l’abito dei Canonici di Osma, seppure bisogna precisare che il costume domenicano subì successivamente qualche lieve modifica.

[12] Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp.347-348

[13] Tamburini riferisce che Raimondo di Tolosa che più o meno pubblicamente favoriva gli eretici, si ritrovò a doversi unire alla crociata contro di loro, essendo che al nord ormai la spedizione era decisa e la guerra era imminente. Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp.350

[14] Tamburini anche in tal caso accenna al fatto che mentre predicavano agli altri cosa fare per salvare l’anima, gli eretici «s’immergevano nelle più abominevoli e vergognose dissolutezze»

[15] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8447295h

[16] Vescovo di Tolosa

[17] Subito dopo la sua conversione e la rinuncia simbolica ad ogni tipo di bene, la decisione di vivere poveramente e la sollecitazione verso la Chiesa ad abbandonare la bramosia di potere e ricchezze per scegliere la vita povera di Cristo fecero sorvolare anche sul capo di Francesco d’Assisi l’accusa di eresia tanto che fu necessario che questi con i suoi confratelli si recassero dal Papa per essere approvati. Si ricorda inoltre che San Francesco d’Assisi visse contemporaneamente sia a S. Domenico nel periodo cruciale di diffusione dell’eresia catara e quindi bastava pochissimo per essere accusati. Va poi aggiunto che San Francesco aveva deciso di imitare Cristo e aveva scelto “sorella Povertà” come compagna di vita, chiedendo certo un rinnovamento spirituale e materiale della Chiesa, povera per i poveri, ma senza costringere nessuno a prendere la sua strada. Francesco non insultò mai la Chiesa che anzi rispettava e le rimase fedele, sottomesso e soprattutto nel suo stile di vita come monaco predicava l’amore per il creato di Dio, l’amore per le sue creature, per la vita ed il Cantico ne è una prova inconfutabile. Francesco sollecitava il rinnovo spirituale della Chiesa rimanendone all’interno, dando esempio pratico e senza condannarne i dogmi, le feste, i precetti, i sacramenti. In un certo senso Francesco era contro il Catarismo.

[18] Non dobbiamo immaginare una tonaca bianca ed uno scapolare di seta con mantello di finissima lana tinta di nero. Domenico vestiva probabilmente con tessuti poveri e dunque la tonaca era probabilmente di lino o lana non tinta così come lo scapolare mentre il mantello scuro doveva essere di una lana grossa seppur tinta. Il modo di vestire, diverso da quello di altri ordini, era certamente dovuto anche alla necessità di distinguersi come appartenenti ad un ordine diverso da un altro, ma la sostanza dei voti e lo stile di vita rimanevano esattamente gli stessi in quasi tutti i movimenti monastici del Medioevo.

[19] Giordano di Sassonia, il successore di Domenico e suo primo biografo, ci fa sapere che Domenico aveva una grande influenza sulle donne e ne capiva i problemi (preferiva parlare con le giovani anziché con le vecchie) e fece delle suore domenicane parte integrante dell'ordine dei predicatori, soggette al superiore come i frati.

[20] È stato l'autore (fl. 1199-1214) della prima parte della Chanson de la Croisade o Cançon de la Crosada, un poema epico in lingua occitana che fornisce un resoconto contemporaneo della crociata contro i Catari. Verso il 1199, Guglielmo di Tudela arriva a Montauban all'età di undici anni. La sua conoscenza del futuro, afferma, per mezzo della geomanzia, lo portò nel 1210 a Bruniquel, appena concessa a Baldovino, fratello del conte Raimondo VI di Tolosa e intrigato con lui. Il risultato di questo mutamento di domicilio (e forse uno dei suoi scopi) lo porta ad entrare al servizio di Baldovino. Diventa dunque canonico di Saint-Antoine (località che Simone IV di Montfort aveva per l'appunto conquistata nel corso della crociata contro gli albigesi e concessa a Baldovino).

[21] È un antico poema epico occitano che narra gli eventi della crociata albigese dal marzo del 1208 al giugno del 1219. Modellata sulla chanson de geste, in lingua d'oïl, essa è composta di due parti distinte: la prima parte è stata scritta da Guilhèm de Tudèla verso il 1213, mentre la seconda e ultima parte da un anonimo redattore. Tuttavia, studi recenti hanno portato a suggerire come autore della seconda parte il trovatore Gui de Cavalhon.La chanson rappresenta uno dei tre più importanti racconti della crociata albigese, insieme alla Historia Albigensis di Pierre des Vaux-de-Cernay e la Chronica di Guilhèm de Puèglaurenç. Del testo completo della Canso esiste un solo manoscritto (fr. 25425, conservato nella Bibliothèque Nationale), redatto a Tolosa o nei suoi pressi, verso il 1275. La prima edizione critica venne pubblicata con traduzione in francese — Chanson de la croisade contre les albigeois— da Paul Meyer in due volumi (1875–1879). La seconda parte comprende i restanti 6811 versi del poema (lasse 131-214). L'identità dell'autore è incerta, sebbene sia stato proposto di recente, come detto precedentemente, il nome di Gui de Cavalhon. Questa seconda parte comprende gli eventi che vanno dal 1213 in poi, considerando differenti punti di vista, criticando i crociati ed è decisamente favorevole ai "meridionali" non Catari. Gli storici considerano la Canso un documento importante di questo intero periodo perché rappresenta la sola maggiore fonte di narrazione che tratta un punto di vista meridionale; particolarmente importante è il periodo che va dall'aprile del 1216 al giugno del 1219, in quanto il racconto in prosa di Pierre des Vaux-de-Cernay diventa molto vago e lacunoso a cominciare proprio dal 1216 in avanti. L'autore era apparentemente un uomo colto, dimostrando una qualche conoscenza in teologia e in legge, e apparteneva alla diocesi di Tolosa.

[22] È vero che la maggior parte dei manoscritti miniati sono completi, ma è altresì vero che esistono anche esemplari in cui non tutte le scene sono rifinite e colorate, ma vi è sulle pagine solo la sinopia, non sempre ben distinta sullo sfondo pergamenaceo delle pagine. Un esempio è offerto dal La Quête du Saint Graal et la Mort d'Arthus di Gautier Map o Moab (Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Français 343).

[23] http://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/ILLUMIN.ASP?Size=mid&IllID=43733

[24] Da allora il rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e nel tempo una delle più tradizionali preghiere cattoliche. Inoltre il Rosario, appeso alla cintura dei Domenicani, è tra i simboli distintivi dei membri di questo Ordine. Va aggiunto che le vite dei Santi di qualunque epoca sono caratterizzate anche da fatti che fanno parte più dell’agiografia e delle leggende che non della storia reale dei personaggi; inoltre l’uso della corona del Rosario sarebbe entrato successivamente nella tradizione della preghiera cattolica e la devozione mariana.

[25] Conc. Laterano IV can. 13

[26] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8447295h

[27] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8447295h

[28] Originario di Tolosa, fu uno tra i primi compagni di S. Domenico oltre che uno dei suoi biografi. Stando alle fonti in nostro possesso divenne priore del convento domenicano di Limoges.

[29] Conte d'Évreux e di Leicester, nacque nel 1165, fu tra i personaggi di spicco della crociata albigese. Fu scelto come capitano nelle prime battaglie contro gli Albigesi, nelle quali si distinse per il vigore e la ferocia. È noto per aver guidato la battaglia di Béziers nel 1209. Successivamente divenne anche nuovo feudatario dei territori conquistati e strappati agli eretici ed ai nobili di quella regione. Morì 1218 durante il tentativo di sedare una ribellione nei suoi territori.

[30] Tale bolla fu probabilmente strumentalizzata nei secoli successivi fino a travisarne il contenuto in termini di assistenza e aiuti pur di combattere l’eresia e tutto ciò che agli occhi degli inquisitori appariva come tale.

[31] Fu un monaco domenicano, venerato come Beato dalla Chiesa Cattolica. Fu stretto collaboratore di San Domenico

[32] La basilica di San Domenico è uno dei più importanti luoghi di culto di Bologna, sede principale dell'ordine Domenicano. Nella chiesa, all'interno dell'Arca di San Domenico sono conservati infatti i resti di san Domenico, fondatore dell'ordine religioso dei Frati Predicatori. Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III approvò la regola dell'ordine fondato da Domenico di Guzman, che così l'anno successivo crebbe fino a riuscire ad inviare monaci nei principali centri europei, primi fra i quali Bologna e Parigi, città popolose e sedi di università. Domenico giunse a Bologna nel gennaio del 1218, stabilendosi insieme ai suoi monaci nel convento di una chiesa che allora era fuori mura, dedicata a Santa Maria della Purificazione, nota col nome della Mascarella (ora all'angolo tra via Irnerio e via Mascarella e ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale). Avendo necessità di spazi più ampi, nel 1219 Domenico si stabilì definitivamente nel convento di San Nicolò delle Vigne (lo stesso luogo ove ora sorge la basilica domenicana). Qui (tra il 1220 ed il 1221) San Domenico presiedette personalmente ai primi due capitoli generali destinati a precisare gli elementi fondamentali dell'ordine. Sempre qui, il 6 agosto 1221, Domenico morì e fu sepolto dietro l'altare di San Nicolò. La chiesa subì ulteriori ampliamenti e rimaneggiamenti nei secoli XIV-XVIII, munendosi di cappelle, di un campanile, e accumulando nel tempo una vasta collezione di opere d'arte dei maggiori artisti, fra cui Niccolò dell'Arca, Michelangelo, Filippino Lippi, Guido Reni, Ludovico Carracci e il Guercino. Nel 1728-1732 Carlo Francesco Dotti conferì all'interno della chiesa l'aspetto barocco attuale.

[33] Nato Ugolino di Anagni fu il 178º papa della Chiesa cattolica dal 19 marzo 1227 alla sua morte. Fu consacrato nella Basilica di San Pietro il 21 marzo. In continuità con la tradizione, e convinto assertore della superiorità morale e autoritaria del Papato, riprese l'azione teocratica dei suoi più recenti predecessori, che comportava la necessità di indebolire la potenza dell'Impero con ogni mezzo. Seguì in ciò la tradizione storica di due grandi pontefici: Gregorio VII e Innocenzo III. Venne considerato spesso il fondatore dell'Inquisizione, di cui istituì i primi tribunali nel 1231, anche se in realtà l'Inquisizione trova le prime origini nel pontificato di papa Lucio III (con la sua bolla Ad abolendam del 1184) e in quello di Innocenzo III (con il Concilio lateranense del 1215).

[34] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8451634m)

[35] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8451634m)

[36] La situazione cambiò, naturalmente, dopo la scomunica del 1239, e soprattutto dopo quella del 1245, che comportò anche la formale deposizione di Federico da parte di Innocenzo IV. Il papato, infatti, per ottenere la massima pubblicizzazione delle scomuniche incaricò proprio i Mendicanti di dar lettura delle condanne papali all'interno delle loro chiese in occasione delle celebrazioni domenicali e di impegnarsi attivamente in una campagna 'propagandistica' contro l'imperatore. Pare che, in questa difficile situazione, i Frati predicatori abbiano cercato di mantenere una sorta di equidistanza tra le parti. Furono frati domenicani a stilare una sorta di 'certificato di ortodossia' in favore di Federico, che il papa fece comunque condannare nel concilio di Lione come eretico. E, ancora nel 1246, l'imperatore si rivolse ai frati, riuniti in capitolo generale a Parigi, per chieder loro di non schierarsi contro di lui. Probabilmente il fatto che, in quegli anni, alla guida dell'Ordine, fosse un suddito dell'Impero, Giovanni Teutonico, contribuì a mantenere i Frati predicatori relativamente al di fuori del conflitto. Anche se, negli ultimi anni di regno, Federico II si lamentò dell'ostilità dei Domenicani, non sono testimoniati casi di condanne a morte di membri dell'Ordine come nemici dell'Impero e istigatori al tradimento, condanne che colpirono invece alcuni Minori.

[37] Il loro successo presso i fedeli e i privilegi concessi dal papato ‒ che diede ai Frati predicatori la possibilità di confessare, di celebrare pubblicamente la messa nelle loro chiese e di accogliervi, dopo la morte, i corpi dei loro devoti ‒ mise però non di rado i Domenicani in conflitto con il clero secolare, che temeva di perdere il proprio ascendente sui fedeli, con conseguenti danni sul piano economico, e vedeva minacciato il tradizionale assetto della Chiesa. D'altra parte la buona preparazione culturale e la fedeltà a Roma favorì un precoce inserimento dei Frati predicatori nei più alti gradi della gerarchia ecclesiastica. I vescovi domenicani sono numerosi sin dal pontificato di Innocenzo IV, cui si deve anche la prima promozione cardinalizia di un frate predicatore nella persona del maestro di teologia e penitenziere papale Ugo di Saint-Cher (1244).

[38] L'importanza che la Curia romana attribuiva alla collaborazione con l'Impero per indurre i centri urbani a una più incisiva politica antiereticale si manifestò più volte negli anni Venti. Allorché nel 1224 Federico II emanò una nuova legge sugli eretici, ora espressamente minacciati di morte mediante rogo o di carcere perpetuo con il taglio della lingua qualora non si fossero convertiti (Cum ad conservandum). Onorio III, attraverso i suoi legati nella Pianura Padana, sollecitò le città di Lombardia ad andare al di là dell'accoglimento delle norme emanate dai vertici della cristianità e a elaborare propri statuti contro i nemici della fede.

[39] Die Konstitutionen Friedrichs II., 1996, pp. 148-151

[40] Alcuni esponenti dell’Ordine raggiunsero anche importanti posizioni nella gerarchia ecclesiastica

[41] Successore di Celestino IV, a sua volta successore di Gregorio IX

[42] Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Reg. Vat. 21, cc. 433v-434r, nr. 129

[43] Fra' Giovanni da Schio o da Vicenza (1200 circa – 1265 circa) è stato un religioso italiano, frate domenicano che svolse un'intensa attività pastorale e politica in Italia Settentrionale nel XIII secolo. Dal 1247 al 1251 fu inquisitore nella provincia di Lombardia.

[44] Bernardo Gui (Royères, 1261 – Lauroux, 30 dicembre 1331), fu tra questi. È noto soprattutto per la sua opera come inquisitore e soprattutto per il famoso "Manuale dell'inquisitore" (la Practica Officii Inquisitionis Hereticae Pravitatis). Fu vescovo di Lodève ed è considerato uno dei più prolifici scrittori del Medioevo. Il suo lavoro più famoso è la Practica Officii Inquisitionis Hereticae Pravitatis, un trattato in cinque parti in cui fornisce una lista di importanti eresie dell'inizio del XIV secolo e dà consigli agli inquisitori su come interrogare membri di un particolare gruppo. Si tratta di un manuale delle prerogative e dei compiti dell'inquisitore: le citazioni, le condanne, le istruzioni per gl'interrogatori costituiscono un documento unico per lo studio dell'Inquisizione ai suoi inizi. Quest'opera, di cui si persero le notizie per lungo tempo, fu infine pubblicata in versione completa dall'abate Douais a Tolosa nel 1886.

[45] Fra' Salimbene de Adam da Parma (Parma, 9 ottobre 1221 – San Polo d'Enza, 1288) è stato un religioso e scrittore italiano, frate minore, seguace di Gioacchino da Fiore e autore della Cronica. Dalla sua Cronica si apprende che entrò nell'ordine dei Francescani nel 1238, contro la volontà del padre, e iniziò a vagabondare tra i conventi di Firenze, Ravenna, Reggio Emilia, Lucca e Parma. Di Salimbene de Adam ci è giunta solo una copia, parzialmente mutila, della sua Cronica, scritta in un latino che spesso muta in volgare, ricchissima di racconti e notizie, tanto da farne una delle fonti storiche più interessanti per il secolo XIII. L'autore attinse largamente dalla Cronica Universalis di Sicardo, di poco precedente. Si tratta di una cronaca della vita religiosa e politica italiana dei 120 anni che vanno dal 1168 al 1287, scritta con uno stile molto personale, dal quale traspaiono le caratteristiche di un autore complesso e multiforme: colto e vicino al volgo, spirituale e focoso, attento alla storia e cultore della Bibbia. Diversi dettagli rivelano la sua conoscenza contadina: ad esempio la calura che danneggia il frumento, o i frutti dei mandorli in Provenza quando a Genova stanno ancora fiorendo. È un'opera tanto viva quanto storicamente importante: restituisce in modo vivido il flagello delle guerre nello scontro tra Chiesa ed Impero, tratteggia le figure di papi e cardinali come di donne e popolani, mendicanti e profeti, tutti visti da lui da vicino. Quest'opera è anche la principale fonte per costruire la biografia del suo autore, che in essa parla con dovizia di particolari della propria vita e delle opere da lui scritte, che tuttavia non ci sono giunte.

[46] Secondo altre fonti sarebbe nato a Segalara, frazione di Sala Baganza, da cui deriverebbe anche il cognome.

[47] Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795

[48] Probabilmente fu una misura di sicurezza che Papa Gregorio X attuò per contrastare ulteriormente il dilagarsi dell’eresia: l’aumento del numero di ordini religiosi mendicanti e pauperistici era stato molto rapido e al contempo andava dilagando l’eresia catara, ma non solo. Si volle dunque evitare che gruppi di sette eretiche ottenessero l’approvazione ecclesiastica camuffandosi da ordini mendicanti, evitando così anche controlli dell’Inquisizione.

[49] Da alcuni documenti del processo risulta che Segarelli quando fu interrogato, avrebbe dichiarato che non era peccato il palpeggiamento di uomini e donne sia tra membri di sesso opposto sia tra membri dello stesso sesso. Paolini Lorenzo (a cura di), Acta S. Offici Bononie ab anno 1291 usque ad annum 1310, in "Fonti per la storia d'Italia", Istituto storico italiano per il Medio Evo, Roma, 1982

[50] Il nome dell’Inquisitore non è noto. Stando alle fonti dopo una rivolta del 1279 i Domenicani lasciarono volontariamente Parma, dove si trovava anche un monastero di Domenicani, però non è da escludere che lì comunque anche dopo l’Inquisizione abbia continuato a esercitare la propria giurisdizione quando occorreva.