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L’Eresia dei Catari e la Santa Inquisizione

Indice

Premessa

Il movimento Cataro

L’eresia catara a Parma: Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza

Fonti bibliografiche

      Siti internet

      Libri e saggi

      Manoscritti e miniature

 

Premessa

La storia dell’eresia e dei movimenti ereticali, quella di numerose città italiane e quella della Santa Inquisizione s’intrecciano spesso tra loro nel periodo medievale, ma non solo, anche nei secoli successivi. La storia che viene qui presentata, e che ha come obiettivo anche la descrizione dei costumi realizzati per rappresentare due figure non indifferenti della società medievale italiana ed europea, ha come sfondo la Parma dei secoli XIII e XIV e i protagonisti sono Elina (o Elena) de’ Fredolfi e Florio da Vicenza, inquisitore dell’Ordine dei Domenicani. Trovare notizie su questi due personaggi non è stato facile e devo ringraziare due cari amici per avermi aiutata a trovare alcune fonti.

 

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Il movimento Cataro

I Catari [1] erano un movimento ereticale medievale, originato probabilmente nel XII secolo in seno al periodo di crisi della Chiesa, durante il periodo della Lotta alle Investiture e in netta contrapposizione per ideologie e pratiche con la proposta di rinnovamento spirituale proveniente da Cluny. La provenienza geografica del movimento cataro non è certa, probabilmente erano originari dei Balcani, ma si diffusero rapidamente in tutta l’Europa occidentale tanto che già nel XII secolo si hanno tracce scritte della loro presenza in Renania, in Germania [2]. Si spinsero presto fino a Tolosa e raggiunsero anche l’Italia, specie al nord. Le fonti su questo movimento sono numerosissime e non sempre troppo chiare, tanto che gli storici hanno potuto individuare tante sfumature di questo movimento, noto con altri nomi e varianti nelle ideologie predicate nel corso dei secoli del Medioevo. I Catari ebbero infatti nomi diversi, indicanti i diversi focolari dell'eresia e anche le diverse tendenze di essa. D'origine balcanica sono i nomi di Publicani o Poplicani (Pauliciani), e di Bougres (Bulgari), dati loro nelle Fiandre e nella Francia settentrionale. Nella Francia meridionale vennero designati con il nome di Albigesi (da Albi, nella Linguadoca), Tolosani, ecc. La drammatica e sanguinosissima Crociata contro gli Albigesi, fu nientemeno che una crociata contro un gruppo di assidui seguaci dei Catari, ma da loro leggermente diversi per alcune varianti dell’ideologia. Il solo caso della crociata apre una vastissima parentesi che qui, in questo contesto ci porterebbe fuori argomento [3]. L’eresia dei Catari e quindi la loro dottrina non aveva caratteri unici, ma derivava principalmente da quella bogomila e manichea, oltre ad avere alcune sfumature del tutto simili alle ideologie di altre sette religiose dell’epoca e della tarda antichità.

 

Descrivere precisamente la dottrina non è affatto facile proprio per la somiglianza e la distorsione di varie caratteristiche prese da altre religioni, oltre al Cristianesimo ed al Bogomilismo [4] vi era il Manicheismo [5], e la setta dei Marcioniti [6]. Altra cosa che non permette di capire bene la vera origine dell’eresia catara è dovuta al fatto che a differenza di altre sette religiose antiche, medievali e moderne, i Catari non avevano un proprio fondatore, anche se non è da escludere la possibilità che tutto sia nato da individui – rimasti del tutto anonimi – che intendevano ribellarsi alle politiche ed alle regole delle due chiese principali dell’epoca, quella cattolica e quella bizantina ortodossa, le quali a loro volta non andavano molto d’accordo né erano sempre tolleranti l’una con l’altra nè verso le nuove religioni o sette. La distorsione e la mescolanza delle caratteristiche prese da varie religioni è certamente stato strumento per alcuni per raggiungere scopi personali, come il potere sulle masse e si vedrà, proseguendo la lettura, che i Catari più che perseguire la salvezza della propria anima perseguivano scopi molteplici ben diversi. Anche l’organizzazione del movimento cataro ne conferma l’aspetto settario, pur imitando esso per certi versi la struttura interna della gerarchia ecclesiastica cattolica, motivo che tra gli altri scatenò l’ira della Chiesa.  In assenza di un fondatore è logico e lecito presumere che il movimento fosse guidato da dei maestri o, come diremmo oggi, guru che si rifacevano a modo loro ai modelli di fondatori di altre sette da cui discendevano: distorcendo tutto quello che si poteva distorcere e condannando tutto quello che si poteva condannare alle due Chiese principali dell’epoca, specialmente quella Cattolica, che tra X e XII secolo attraversò forse il peggior periodo di crisi spirituale e morale della storia. La stessa idea che avevano i Catari di Dio, di Cristo è completamente stravolta e deformata rispetto alle principali dottrine cristiane dell’era paleocristiana e medievale e non riprende solo un modello dualistico, tipico di alcune religioni orientali, in cui Bene e Male sono antitetici. La visione del mondo e l’interpretazione delle Sacre Scritture dall’Antico Testamento all’Apocalisse era del tutto capovolta rispetto alla dottrina cristiana così come era nata nel I secolo d.C.

 

La visione dualistica della religione catara discendeva probabilmente da quella bogomila e manichea, tra loro simili. Secondo i miti cosmogonici [7] Catari, all'origine dell'universo stavano due princìpi sovrani, coeterni e antitetici i quali si combattevano per il dominio del mondo: Dio e Satana, spirito e materia, Bene e Male. Opera divina erano le creature angeliche e spirituali, sia che esse scaturissero per via di emanazione e d'ipostasi [8] dall'essenza divina e siano pertanto coeterne con Dio, sia che esse siano state tratte per virtù creativa dal nulla; opera demoniaca erano invece le creature materiali e terrene, sia che esse fossero state prodotte per virtù demiurgica [9] da Satana, cui Dio permise di organizzare la materia, separando e poi combinando diversamente i quattro elementi essenziali del caos: il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra (Concorezziani e Bagnolesi), sia che esse siano state create dal nulla, dal principio del male. Nell'uomo, dotato d'una duplice natura, spirituale e materiale, s'incontrano e si oppongono i due principî supremi [10]. L’anima, ossia la parte spirituale dell’uomo era la parte buona, quella gradita a Dio mentre il corpo essendo materia, era stato creato dal Demonio e imprigionava l’anima. Di conseguenza la salvezza dell'uomo, per i Catari, era possibile solo a patto della separazione dell'anima (lo spirito) dal corpo (la materia), che poteva essere conquistata solamente attraverso la sofferenza fisica e la morte. Quanto alla figura di Cristo per i Catari, mosso a compassione dell'uomo, Dio inviò nel mondo il Cristo, suo figlio, perché redimesse l'umanità dal demonio. Anche la nascita di Cristo nell’ideologia catara non è ancora ben chiara: per alcune fonti essi non ne riconoscevano la natura divina, ossia non credevano fosse figlio di Dio e come Lui, divino, ma semplicemente un angelo mandato sulla terra in sembianze umane e concepito da un altro angelo (Maria) che a sua volta avrebbe avuto solo in apparenza sembianze umane [11]. Questa credenza dei Catari contrastava con il dogma della nascita umana e verginale di Cristo, oltre che con i Vangeli secondo i quali Maria era vergine e senza peccato [12] (piena di grazia); i Catari negavano così anche la natura divina di Cristo in quanto figlio di Dio, concepito per volere di Dio [13] per opera dello Spirito Santo, riconosciuto in quanto spirito divino. Sempre secondo i Catari, e similmente all'antica concezione del docetismo gnostico, Cristo avrebbe rivelato all'uomo la sua vera natura, e come imprigionato al tempo stesso nella materia potesse raggiungere la liberazione dell’anima. Per la dottrina catara, essendo Cristo puro spirito e venendo sulla terra a liberare gli uomini senza però assoggettarsi alla loro stessa schiavitù, il corpo che egli prese e gli atti materiali che compì, dall'incarnazione sino alla passione, non furono che pura apparenza [14]. Come conseguenza di queste loro dottrine, i Catari negavano parecchi dogmi del cattolicismo, come la transustanziazione [15] e il sacrificio della messa [16], il battesimo materiale [17], l'esistenza del purgatorio [18] e l'utilità dei suffragi [19], la venerazione delle immagini e il culto delle chiese [20]; conservarono però alcune delle grandi feste cristiane, come il Natale, la Pasqua e la Pentecoste. Appare certamente contradditorio il festeggiamento da parte dei Catari di due delle più importanti festività cristiane se si pensa che dall’incarnazione alla passione di Cristo per essi era stata in realtà tutta apparenza e si fa anche fatica a trovare diverse interpretazioni del termine “apparenza” in questo contesto.

 

Dalle loro dottrine teologiche e metafisiche i Catari derivarono i principî della loro morale individuale e sociale. Poiché la salvezza consisteva nella separazione dell'anima dalla materia, era necessario mettere in pratica anche una durissima serie di precetti: ascetismo [21], verginità [22], astinenza dalla carne, povertà, condanna del matrimonio e della procreazione. Il radicale spiritualismo e il desiderio di liberarsi dai lacci corporali sfociavano talvolta nel ricorso alla morte volontaria per digiuno, l'endura.

 

Per quanto riguarda l'astinenza, occorre precisa che essa era una delle pratiche più caratteristiche della morale catara, permetteva infatti d'incorporare il meno possibile di materia e attenuava o sopprimeva l'azione esercitata dal corpo sull'anima, in pratica si cercava di raggiungere proprio l’endura, vissuta da loro come un martirio [23]. In tempi in cui il tasso di mortalità era altissimo, specie nei periodi di carestia, si fa fatica pensare ai Catari che rinunciano a qualcosa che molto probabilmente non potevano avere, almeno i credenti più poveri che avevano aderito alla loro dottrina e i Perfetti più fanatici; seppure non manchino documenti e testi che invece parlano di un’infiltrazione catara nell’alta società, nella nobiltà del mezzogiorno francese che tutt’altro era che povera e dedita al digiuno [24]. L’astinenza dei Catari consisteva inoltre nel consacrare al digiuno tre periodi dell'anno di 40 giorni ciascuno e nel praticare un ferreo regime vegetariano [25]. L'uso delle carni degli animali e di tutto ciò che da essi deriva, come il latte, il formaggio, e le uova, era considerato come un peccato mortale. Ammettevano solo il pesce nella loro dieta, poiché credevano che i pesci fossero animali a sangue freddo e quindi erano meno materiali [26] di quelli a sangue caldo, sia soprattutto perché credevano che non fossero generati per accoppiamento [27]. Il rifiuto di mangiare carni animali e loro derivati (uova e latte, quindi anche formaggi) era dovuto al fatto che gli animali che vivevano sulla terra oltre ad essere creature a sangue caldo si riproducevano per mezzo di rapporti sessuali e l’accoppiamento era visto alla stregua di un gravissimo peccato mortale. Ne derivava che essi rifiutassero anche a livello umano il matrimonio e quindi la procreazione che sono, invece, nel Cristianesimo il fulcro della formazione della famiglia, della comunità e della società. Questa fu tra le più gravi eresie predicate dal movimento cataro poiché andava contro le S. Scritture che essi stessi predicavano: in più passi della Bibbia si parla di matrimonio come fondamenta della famiglia e della società; un uomo e una donna uniti da Dio si uniscono e fanno figli. Nella Genesi (Gen 1,28) è scritto chiaramente che “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». E ancora si dice in Gen 2,24 “Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne “, parole riprese anche da Gesù e se per i Catari anche quello che aveva detto Cristo in realtà era stato solo mera apparenza, allora non si spiega come mai essi utilizzassero i Vangeli per predicare alle masse [28]. Il rifiuto del matrimonio e della procreazione derivavano probabilmente da quella convinzione, formulatasi grazie alla loro mitologia cosmogonica, che tutto ciò che era materia imprigionava l’anima, di conseguenza procreare era sinonimo di cedimento alla lussuria e ad imprigionare una nuova anima. L’atto sessuale era l'atto materiale per eccellenza, che, oltre ad avere invischiato nella materia Adamo e tutta la sua discendenza, era lo strumento più acconcio ad estendere e a perpetuare il regno di Satana, chiamando nuovi esseri alla vita terrestre e materiale dicono le fonti. La castità perpetua fu perciò una delle pratiche fondamentali del Catarismo e vi erano tenuti tutti gli aderenti al movimento, che ne facevano voto durante l’iniziazione. Come l'astinenza spinta sino alla pratica dell'endura tendeva a soffocare la vita individuale, così l'assoluta verginità era destinata a sopprimere la vita sociale nella sua radice. Lo stesso concetto pessimistico, che a torto si voleva derivare dal Vangelo, ispirava l'avversione dei Catari alle istituzioni fondamentali della società, come la proprietà privata e l'esercizio della giustizia. Peccato mortale era per gl'iniziati il possesso di beni terreni e quindi s’era obbligati a praticare la più assoluta povertà, sebbene le fonti abbiano evidenziato una contradditoria ricchezza nel sud della Francia al tempo della Crociata contro gli Albigesi e vedremo in seguito perché.

 

Figura 1 – Papa Innocenzo III scomunica i Catari ed indice una Crociata contro di loro. Miniatura tratta dalle Grandes chroniques de France del Mahiet e del Maestro del Messale di Cambrai (1332 e 1350). © The British Library, Royal 16 G VI, f. 374v [29].

 

Allo Stato negavano il diritto di repressione dei delitti, soprattutto quello della condanna alla pena capitale [30], e il diritto di muover guerre, sia pure difensive. Pur predicando contro la ricchezza dei signori e specialmente della Chiesa, in un’epoca in cui anche i vescovi erano diventati veri e propri feudatari, i Catari riuscirono a infiltrarsi persino nella nobiltà del sud della Francia convertendo o comunque facendo simpatizzanti tra i nobili. L’organizzazione interna della setta catara permette di capire meglio questo fatto, che portò poi allo scoppio della Crociata e la nobiltà del nord della Francia a sostituire quella del sud. I seguaci del Catarismo si dividevano in due classi fondamentali: i Perfetti e i Credenti. Ai Perfetti incombevano gli obblighi più essenziali del Catarismo: la povertà assoluta, l'astinenza dalle carni, la castità perpetua, ecc. All'iniziazione erano ammessi così gli uomini come le donne. L'iniziato che avesse già contratto matrimonio doveva separarsi per sempre dal proprio congiunto [31]. Sottoposti a una severa disciplina, i Perfetti facevano vita comune, vivendo in specie di conventi dei due sessi, e, quando viaggiavano, andavano come gli apostoli a due a due. Sull'esempio della primitiva comunità cristiana, la chiesa catara era governata da una gerarchia formata da vescovi e diaconi. Qualche antico scrittore parla anche d'un papa cataro, senza che si abbiano testimonianze certe al riguardo. È invece da ritenersi che il Catarismo formasse una specie di federazione di circoscrizioni ecclesiastiche, a capo d'ognuna delle quali stava un vescovo [32] [33]. I Credenti o simpatizzanti facevano invece professione di Catarismo, accordavano ai Perfetti protezione ed aiuto, ne accettavano la direzione spirituale, ne favorivano la propaganda, ne accoglievano la dottrina, senza però spingere all'estremo il loro ascetismo e continuando a vivere nel mondo, non distinguendosi apparentemente affatto dai cattolici. Frequentavano anzi, al pari di questi, le chiese e le funzioni religiose, e come essi lavoravano, mangiavano, assistevano alla predica dei Perfetti (appareillamentum "apparecchiamento"), durante la quale essi facevano una specie d'esame di coscienza, rendevano omaggio ai Perfetti (adorazione [34]), ne ricevevano la benedizione. In sostanza, i Credenti erano dei candidati all'iniziazione e allo stato di perfezione, che consisteva nel ricevere il consolamentum. Questo rito era una specie di battesimo spirituale, conferito con l'imposizione delle mani, e grazie al quale si entrava a far parte della comunità dei Perfetti. Esso faceva del credente un perfetto, capace di somministrare agli altri il consolamentum e di esercitare i riti della setta. Morendo "consolati", i membri della chiesa catara erano accolti nella beatitudine eterna, mentre gli altri che non erano stati “consolati” erano condannati a far penitenza trasmigrando di corpo in corpo [35]. Perciò i Credenti preferivano generalmente ricevere il consolamentum sul punto di morte, e di ciò prendevano impegno (convenientia) con i Perfetti. Talvolta se, appena "consolati", la morte tardava a venire, essi l'affrettavano lasciandosi morire di fame o suicidandosi [36].

 

Viste queste caratteristiche del Catarismo è difficile pensare che l’accusa di eresia abbia tardato a venire, e non solo dalla Chiesa, per cui era fondamentale per i membri o le autorità catare cercare dei protettori, ma questi non potevano essere certo poveri, mendicanti e contadini (elementi del popolo che furono tra i più fervidi accoglitori della loro propaganda); e chi meglio di nobili o comunque persone agiate e opportunamente convertite (Credenti) potevano proteggere i membri della chiesa catara? Chi meglio di un Credente altolocato poteva realmente aiutare i Catari (magari con denaro [37], vestiario, cibo) e favorirne la propaganda? Le fonti attestano che numerose e fiorenti scuole catare, in cui, oltre alla grammatica, si studiavano i testi biblici e s'insegnavano ed illustravano le dottrine della setta, erano disseminate in varie regioni e ad alcune di esse era annesso una specie di collegio, in cui fanciulli e fanciulle venivano raccolti ed allevati nello spirito della setta. Da tali scuole uscivano dottori assai versati nella conoscenza dei testi biblici e molto abili nel darne quelle interpretazioni letterali ed allegoriche che meglio servissero a difendere e illustrare le loro dottrine. Tale istruzione permetteva loro di potere, nei periodi di maggiore libertà e specialmente in Provenza, affrontare in pubbliche dispute, tanto i teologi cattolici quanto gli eretici rivali, i Valdesi. Molti Perfetti furono anche assai versati nella medicina, e di essa si servivano come strumento di propaganda. Tutto questo richiedeva un certo patrimonio in un’epoca come il Medioevo, non poteva essere fatto tutto nello spirito del baratto, dell’elemosina, specie se ad aderire all’eresia vi era anche la nobiltà che tanto povera non era e quando per la dottrina catara bisognava vivere poveramente. O era solo una regola per i Perfetti? Come poterono i Catari che predicavano e pretendevano la povertà aver accettato dei simpatizzanti altolocati che però alle ambizioni di ricchezza, specie a discapito della Chiesa non volevano rinunciare? E viene da chiedersi anche se veramente i Catari, specie i semplici Credenti di cui anche la nobiltà, fossero veramente fedeli alla dottrina e dunque poveri.

 

Nel XII sec., S. Bernardo lamentava con accenti accorati gli strepitosi successi degli eretici. Verso la fine del secolo l'eresia aveva, specialmente in Provenza, conquistato tutte le classi sociali, la nobiltà non meno che il popolo. Lo stesso clero non solo si mostrava impotente a neutralizzare la propaganda ereticale, ma spesso si mostrava tollerante e talvolta simpatizzante con essa. Forti dell'appoggio dei baroni e del popolo, i Catari non temevano di organizzare pubbliche conferenze in contraddittorio con i cattolici, di compiere pubblicamente i loro riti, predicare e cantare perfino nelle chiese stesse dei cattolici. Anche in Italia, specialmente a Milano, Parma, Firenze, Viterbo e in altri luoghi, gli eretici avevano conquistato una libertà e una forza notevoli. La Chiesa sembrava impotente di fronte a questa specie di “contro-chiesa” catara. Invano i papi avevano organizzato missioni e concilî per fiaccarne l'audacia e il proselitismo. S. Bernardo, verso la metà del sec. XII, Pietro cardinale di S. Crisogono nel 1177, Enrico abate di Chiaravalle nel 1281 avevano capeggiato le varie missioni, ma, nonostante l'ardore del loro apostolato e il loro prestigio personale, tutti i loro sforzi erano rimasti vani. La lotta riprese nuovo vigore per opera di Innocenzo III ma con scarsi successi, tanto più che invano questi si era perfino appellato al re di Francia Filippo Augusto. Intanto Diego, vescovo di Osuña nella Spagna, e il sottopriore del suo capitolo Domenico di Guzman (futuro fondatore dei Domenicani) si misero ad usare la predicazione e imitando la vita dei Perfetti come arma contro gli eretici, in modo probabilmente da rivolgere contro di loro la loro stessa eresia. In breve però i capi dei Catari divennero violenti man a mano che gli eretici si tornavano a convertire al cattolicesimo. La situazione degenerò fino alla Crociata che si trasformò in sterminio, senza selezione di eretici e non e permise in breve alla nobiltà del nord di rimpiazzare quella al sud riannettendo così quei feudi al regno di Francia.

 

Figura 2 – Immagine della Rocca di Montsegur, dei suoi resti oggi. Il castello di Montségur è uno dei castelli catari, e poi francesi, posti nella regione dei Midi-Pirenei, abbandonato alla fine del XVII secolo. La fortezza venne costruita nel 1204 sotto la direzione di Raymond de Péreille, signore del luogo, come estremo rifugio per i catari. Fonte immagine: Wikipedia [38]

 

È probabile che alcuni superstiti ai massacri, incluso l’ultimo di Montsegur del 1255, abbiano continuato a fare proselitismi a dispetto della Chiesa perché altrimenti non si sarebbero verificati i diversi processi per eresia catara che seguirono l’eliminazione della parte più grossa e potente della setta catara. La lotta all’eresia ormai aveva però dato il via ad una serie di eventi che portarono alla creazione di una macchina che tutti ben conoscono: la Santa Inquisizione.

 

L’eresia catara a Parma: Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza

Fra’ Salimbene non dà molte notizie sull’evento che vide coinvolta una seguace dei Catari (o del Segarelli) e le informazioni che possiamo trovare su di lei sono reperibili solo attraverso la Cronica e pochissime altre fonti che non si contano sulle dita di una mano. Non è dunque stato facile indagare per trarre notizie che permettano di fare chiarezza sulla vicenda che vide condurre al rogo due donne nell’Anno 1279 per eresia: Elina de’Fredolfi e Tedesca. Nella Storia della città di Parma di Ireneo Affò, l’autore riferisce che nella Cronica Salimbene la chiama Elina de’Fredolfi. Di lei non si conosce né l’età né lo stato sociale, anche è più probabile che si trattasse di una donna del popolo, come lo erano la maggior parte dei seguaci dei Catari (e poi degli Apostolici), sebbene gli storici confermino che tale eresia avesse attecchito anche nella nobiltà. Elina era natia di Parma, all’epoca facente parte della Lombardia ove erano in vigore le leggi anti-ereticali di Federico II e nei cui territori aveva giurisdizione anche il Tribunale dell’Inquisizione lombardo. La donna fu trovata rea di aver abbracciato le idee dei Catari «simili in gran parte a quelle del Segarello, non ancora bastantemente noto per la sua ipocrisia » [39] Chi è affezionato alle teorie cospirative e si è ormai convinto della leggenda nera della S. Inquisizione, penserà certamente che questa donna fosse stata scelta per mandarla al rogo per motivi diversi dalle accuse che le furono mosse e che tutto il suo processo fosse un castello di carte; ma questa volta la rea era veramente colpevole [40]. Le pochissime fonti che abbiamo di lei attestano che trovata rea di eresia, probabilmente nel bel mezzo di una predicazione [41], fu arrestata e consegnata al Tribunale dell’Inquisizione. A quel tempo era inquisitore in Lombardia con giurisdizione sul territorio e quindi anche su Parma, un tale Florio da Vicenza, alcune fonti lo chiamano anche Ilario, ma può essere un errore di trascrizione. Di costui abbiamo un numero maggiore di fonti cui attingere informazioni, tra cui le opere di Salimbene e il Chronicon Parmense [42]. Attorno alla precisa identità di Florio gravano molteplici dubbi, legati più che altro agli ultimi anni di vita e di attività inquisitoriale. Sembra invece comunemente accettata l’identificazione del futuro inquisitore nella persona del priore dei domenicani di Vicenza, il cui ufficio risulterebbe documentato dal 1266 al 1275. Le fonti esistenti ci consentono in realtà di anticipare al 1265 l’anno di inizio del priorato di Florio, non spingendolo con certezza oltre al 1270. Di certo sappiamo che fu successivamente subprior del convento di Venezia, incarico dal quale venne sollevato al momento della nomina ad inquisitore, il 2 ottobre 1278 [43][44]. Quello stesso anno infatti successe come Inquisitore al confratello Aldobrandino nella città di Ferrara [45]. L’anno successivo Florio risulta attivo sempre come Inquisitore anche a Bologna e a Modena: il 17 giugno di quell'anno, infatti, esaminò a Bologna un borsarius [46] di nome Giuliano, sospettato di eresia; dopo averlo di nuovo sottoposto ad esame il 13 luglio successivo, il 29 agosto emise la sentenza definitiva. Poco dopo era a Modena: il 20 settembre, in seguito al rogo di un eretico, scoppiò in quella città una sommossa contro di lui, nel corso della quale venne devastato il convento dei domenicani e trovò la morte un religioso [47]. Le fonti per quell’anno ormai lontano, il 1279 non parlano di ulteriori processi e condanne ad opera di Florio da Vicenza, ma questo non significa assolutamente nulla, per quanto riguarda i fatti di Parma. È vero che la maggior parte delle fonti lo vede attivo come inquisitore nell’area tra Modena, Bologna e Ferrara, molto lontana da quella di Parma, ma la sua presenza in questa città non deve apparire al lettore come una cosa eccezionale, essendo egli anche Inquisitore della Lombardia [48]. I documenti e le cronache su Florio da Vicenza relativamente ai fatti di Parma del 1279, tra cui anche la bolla Olim sicut accepimus del 7 maggio 1286 non lo citano espressamente con nome e cognomen toponomasticum, ma permettono di dedurre che si trattasse proprio di lui. Il dubbio sui fatti di Parma deriva anche dal fatto che le fonti fanno menzione di altri tre domenicani attivi nell’area di Emilia e Veneto tra la fine del Duecento ed il primo decennio del Trecento, e che portarono il nome di Florio. Per uno solo di essi è ricordato anche il cognomen toponomasticum. Così stando le cose, è problematico stabilire anche in via ipotetica collegamenti tra Florio da Vicenza ed i frati predicatori coevi suoi omonimi. I fatti successivi al rogo di Parma del 1279 come la rivolta che ne seguì e le sommosse contro i Domenicani del periodo successivo che portarono l’Inquisitore a dover rivedere il proprio atteggiamento nella caccia all’eresia e nelle modalità di processo, confermano che si trattasse proprio del Florio da Vicenza di cui è specificato il toponomasticum. Mancando atti processuali ufficiali del processo in cui si citi anche il nome dell’Inquisitore che tenne gli interrogatori ed emise la sentenza, si possono solo fare delle ipotesi su cosa avvenne veramente a Parma nel 1279 [49]. Arrestata e condotta al Tribunale dell’Inquisizione, Elina fu interrogata. Anche sull’interrogatorio, in mancanza di atti, non si hanno notizie e nella Storia della città di Parma l’autore sostiene che questa fu solamente ammonita e non fa nomi di inquisitori, per cui è lecito supporre che Florio forse non era presente, non ancora [50], anche se le notizie che si hanno su di lui e sulla sua attività fanno pensare che fosse solito anche interrogare gli imputati. Non va dimenticato in questo punto che si è al tempo in cui gli Apostolici avevano iniziato la loro attività e in cui Segarelli si era già ribellato e a Parma la diocesi era governata da Obizzo Sanvitale, lo stesso che incarcerò per compassione il Segarelli nella speranza che abiurasse, credendolo perfino pazzo. Accusata di essere una seguace dei Catari – accusa molto probabilmente mossa anche al Segarelli per l’affinità delle ideologie con quelle del Catarismo – Elina fu persuasa ad abiurare e poi fu rilasciata. Nella Storia della città di Parmasi parla di un dolce ammonimento ma è dubito, salvo l’eretica non abbia avuto la fortuna di essere interrogata da Obizzo, lo stesso Vescovo, figura che forse all’epoca in un caso del genere poteva concedere la grazia. Nella più sfortunata delle ipotesi, Elina potrebbe essere stata interrogata proprio da Florio da Vicenza ed eventualmente anche torturata, sebbene sull’uso della tortura da parte dell’Inquisitore vicentino le fonti dicono poco e sono molto vaghe [51], ma il permesso papale da parte del pontefice ad usare eventualmente la tortura per far confessare gli imputati era già in vigore dal 1252. Molte sono le leggende metropolitane sulle modalità di tortura delle donne in epoca medievale da parte dell’Inquisizione e non mancano dettagli raccapriccianti indegni di essere pronunciati, ma le fonti storiche in possesso agli studiosi hanno evidenziato che il più delle volte si sottoponeva l’imputato, maschio o femmina che fosse, alla ruota (che tirava le membra fino a lacerarle) o si ustionavano varie parti del corpo (in genere braccia, gambe e petto) con tizzoni ardenti. In questi casi era richiesta anche la presenza di un medico che doveva curare le ferite provocate all’imputato, sulle quali l’inquisitore avrebbe opportunamente tornato a calcare la mano in fasi successive, qualora non fosse riuscito a ottenere una confessione. Brutale certamente, indegno se si pensa che a operare in tal modo furono dei monaci e uomini di Chiesa, contrario a ogni messaggio divino, ma questa è la verità storica. Non mancano certamente talvolta descrizioni dell’epoca di chi parteggiava per certi eretici o movimenti ereticali e spesso i sopravvissuti alle torture [52] avevano ben motivo di screditare l’Inquisizione in tutti i modi e la fantasia era un grande aiuto, ma proprio per la peculiare parzialità di queste fonti, spesso tramesse prima oralmente e poi trascritte, non è prudente prenderle per oro colato, anche quando la tortura fosse stata usata su delle donne. Certamente l’uso della tortura, in qualunque epoca e indipendentemente da chi la esercitava fu uno strumento che assicurava il 99,9 % delle confessioni degli imputati e qualora fosse stata usata anche su Elina, è lecito presumere che questa in un primo tempo abbia deciso di confessare e abiurare, altrimenti non si spiega perché rilasciarla, come racconta l’autore della Storia della città di Parma. Tornata in libertà, ricadde nell’errore o probabilmente non ne era mai uscita. Potrebbe aver ritrattato per assicurarsi la libertà, convinta di riuscire in un secondo tempo a continuare il suo apostolato il che evidenzia una certa arroganza di questa donna, una superbia eguale a quella che avevano tutti gli eretici che non tornavano mai veramente sui loro passi. Uscita dal carcere Elina riprese più accanita di prima le sue predicazioni e fece persino una nuova seguace, una certa Tedesca, moglie dell’albergatore Ubertino Biancardo, della Vicinanza di San Giacomo. Colta di nuovo in flagranza di reato, questa volta fu consegnata insieme alla seguace al braccio secolare, processate, probabilmente torturate e condannate a morte per rogo. In tal caso è certa la presenza di Florio da Vicenza come documentato dalle cronache. Sulla Piazza della Ghiaia di Parma, fu preparato il rogo delle due donne, con pali, fascine e con il popolo spettatore. Per quanto assurdo possa sembrare le esecuzioni pubbliche in epoca medievale sollecitavano un perverso piacere nel popolo osservatore che subito dopo inveiva e faceva sommosse contro gli esecutori delle condanne. Dopo aver assistito al rogo finchè le due donne non furono incenerite, mossi da piacere perverso e falsa compassione, il popolo si ribellò contro l’Inquisizione iniziando ad accusare il domenicano di essere snaturato e crudele. In breve l’ira del popolo raggiunse picchi critici e armati di qualsiasi cosa capitasse loro a mano, i popolani si recarono a saccheggiare il convento dei domenicani, uccidendone perfino uno che era vecchio e cieco, del tutto estraneo ai fatti. Qui si rivela una strana somiglianza con eguale evento del 1278 di Modena che vide sempre come inquisitore Florio da Vicenza. Secondo Parmeggiani, si tratterebbe di un errore di Zanella [53] che ritiene che la rivolta sia avvenuta a Modena, ma in realtà, come dimostrano anche le fonti dell’epoca, avvenne a Parma. In seguito alla rivolta i Domenicani lasciarono Parma ma poco dopo la città fu colpita da interdetto e scomunica per diversi anni. Il fatto che la rivolta prese di mira non già la singola persona di Florio, bensì l’intero convento dei Predicatori, è sintomatico dell’estensione della “colpa” dell’inquisitore all’intero ordine. Questa assimilazione di identità sembra del resto confermata dalla lettura di alcuni passi della Cronica di Salimbene, quando vengono indicati come responsabili del rogo i domenicani tout-court. Come è già stato notato, l’episodio di Parma non rimase un caso isolato: sommosse analoghe furono, anzi, numerose , a testimonianza dell’insofferenza popolare – ma anche da parte delle autorità comunali – nei confronti della presenza del tribunale inquisitoriale che proprio in quegli anni andava radicandosi sempre più concretamente nel contesto urbano. Quello che colpisce, e dovette pesantemente condizionare lo stesso Florio, fu la proporzione e la violenza del tumulto, la cui eco era ancora viva a più di vent’anni di distanza nelle parole dei rivoltosi che contestarono pesantemente nel 1299 a Bologna le condanne al rogo decretate dall’inquisitore Guido da Vicenza [54]. Le fonti fino a noi giunte non testimoniano, successivamente ai fatti di Parma, alcuna condanna “al braccio secolare”, mostrando – piuttosto – una certa prudenza da parte dell’inquisitore, se non talvolta una marcata attitudine alla clemenza ed al perdono [55]. Verso la fine del secolo Florio cessò probabilmente l’attività d’inquisitore venendo progressivamente sostituito da un confratello vicentino, tale Guido, citato sopra e in altri casi fu sostituito dal vicario, Galvano da Budrio. Dopo il febbraio del 1298, egli non appare più ricordato dalle fonti per diversi anni, sino al 1308, quando venne coinvolto nell'inchiesta ordinata, il 28 agosto 1307, dal papa Clemente V sull'operato degli inquisitori dell'Italia settentrionale [56]. Con lettere del 3 aprile, dell'11 giugno e del 19 luglio 1308, infatti, il pontefice disponeva che s’indagasse in particolare sulla consistenza delle accuse di malversazione [57] mosse sia contro Florio ed un suo confratello Parisio da Mantova, "un tempo inquisitori", sia contro i vescovi di Ferrara, Guido, e di Comacchio, Pietro. È questa l'ultima notizia sicura su Florio da Vicenza che sia giunta sino a noi [58]. Alla fine anche l’Inquisitore fu inquisito, ma non fu mai indagato per i metodi e le procedure da lui usate durante la sua attività di inquisitore. Il giudizio che si ha di quest’uomo non è certo positivo agli occhi degli storici, seppure nessuno gli abbia mai attribuito la fama di uomo spietato e sanguinario, ottuso e perverso, malgrado le fonti facciano pensare che talvolta si sia servito della tortura per ottenere una confessione. Fermo, impassibile, determinato, colto e sicuramente anche intelligente fu apprezzato dai colleghi, ma questo certo non basta a togliere l’ombra dal suo curriculum né a toglierla purtroppo dall’Ordine di cui faceva parte.

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Fonti bibliografiche

Siti internet

Libri e saggi

  • Contra haereticos sui temporis, di Hugo Rotomag, 1255
  • A History of Medieval Heresy and Inquisition di Deane, Jennifer Kolpacoff; Rowman & Littlefield Publishers, Inc. 2011
  • Apostoli e flagellanti a Parma nel Duecento secondo nuovi documenti di F. Bernini, 1935 pp. 353-357
  • Archivio Corona, gen. 7175; Arch. di Stato di Padova.
  • Documents pour servir à l'histoire de l'Inquisition en Languedoc di C. Douais, Parigi 1900
  • Dominicans, Muslims and Jews in the Medieval Crown of Aragon di Robin Vose. Cambridge University Press, ed. 2009
  • Explicatio super officio inquisitionis. Origini e sviluppi della manualistica inquisitoriale tra Due e Trecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012 di Riccardo Parmeggiani
  • Ferdinando del Castello, 1589
  • Histoire et doctrine de la secte des Cathares ou Albigeois, di C. Schmidt, Parigi 1849, voll. 2;
  • Historia Generale Di S. Domenico Et Dell'Ordine Suo De'Predicatori di Copertina anteriore
  • History of the Inquisition of Middle Age di Ch. Lea, Londra 1888
  • Itinerari ereticali. patari e Catari tra Rimini e Verona di G. Zanella, Roma 1986, pp. 28, 30, 33, 91;
  • L'eresia del male di R. Manselli, Napoli 1953
  • L'eresia nel Medioevo di F. Tocco, Firenze 1884, pp. 73-134
  • L'eresia nella Cronica di fra Salimbene, di Mariano da Alatri, in Eretici e inquisitori in Italia. Studi e documenti, I, Il Duecento, Roma 1986, pp. 68, 73;
  • Liber antihaeresis di Everardus de Beth, Bibl. PP. Lugd., Parigi 1644, IV, 1073
  • L'inquisitore Florio da Vicenza, in Praedicatores - Inquisitores - I. The Dominicans and the Mediaeval Inquisition. Acts of the first International Seminar on The Dominicans and the Inquisition (Rome, 23-25 February 2002), Roma, Institutum historicum fratrum Praedicatorum, 2004, pp. 681-699 di Riccardo Parmeggiani, Università di Bologna Alma Mater Studiorum, Dipartimento Storia Culture Civilità
  • Nascita, vita e morte di un'eresia medievale, a cura di R. Orioli, Novara-Milano 1984, pp. 80, 226;
  • Regesti di pergamene di archivi ecclesiastici ferraresi, Inquisizione, A. Franceschini, p. 1 n. ib; Chronicon Parmense ab anno MXXXVIII usque ad annum MCCCXXXVIII, a cura di G. Bonazzi, ibid., XV, 2, pp. 35 s., 41, 52 s.;
  • Serm. XIII adv. Catharorum errors di Ekbertus
  • St. Francis of Assisi and Nature: Tradition and Innovation in Western Christian Attitudes toward the Environment di Roger D. Sorrell. Oxford University Press, USA, 1988
  • Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795
  • Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 Vol I di IV.
  • Summa contra haereses di Alanus
  • The Medieval Tailor's Assistant: making common garments 1200 -1500 di Sarah Thursfield. Ruth Bean Publishers ed., 2001
  • Un traité inédit du XIIIe siècle contre les Cathares, in Ann. de la Fac. de lettres de Bordeaux, V, fasc. 2 di Ch. Molinier.
  • Vita del glorioso patriarca S. Domenico tratta da' scrittori coetanei di lui, e da altri autori celebri di Francesco Serafino Maria Loddi, 1727
  • Vita haereticorum di Bonaccursus

 

Manoscritti e miniature

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Note

[1] Càtaro, dal greco katharòs cioè i puri

[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/Catari Enciclopedia Dantesca (1970)

[3] Con questo nome sono designati comunemente, dalla città di Albi, gruppi di eretici affini ai Catari, del mezzodì della Francia; sebbene più esattamente si sarebbero dovuti designare dalla città di Tolosa, dove erano più numerosi e potenti. Affini ai Catari avevano nella loro ideologia anche aspetti comuni ad altre sette ereticali tardo antiche e medievali. Man a mano, come del resto avevano fatto e fecero altri movimenti ereticali, tra cui i Catari, anche gli Albigesi si misero a predicare contro la Chiesa, approfittando dell’ignoranza del popolo, ignoranza di cui loro stessi non erano per nulla carenti, sfruttandone tutti i possibili difetti, a partire dal fatto che oltre ad avere un potere spirituale, la Chiesa esercitava anche un potere temporale: i vescovi e gli ecclesiastici erano anche signori feudali, ed erano ricchi. Siccome in epoca medievale a stare male non erano i signori ma fondamentalmente i ceti più poveri del popolo, l’eresia attecchì in questi ceti più che mai. Le fonti attestano che nel mezzogiorno francese, in Linguadoca, l’eresia aveva fatto curiosamente radici anche nella nobiltà locale. Si può dire che in alcuni luoghi, come nell'alta Linguadoca, quasi tutta la nobiltà era favorevole all'eresia, e questa esercitava tanta influenza, che i Perfetti furono talora scelti come arbitri nelle questioni dei signori. Questa influenza, e con essa il largo diffondersi della setta, sono dovute a cause molteplici. L'autorità del potere sovrano era ridotta quasi a nulla nel paese, che era diviso in grandi signorie ecclesiastiche e laiche, le quali rivaleggiavano fra loro per il predominio. Quasi dappertutto i signori laici cercavano d'ingrandirsi a danno delle signorie e dei possessi della Chiesa; e la dottrina albigese, per la quale la Chiesa non aveva alcun diritto di possedere, anzi piaceva a Dio che la si spogliasse, corrispondeva alle ambizioni della nobiltà. Ciò mette certamente in risalto agli occhi degli storici e dei lettori una forte contraddizione ed il paradosso. La situazione portò a sfiorare la guerra civile dato che il potere regio era quasi nullo, il Papa aveva invano sollecitato il Re di Francia Filippo Augusto che si era assolutamente disinteressato della cosa e i soli a rispondere furono il Vescovo di Narbona ed il fondatore dei Domenicani: Domenico di Guzman che per contrastare con la predicazione albigese si misero a loro volta a predicare scegliendo la povertà assoluta. Tuttavia poco servì e l’arroganza dell’eresia aumentò tanto da portare alla morte di un canonico che aveva combattuto gli Albigesi, ucciso da un vassallo del conte di Tolosa e giacché la nobiltà in quei luoghi era dalla parte degli eretici, il conte fu accusato di complicità e costretto a penitenza. La morte del canonico fu la proverbiale goccia e in breve fu indetta la crociata contro gli Albigesi che si tradusse in un vero e proprio massacro del nord contro il sud della Francia e la nobiltà del nord pensò che forse era ora di fare “pulizia etnica” tanto da sostituirne completamente la nobiltà locale. L’ultima roccaforte degli Albigesi cadde nel 1255 dopo decenni di lotte ponendo fine per sempre al potere dell’eresia albigese nel mezzogiorno francese. Questo non segnò la fine dei Catari o delle sette affini, anzi, questi continuarono anche dopo, forse con un po’ meno arroganza per evitare altri stermini, ma ormai la mano della Santa Inquisizione era già stata armata e messa all’opera. Quando si sente parlare quindi di Albigesi, qui si chiude la nostra parentesi, non si intende solo Catari, ma una setta affine ai Catari, con alcune varianti ideologiche.

[4] Il Bogomilismo fu una setta eretica cristiana, sorta nel X secolo come derivazione dalla setta affine dei pauliciani che si erano trasferiti nella Tracia e successivamente in Bulgaria. Successivamente si sviluppò nel XIII secolo anche in Serbia e Bosnia. Il bogomilismo rappresentò uno sviluppo del dualismo orientale, che riteneva che la realtà fosse retta dai principi di Bene e Male, ed influenzò la nascita e lo sviluppo del movimento dei Catari. La dottrina bogomila aveva dell’inverosimile ed assurdo perfino all’epoca in cui sorse dato che predicava oltre al dualismo, anche un certo legame tra le due controparti, ovviamente tutto quello che era mortale e materiale era opera del demonio, il mondo era il grande tranello di Satana, la croce era un simbolo blasfemo, ecc. erano inoltre avversi all’ortodossia e quindi contrari anche alla Chiesa Bizantina Ortodossa.

[5] Dal lat. tardo Manichaeus, che si rifà al nome del fondatore di questa dottrina, Mani (216-277 d. C.) o, come fu chiamato in Occidente, Manicheo.

[6] Si riferisce all’opera, alla dottrina di Marcione, al movimento religioso da lui iniziato. Eretico (n. Sinope 85 d. C. circa - m. 160 circa). Di agiata condizione, si trasferì a Roma; quando espose le sue tesi sulla totale inconciliabilità tra Nuovo e Vecchio Testamento fu subito scomunicato. Dalla sua predicazione sorse un movimento religioso, il marcionismo che ebbe vasta diffusione fino al 5° secolo.

[7] Si riferisce alla cosmogonia, intesa come mito, dottrina o poema che hanno per oggetto la formazione dell’Universo e del Creato.

[8] Nel linguaggio teologico la parola assunse anche il significato di «persona», con riferimento alla Trinità (per cui in Dio vi sono tre ipostasi e una sola natura), oppure quello di «natura divina», con riferimento a Cristo. L’ambivalenza del termine ha dato luogo, nei primi secoli della storia della Chiesa, a numerose e lunghe controversie in campo sia trinitario sia cristologico. Sempre in teologia indica anche ognuna delle entità divine rispetto all'identica loro sostanza. Nel linguaggio letterario significa personificazione, rappresentazione concreta di una realtà astratta o ideale.

[9] Nella filosofia platonica, il dio artefice dell’universo, principio dell’ordine cosmico. Nella filosofia gnostica, divinità ordinatrice del mondo, distinta dal dio supremo.

[10] Da questo dualismo, spiegato dagli eretici miticamente attraverso narrazioni diverse, deriva l'intima lotta che lacera la coscienza dell'uomo, la cui anima è schiava della materia.

[11] Questa concezione andava a minare il dogma della nascita verginale di Cristo, che non deve essere confusa con quello dell’Immacolata Concezione (assenza del peccato originale in Maria), dogma invece proclamato da papa Pio IX l'8 dicembre 1854. Il dogma dell’Immacolata concezione fu in un certo senso confermato nel 1854, ma era oggetto di studi, dibattiti, trattati teologici fin dall’Alto Medioevo.

[12] Il dogma dell’Immacolata Concezione ci mise parecchi secoli e incontrò molti ostacoli prima di prendere forma ed essere ammesso e ufficializzato. Si tratta di un dogma difficile da comprendere, con fondamenti biblici che hanno a loro volta una esaustiva spiegazione anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica: http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p122a3p2_it.htm. Con la teologia scolastica medievale iniziò però la discussione sulle effettive modalità con cui descrivere teologicamente il concetto per cui Maria era senza peccato: i teologi precedenti, orientali e latini, sono concordi nell'affermarlo, ma non entrano nel merito della ragione teologica, lasciando dunque la cosa come una sorta di eccezione ad hoc immotivata, lasciando in filigrana il contrasto col dogma della natura umana universalmente corrotta e con la redenzione universale operata da Cristo. Anselmo d'Aosta (m. 1109) sostenne che Maria, concepita come tutti gli uomini nel peccato originale, fu anticipatamente redenta da Cristo, prima della nascita del Salvatore. La redenzione anticipata di Anselmo è sostanzialmente ripresa dai grandi teologi scolastici. È solo con Duns Scoto che prende forma il dogma come poi fu fissato dal magistero: il teologo francescano sostiene non la "redenzione anticipata" di Anselmo e degli scolastici, ma la "redenzione preventiva" o "preservativa". Diversamente dai predecessori infatti non dice che Maria fu concepita nel peccato originale e poi redenta, ma che fu concepita senza peccato originale. Il suo ragionamento ribaltò i termini della questione: Maria non fu un'anomala eccezione (o un caso anticipato) dell'opera redentiva di Cristo, ma la conseguenza della più perfetta ed efficace azione salvifica dell'unico mediatore. Nei secoli successivi i teologi cattolici furono sostanzialmente divisi sulla questione: a grandi linee, i domenicani sostenevano la redenzione anticipata degli scolastici ("macolisti"), mentre i francescani sostenevano la redenzione preventiva di Scoto ("immacolisti"). Lungo i secoli la posizione del magistero è stata prudente: per quanto il chiaro e definitivo pronunciamento pontificio si ebbe solo nel 1854, furono diversi gli interventi a favore della posizione immacolista. Papa Sisto IV (m. 1484) introdusse a Roma la festa liturgica della Concezione. Sul piano dogmatico non si pronunciò, ma con le bolle Cum Praeexcelsa (1477) e Grave Nimis (1482) proibì a macolisti e immacolisti di accusarsi vicendevolmente di eresia. Papa Alessandro VII emanò nel 1661 la bolla (che non ha l'autorevolezza e il significato teologico dell'enciclica) Sollicitudo, dove si dice a favore dell'Immacolata Concezione. Clemente XI nel 1708 rende universale la festa dell'Immacolata, già localmente celebrata a Roma e in altre zone della cristianità. Solo nel 1854 però la Chiesa ufficializzò il dogma e fissò la data della festività.

[13] Furono molti già nei primi secoli della storia del Cristianesimo a non riconoscere la nascita verginale di Cristo per opera di Dio, vuoi per la difficoltà umana a capire e accettare una cosa simile, vuoi in parte anche per la mentalità dell’epoca.

[14] Si tratta di un non-senso oltre che un’eresia vera e propria essendo esplicitamente scritto nei Vangeli che Cristo operò miracoli guarendo ciechi, muti, indemoniati, ecc.; sempre nei Vangeli è scritto che fu tradito, arrestato, flagellato, morì crocefisso, fu sepolto e resuscitò in corpo e spirito dopo tre giorni come lui stesso aveva preannunciato; tanto è vero che gli apostoli trovarono il sepolcro vuoto con la pietra spostata da una parte. Non poteva essere pura apparenza così come non potevano esserlo la tortura della flagellazione e quindi la Passione e la Crocefissione. Non potevano essere apparenza la morte fisica ed il corpo resuscitato che Tommaso toccò nei segni dei chiodi delle mani. Inoltre la pratica della crocefissione era tra le peggiori pene capitali praticate dall’Impero Romano, che non era certamente pura apparenza. Ci si domanda quindi, con un certo sgomento, come, pur con la mentalità dell’epoca, gli eretici potessero ad un’eresia che negava la realtà storica dei fatti senza però spiegarla in nessun altro modo.

[15] Nella teologia cattolica, mutare di sostanza, con riferimento al pane e al vino che cambiano la loro sostanza in quella del corpo e del sangue di Cristo, nella consacrazione. Raro con uso attivo:... sebbene Cristo assuma e transustanzii nelle sue carni e nel suo sangue la sostanza del pane e del vino (Rosmini).

[16] Anche in merito a questo passo nel corso del Medioevo a partire dal IX secolo si ebbero diversi dibattiti, e non tutti accettarono il dogma ed il suo simbolismo. Alcuni arrivarono a paragonare il dogma della transustanziazione al cannibalismo rifiutando così la stessa eucarestia come sacramento; tra questi vi erano i Catari stessi.

[17] Anche in questo caso i Catari si auto-accusavano di eresia poiché proprio nei Vangeli Cristo si fa battezzare con acqua nel Giordano e i Catari conoscevano le Sacre Scritture e le predicavano, quindi non potevano non conoscere questi passi.

[18] Uno dei tre regni dell’oltretomba cristiano, insieme all’inferno e al paradiso; nella tradizione, affermatasi nel 12° secolo e divenuta dottrina di fede per la Chiesa cattolica dopo il Concilio di Trento, lo stato intermedio e transitorio di espiazione, rappresentato come il luogo in cui le anime dei giusti, morti nello stato di grazia imperfetta, si purificano dalle colpe veniali come dalle mortali già rimesse, in attesa di venire ammesse in paradiso alla visione di Dio. Nel Pastore di Erma, un testo del II secolo, vi sono chiari ed espliciti riferimenti ad uno stato, successivo alla morte terrena, in cui è necessario purificarsi prima dell'ingresso in Paradiso. Tale testo non rientra però nel canone muratoriano dei testi considerati ispirati da Dio, nonostante il canone risalga ad un'epoca successiva a quella del testo. Inoltre esso in diversi punti contraddice alcuni dogmi e non è un testo didascalico ma un racconto di presunte visioni. In modo più specifico, la dottrina del Purgatorio venne definita dal secondo Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel Concilio di Trento, nel 1563.

[19] Le messe e tutte le funzioni religiose, cerimonie, preghiere per la salvezza delle anime del purgatorio. Nella teologia cattolica, qualunque favore spirituale che un fedele fa a un altro perché membro della stessa Chiesa, corpo mistico di Cristo; in senso più stretto, opera buona fatta da un fedele per ottenere ad altra persona la remissione della pena temporale dovuta al peccato già perdonato.

[20] Il culto dei Santi è fondamentale nella dottrina cristiana cattolica e diffuso anche in quella ortodossa greca sebbene con alcune varianti, mentre non è riconosciuto dai protestanti e dalle religioni discendenti dalle chiese riformate. Il concetto che più si avvicina a quello di santo nell'Ebraismo, è quello dello tzadik, una persona retta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto. Il Talmud e la cabala offrono varie idee circa la natura e il ruolo di questi 36 tzaddikim. Il termine può essere usato genericamente per indicare una qualsiasi persona giusta. Per quanto riguarda invece l’Islam, benché la religione islamica non preveda differenze tra gli uomini, e l'ortodossia escluda perciò di contemplare una categoria "speciale" di persone ad un livello superiore rispetto agli altri uomini in termini di santità, la religiosità popolare ha sempre amato distinguere, con vari tipi di riconoscimento, delle persone dotate di "santità". Il termine genericamente impiegato per indicare questi "santi" islamici è quello di wali, "amico (di Dio)". Ad essi vengono attribuite non solo doti di zelo religioso ma anche qualità taumaturgiche, profetiche, di intercessione. È opinione diffusa nel mondo islamico che nel mondo siano sempre presenti, mescolati alla gente comune, trecento "santi", persone particolarmente dotate di favori divini, ignoti gli uni agli altri e distribuiti in modo gerarchico.

[21] Il complesso delle pratiche esteriori (rinunce, penitenze, mortificazioni, ecc.), dell’atteggiamento spirituale e anche delle dottrine, miranti al raggiungimento di una purificazione rituale e spirituale e alla conquista della perfezione religiosa in un assoluto distacco dal mondo. Termine inizialmente legato alla concezione cristiana ma poi usato nella storia delle religioni per indicare un fenomeno presente in diverse aree e culture: quel modo di vita e quel complesso di pratiche rituali che tendono a rendere possibile all’uomo una condizione diversa da quella ordinaria, realizzando uno stato considerato superiore dal punto di vista dei valori religiosi. Se nell’uso prevalente il termine indica un complesso di pratiche negative (solitudine, mortificazioni, astinenze, digiuni, flagellazioni ecc.), in connessione a una svalutazione della sfera del corporeo contrapposta alla sfera dello spirituale, in culture ove non si presenta un dualismo spirito-corpo esistono esperienze diverse e anche positive, sicché possono entrare nella pratica ascetica anche pratiche che concernono positivamente la sfera del corporeo (potenziamento e controllo di certe capacità fisiche e organiche). I Catari probabilmente vissero l’ascetismo in modo negativo, in virtù della loro ideologia poiché per loro la morte era la sola modalità per liberare l’anima dopo aver praticato eventualmente ogni sorta di vessazione corporale. Questo mette la religione catara in netta contrapposizione con il Cristianesimo che non vieta l’ascetismo, e lo vive decisamente in modo diverso e si contrappone inoltre anche alle vite di molti eremiti, divenuti poi anche Santi, in cui l’agiografia è ricca.

[22] Per verginità si intende quasi sempre certamente quella fisica, ossia la mai avvenuta consumazione di un rapporto sessuale che nella donna ha come conseguenza la deflorazione, ma in senso più ampio verginità è anche sinonimo di castità, purezza, continenza davanti alla tentazione, alle passioni di ogni genere. Nella teologia cattolica, virtù che consiste nella rinuncia a ogni rapporto sessuale; in una vita consacrata solo a Dio lo stato verginale è quindi considerato uno stato perfetto della castità. La Benedizione delle vergini è un antico rito cristiano caduto in disuso alla fine del Medioevo, per consacrare il voto di verginità delle religiose. Per i Catari la verginità era fondamentale, specie per gli eletti anche se secondo alcune fonti si tratterebbe di un’ipocrisia della setta dato che

[23] Per liberare più rapidamente l'anima dal corpo, specialmente dopo aver ricevuto il battesimo spirituale, i Catari non raramente ricorrevano al suicidio, o meglio alla morte volontaria e liberatrice provocata dall'astinenza completa da ogni nutrimento. Questa morte per fame era nota specialmente nella Francia meridionale sotto il nome di endura. Essa serviva a far sì che il carisma spirituale ricevuto con l'imposizione delle mani non andasse compromesso e perduto. Qualche volta gli stessi ministri Catari condannavano alla morte per digiuno coloro che erano stati purificati in virtù dell'iniziazione. Questo era anche il segreto per cui il cataro, libero da ogni legame materiale e morale, da ogni vincolo domestico e sociale, solo preoccupato di prepararsi a morire in modo da eludere le insidie di Satana e ricongiungersi all'essenza divina, affrontava con lieto coraggio, nei periodi di persecuzione, la morte.

[24] Quando scoppiò il caso della Crociata albigese, il mezzogiorno francese aveva la nobiltà quasi tutta convertita al Catarismo.

[25] Basti pensare in tempi di carestie e saccheggi, quando l’agricoltura e gli allevamenti erano i primi a risentirne, non solo i Catari, ma tutta la popolazione era stretta dalla morsa della fame.

[26] La fonte da cui è tratta questa descrizione della dieta catara non fornisce alcuna interpretazione della visione dei Catari circa il fatto che i pesci sembrassero meno materiali delle altre specie animali sulla terra e che per il fatto di essere a sangue freddo, potessero essere mangiati. Probabilmente quanti hanno scritto in epoca medievale sul mondo cataro, altrimenti oggi non si saprebbe nulla in merito, devono essere stati membri o aver convissuto a fianco di membri del movimento per conoscerne così bene anche le convinzioni in materia alimentare, pur non fornendo a loro volta alcuna spiegazione di alcun genere. È dubbio e non credibile ipotizzare che i Catari potessero ritenere l’elemento acqua meno materiale degli altri tre. È probabilmente un altro dei grossi non-sensi che caratterizzarono l’eresia catara.

[27] Questo orrore per la carne si traduceva anche nel divieto di uccidere gli animali, nei quali alcune sette credevano anche risiedessero le anime dei morti fuori della loro chiesa. Altri poi consideravano lecita solo l'uccisione dei serpenti.

[28] Ovviamente, come accade in tutte le sette religiose, solo gli appartenenti alla setta hanno capito tutto, interpretato correttamente come se fossero stati presenti mentre succedevano quanto è scritto nei Vangeli e negli Atti.

[29] http://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/ILLUMIN.ASP?Size=mid&IllID=43733

[30] In una società in cui la giustizia era amministrata secondo la legge della vendetta tra le faide e della pena capitale era difficile predicare, anche per gli ordini monastici cattolici, il concetto di pace. I legislatori fin dai tempi dei Longobardi avevano dovuto ingegnarsi per arginare i fiumi di sangue che scorrevano tra le famiglie, imponendo sanzioni economiche e materiali per i colpevoli e i recidivi. Reprimere i crimini all’epoca non sempre consisteva nell’esecuzione della pena capitale, ma anche nella prigionia, nella conversione in schiavi o servi dei colpevoli, nelle multe economiche e i pignoramenti, quindi negare il diritto alle autorità di reprimere i delitti da parte dei Catari, equivaleva ad un’altra grave eresia, ossia l’essere favorevoli a violenza e caos.

[31] Anche questo fu tra le eresie più gravi della setta in merito alla politica matrimoniale poiché nella Bibbia, specie nei Vangeli è scritto chiaramente che gli sposi sono una cosa sola, una sola carne e un solo spirito davanti a Dio e che ciò che Dio unisce l’uomo non divida. Obbligando la separazione delle coppie nonché lo scardinamento delle famiglie, i Catari si comportavano alla stessa maniera di una setta oltre a profanare il sacramento ecclesiastico del matrimonio.

[32] In pratica i Catari condannavano la Chiesa Cattolica ma ne avevano copiato lo scheletro della organizzazione gerarchica. Il vescovo cataro presiedeva alle assemblee ed era assistito da due prefetti, specie di vicarî generali e intraprendeva regolari visite pastorali nel proprio territorio. Di tanto in tanto i vescovi delle varie contrade si riunivano in sinodi e concilî. I diaconi, che assistevano i vescovi nella loro missione spirituale, percorrevano di continuo la propria regione e mantenevano il collegamento tra i Perfetti e i credenti, predicando e presiedendo le assemblee particolari e le riunioni liturgiche della setta.

[33] In questo caso come nei precedenti, i Catari peccarono di eresia poiché i vescovi potevano essere ordinati e nominati solo ed esclusivamente dalla principale autorità ecclesiastica che era appunto il Papa, ma quello della Chiesa Cattolica e copiarne la struttura gerarchica fece solo peggiorare le cose.

[34] Il termine adorazione in questo caso crea una certa confusione poiché nella religione cattolica, è l’atto col quale si esprime l’omaggio a Dio, si rende culto a Lui. Nel caso dei Catari questo atteggiamento fu certamente etichettato come idolatria e quindi eresia.

[35] Qualche storico ha accennato a questo proposito come a una credenza dei Catari nella reincarnazione per cui un’anima che non arrivava alla beatitudine eterna, era costretta a trasferirsi in un altro corpo materiale. Forse anche per questo i Catari non disdegnavano il suicidio (anche con l’endura) che per altro è tra i peggiori peccati mortali delle principali fedi (Cattolicesimo, Ebraismo ed Islam) e condannato anche da dottrine e filosofie orientali di vario genere, specie quelle che pur predicando e favorendo l’ascetismo hanno come scopo quello di migliorare la vita e non sopprimerla.

[36] Vedasi nota precedente

[37] Non sarebbe però errato supporre che malgrado la loro dottrina, accettassero le elemosine impiegate poi magari per acquistare cibo e vestiario.

[38] https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/_Kasteel_van_Montsègur.jpg

[39] Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795 pp. 37

[40] Non esistono atti del processo, se ci sono mai stati non sono giunti sino ad oggi e lo stesso vale per le opere del suo inquisitore, quello che la condannò al rogo insieme ad una seguace che aveva convertito. In mancanza di atti ufficiali di questo processo anche ricostruire la dinamica dei fatti non è possibile, si possono formulare solo delle ipotesi.

[41] Difficile pensare che fosse stata tradita perché sono troppe le fonti, certamente di parte, che attestano una certa arroganza e spavalderia negli eretici che predicavano pubblicamente; nel caso dei Catari c’è anche la conferma che questi sfidavano apertamente in dispute pubbliche i cattolici.

[42] In una trascrizione trecentesca della Chronica viene riportata la rivolta popolare in seguito al rogo, ma viene citato un altro inquisitore domenicano, certo Giovanni da Cornazzano. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani

[43] L’atto di designazione di Florio da parte del provinciale dei Predicatori di Lombardia, Bonanno da Ripa, è conservato in una preziosa copia coeva custodita presso l’Archivio Storico Diocesano di Ferrara. Il raro documento riporta la citazione integrale della decretale Licet ex omnibus nella versione di Clemente IV e ci informa di come la designazione di Florio sia avvenuta mediante la consultazione di altri frati del medesimo ordine. La stessa bolla pontificia concedeva tra l’altro al provinciale o al proprio vicario la piena libertà di rimuovere dalla carica in qualsiasi momento e per qualunque ragione l’inquisitore nominato. Il fatto che Florio abbia conservato il proprio mandato per almeno quindici anni (1278-1293) – un periodo eccezionalmente lungo se confrontato con l’attività di altri inquisitori coevi ci testimonia di quale considerazione dovette godere presso i superiori del proprio ordine. Di certo fu un personaggio di notevole rilievo, se è vero – tra l’altro – che rinunciò all’episcopato Vicentino offertogli da un pontefice in data non precisata 8 : se, come molto probabilmente fu, ciò avvenne una volta terminato l’officium inquisitoriale, avremmo un’ulteriore riprova di come tale ufficio rappresentasse spesso l’anticamera per l’episcopato. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[44] Teoricamente all’epoca di Florio doveva valere il principio di perpetuità dell’incarico, conformemente a quanto stabilito dalla decretale Ne aliqui dubitationem di Clemente IV. La bolla è rivolta agli inquisitori francescani, ma si può supporre per analogia non formale che lo stesso principio dovesse valere anche per i domenicani già prima del 1290, data in cui l’identica decretale venne diretta ai Predicatori. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[45] Il 16 febbraio ed il 25 agosto dell'anno successivo ricevette dal cardinal legato di Romagna e Tuscia Latino Orsini inviti a intervenire sia contro gli ebrei ferraresi, che perseguitavano un ebreo convertitosi al cristianesimo, sia contro ebrei di Aquileia, di Venezia, di Mantova e della stessa Ferrara, i quali, abbracciata la fede cattolica, erano poi tornati alla loro antica religione: il cardinale disponeva che si procedesse nei loro confronti e nei confronti di chi li avesse favoriti, adottando le medesime misure con cui si procedeva nei riguardi degli eretici, facendo ricorso - se necessario - al braccio secolare. Non bisogna dimenticare che l’Inquisizione arrivò in molti casi a prendersela anche con chi non era eretico, ma aveva semplicemente altro credo, specificamente se la prendevano molto con gli Ebrei e non per ragioni razziste, ma si presume per ragioni economiche e politiche dato che gli Ebrei nel Medioevo e non solo erano tra coloro che potevano prestare denaro dietro interesse poiché nella loro cultura non era considerato peccato, contrariamente al cattolicesimo.

[46] Una sorta di cassiere, esattore delle tasse. Il termine deriva a bursa, la borsa che era all’epoca fatta di pelle e serviva per contenere denaro e altri piccoli oggetti.

[47] Il fatto in realtà non avvenne a Modena ma a Parma come documentano le fonti. In seguito alla ribellione i Domenicani se ne andarono da Parma e questa fu colpita immediatamente dal papa con l’interdetto e la scomunica. Si chiarirà questo punto successivamente, nella parte dedicata al rogo vero e proprio. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[48] Florio tenne quel titolo almeno fino alla fine del secolo, anche se nell’ultimo decennio sembra aver cessato l’attività di inquisitore tornando ad essere semplicemente un Frate predicatore. Fonte: Dizionario Biografico Treccani

[49] Purtroppo nessuna delle opere di Florio si è conservata fino ai nostri giorni; possediamo soltanto un doppio esempio di formulario inquisitoriale, redatto da un suo notaio.

[50] Potrebbe aver svolto il secondo interrogatorio che la condusse al rogo, ma come detto è solo un’ipotesi.

[51] Risulta infatti che egli aprì un'inchiesta contro un certo Bonpietro, ma che non riuscì a trovare prove per muovergli addebiti di particolare rilevanza: dovette infatti rimetterlo alla fine in libertà, dopo averlo fatto sottoporre a una non grave punizione corporale. Nel 1283 costrinse alla confessione un tale Bociarino, cui però poi concesse l'assoluzione. Allo stesso modo dovette condursi nell'azione contro una Rosafiore ed una Rengarda, promossa in quel medesimo giro di tempo (impossibile precisare l'anno a causa della laconicità delle fonti). Sempre in quel periodo - anche in questo caso ignoriamo la data esatta del fatto - ricevette da un cittadino di Firenze, certo Donato, garanzie per un altro fiorentino di nome Lippo.

[52] Qualcuno c’è stato, abiurarono le loro idee confessando le loro colpe e trovarono clemenza scampando il rogo. Uno di questi fu imputato sotto Florio da Vicenza. Vedere nota precedente.

[53] Autore della voce di Florio da Vicenza nel Dizionario Biografico Treccani

[54] Coinquisitore di Florio da Vicenza.

[55] Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani pp. 686

[56] Il 22 giugno del 1297, data in cui è presente – diversamente a quanto asserito da Zanella – alla cessione in favore dell’Inquisizione di un’area di pertinenza dei domenicani, Florio risulta già, semplicemente, come uno dei frati testimoni dell’atto. Fonte L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani pp. 691

[57] Impiego illecito o illegittimo di denari, beni mobili, da parte di un amministratore o di un pubblico funzionario.

[58] Dizionario Biografico Treccani

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