sabato 28 marzo 2009

Quiz da Iena…medievale

Copia il seguente quiz e divertiti a rispondere

  1. Nome:
  2. Età:
  3. Sesso:
  4. Colore degli occhi:
  5. Colore dei capelli:
  6. lunghi o corti:
  7. Sposata/o:
  8. Sedentario o viaggiatore?:
  9. Colore preferito:
  10. Libri o tv?:
  11. Lavoro o scuola:
  12. Numero di amici:
  13. Numero dei nemici:
  14. Guelfi o ghibellini?:
  15. amor cortese o vero amore?
  16. Dante o Boccaccio?
  17. Animale araldico:
  18. Impavido o razionale?
  19. Un personaggio del medioevo:
  20. Artù o Lancillotto?
  21. Credi alla storia del Graal?
  22. Il medioevo per te:
  23. il tuo motto:

questi qui sono solo da copiare e da compilare, per divertirsi e NON sono da inviare al sito.

Questo è il mio (amministratrice del sito, Chiara)

  1. Nome: Chiara
  2. Età: 21
  3. Sesso: femmina…
  4. Colore degli occhi: verde
  5. Colore dei capelli: castano scuro
  6. Lunghi o corti: corti
  7. Sposata/o: fidanzata
  8. Sedentario o viaggiatore?: ehm…dunque…quando sono sui libri…purtroppo sedentaria…
  9. Colore preferito: azzurro e tutte le sue tonalità, chiare e scure…
  10. Libri o tv?: tutti e due
  11. Lavoro o scuola: Università
  12. Numero di amici: Alessio, Anny, Fabbri, Elisa, Cinzia, Andre, Daniela, Sara, Raja, Sawzar…9…chi manca?
  13. Numero dei nemici:…saltano fuori sempre all’improvviso
  14. Guelfi o ghibellini?: guelfi
  15. amor cortese o vero amore? amore vero per sempre
  16. Dante o Boccaccio? Eh…tutti e due, dai
  17. Animale araldico: Leone (come me)
  18. Impavido o razionale? Impavida
  19. Un personaggio del medioevo: Carlo Magno
  20. Artù o Lancillotto? Artù
  21. Credi alla storia del Graal? No
  22. Il medioevo per te: un periodo da riscoprire
  23. il tuo motto: eh…devo fare la lista? Fare quello che è giusto
mercoledì 25 marzo 2009

All’origine del mito…una storia di plagio e schiavismo. La verità dietro il Pifferaio magico

Il Pifferaio di Hamelin è una fiaba tradizionale tedesca, trascritta, fra gli altri, dai fratelli Grimm. È anche nota come Il Pifferaio Magico o con altri titoli simili. Si ritiene che essa sia stata ispirata da un evento tragico realmente accaduto nella città tedesca di Hamelin in Bassa Sassonia, nel XIII secolo.

 

Trama della fiaba

La storia si svolge nel 1284 ad Hamelin, in Bassa Sassonia. In quell'anno la città viene invasa dai ratti. Un uomo con un piffero si presenta in città e promette di disinfestarla; il borgomastro acconsente promettendo un adeguato pagamento. Non appena il Pifferaio inizia a suonare, i ratti restano incantati dalla sua musica e si mettono a seguirlo, lasciandosi condurre fino alle acque del fiume Weser, dove muoiono annegati.

La gente di Hamelin, ormai liberata dai ratti, decide incautamente di non pagare il Pifferaio. Questi, per vendetta, riprende a suonare mentre gli adulti sono in chiesa, questa volta attirando dietro di sé tutti i bambini della città. Centotrenta bambini lo seguono in campagna, e vengono rinchiusi dal Pifferaio in una caverna. Nella maggior parte delle versioni, non sopravvive nessun bambino, oppure se ne salva uno solo che, zoppo, non era riuscito a tenere il passo dei suoi compagni. Varianti più recenti della fiaba introducono un lieto fine in cui un bambino di Hamelin, sfuggito al rapimento da parte del Pifferaio, riesce a liberare i propri compagni. Una variante dice che i bambini entrano in questa caverna seguendo il pifferaio magico e fuoriescono da un'altra caverna la grotta di Almas in Transilvania. Questa era una delle leggende che spiegava l'arrivo dei sassoni in Transilvania, che cosi sarebbero appunto i bambini portati dal pifferaio magico di Hamlein

Le origini del mito

Il più antico riferimento a questa fiaba si trovava in una vetrata della chiesa della stessa città di Hamelin e risalente circa al 1300. Della vetrata si trovano descrizioni su diversi documenti del XIV e XVII secolo, ma pare che essa sia andata distrutta. Sulla base delle descrizioni, Hans Dobbertin ha tentato di ricostruirla in tempi recenti. L'immagine mostra il Pifferaio Magico e numerosi bambini vestiti di bianco.

Si pensa che questa finestra sia stata creata in ricordo di un tragico evento effettivamente accaduto nella città. Esisterebbe tuttora una legge non scritta che vieta di cantare o suonare musica in una particolare strada di Hamelin, per rispetto nei confronti delle vittime. Nonostante le numerose ricerche, tuttavia, non si è ancora fatta luce sulla natura di questa tragedia (vedi qui per un elenco di teorie). In ogni caso, è stato appurato che la parte iniziale della vicenda, relativa ai ratti, è un'aggiunta del XVI secolo; sembra dunque che la misteriosa vicenda di Hamelin avesse a che vedere solo con i bambini. (Paradossalmente, l'immagine del Pifferaio seguito da un esercito di topi è quella che la maggior parte delle persone associano a questa fiaba, magari senza ricordare nient'altro della vicenda).

Le principali teorie circa gli avvenimenti di Hamelin si possono ricondurre a quattro principali:

  • I bambini furono vittime di un incidente; forse annegarono nel Weser, o furono travolti da una frana.
  • I bambini furono vittime di una epidemia e furono portati a morire fuori dalla città per proteggere il resto della popolazione. Si è ipotizzato che l'epidemia potesse essere di peste. Altri, con riferimento al fatto che i bambini "danzavano" dietro al Pifferaio, hanno pensato al morbo di Huntington oppure al ballo di San Vito, piuttosto comune in Europa nel periodo che seguì le epidemie di peste nera. Secondo queste teorie, il Pifferaio è una rappresentazione simbolica della Morte o della malattia.
  • I bambini lasciarono la città per partecipare a un pellegrinaggio, a una campagna militare, o addirittura una nuova Crociata dei bambini, e non fecero mai ritorno. In questo caso, il Pifferaio rappresenterebbe il reclutatore.
  • I bambini abbandonarono volontariamente i loro genitori e Hamelin per fondare nuovi villaggi, durante la colonizzazione della Germania orientale. Questa teoria porta come prova i numerosi luoghi con nomi simili ad Hamelin sia nei dintorni della città che nelle colonie orientali. Le migrazioni di bambini nel XIII secolo sono un fatto ampiamente documentato, e quest'ultima teoria gode di un notevole credito; il Pifferaio sarebbe un reclutatore che condusse via buona parte della gioventù di Hamelin per fondare una colonia nella Germania orientale. Tale Decan Lude, originario di Hamelin, avrebbe posseduto intorno al 1384 un libro di cori che conteneva un verso in latino che riportava questo evento. Il libro è andato perduto, si pensa intorno al XVII secolo.

Un racconto tedesco degli eventi di Hamelin, purtroppo non illuminante, è sopravvissuto in una iscrizione databile 1602-1603, trovata proprio nella città della fiaba::

Anno 1284 am dage Johannis et Pauli
war der 26. junii
Dorch einen piper mit allerlei farve bekledet
gewesen CXXX kinder verledet binnen Hamelen gebo[re]n
to calvarie bi den koppen verloren

Si potrebbe tradurre:

Nell'anno 1284, il giorno di Giovanni e Paolo
il 26 di giugno
Da un pifferaio, vestito di ogni colore,
furono sedotti 130 bambini nati ad Hamelin
e furono persi nel luogo dell'esecuzione vicino alle colline.

La più antica fonte rimasta è datata circa 1440. Jobus Fincelius menziona la vicenda nel suo De miracolis sui temporis (1556), identificando il Pifferaio con il Diavolo.

Il resoconto più antico in lingua inglese è quello di Richard Rowland Verstegan (1548-1636), un antiquario e studioso di controversie religiose, nel suo Restitution of Decayed Intelligence (Antwerp, 1605). Egli cita la liberazione della città di Hamelin dai ratti e suggerisce che i bambini perduti siano andati a finire in Transilvania. Sembra che sia Verstegan ad aver coniato l'espressione Pied Piper ("Pifferaio Variopinto"), introducendo quello che nei paesi di lingua inglese è l'appellativo più comunemente associato al Pifferaio (da noi invece chiamato comunemente "Pifferaio Magico"). Piuttosto curiosamente, la data indicata da Verstegan per gli eventi di Hamelin è completamente diversa da quelle proposte da altre fonti, ovvero il 22 luglio 1376. Le note di Verstegan furono la fonte su cui si basò in seguito Nathaniel Wanley per il suo Wonders of the Visible World (1687), a sua volta utilizzato da Robert Browning per la sua celebre poesia (vedi sotto).

La vicenda di Hamelin interessò anche Goethe, che scrisse una poesia su di essa nel 1803 e la citò anche nel suo Faust.

I fratelli Grimm, traendo informazioni da undici fonti diverse, inclusero la fiaba del Pifferaio nel loro Saghe germaniche (Deutsche Sagen), pubblicato per la prima volta nel 1816. Nella loro versione, due bambini (uno cieco e uno storpio), rimasero a Hamelin; gli altri divennero i fondatori delle Siebenbürgen (Sette Città) (Transilvania).

Basandosi probabilmente sul testo dei fratelli Grimm, Robert Browning scrisse una poesia sul Pifferaio, The Pied Piper, pubblicata nel 1849; la poesia è celebre per il suo humour, per i giochi di parole, e per le rime gioiose. La poesia colloca i fatti di Hamelin in data 22 luglio 1376.

When, lo, as they reached the mountain's side,
A wondrous portal opened wide,
As if a cavern was suddenly hollowed;
And the Piper advanced and the children followed,
And when all were in to the very last,
The door in the mountain-side shut fast.

(“Quando raggiunsero il fianco della montagna
un meraviglioso portale vi si aprì,
come se si fosse creata improvvisamente una caverna;
il Pifferaio entrò e i bambini lo seguirono,
e quando alla fine tutti furono all'interno,
la porta nella montagna si chiuse velocemente.”)

Il luogo menzionato da Browning è la montagna di Coppenbrugge, un luogo noto per essere stato, in tempi antichi, sede di oscuri riti pagani.

Tratto da Wikipedia.org

Crociata dei Fanciulli. Si trattò di plagio e inganno e vendita di schiavi

La crociata dei fanciulli o crociata dei bambini è il nome dato ad una serie di eventi, reali o leggendari, avvenuti nel 1212 dei quali esistono diversi resoconti spesso contraddittori e che sono tuttora materia di dibattito fra gli storici.

File:Gustave dore crusades the childrens crusade.jpg

La crociata dei fanciulli in un'illustrazione di Gustave Doré.

La versione tradizionale

La versione tradizionale afferma che nel maggio del 1212 un pastorello dodicenne di nome Stefano proveniente dalla cittadina di Cloyes-sur-le-Loir, nei pressi del villaggio di Châteaudun nell'Orléans, si presentò alla corte di Re Filippo II di Francia affermando che Cristo in persona gli era apparso mentre conduceva le pecore al pascolo e gli aveva ordinato di raccogliere fedeli per la crociata, consegnandogli anche una lettera per il re, il quale ordinò al fanciullo di tornare a casa, ma questi non si lasciò scoraggiare ed iniziò a predicare in pubblico sulla porta dell'abbazia di Saint-Denis. Prometteva a quelli che si sarebbero uniti a lui che i mari si sarebbero aperti davanti a loro, come aveva fatto il Mar Rosso con Mosè e che sarebbero così arrivati a piedi fino alla Terra Santa.

Il ragazzo iniziò a viaggiare per la Francia raccogliendo proseliti e facendosi aiutare nella predicazione dai suoi convertiti. Alla fine la Crociata partì verso Marsiglia.

I piccoli crociati si precipitarono al porto per vedere il mare aprirsi ma, poiché il miracolo non avveniva, alcuni si rivoltarono contro Stefano accusandolo di averli ingannati, e presero la via del ritorno.

Molti rimasero in riva al mare, ad aspettare il miracolo ancora per alcuni giorni, finché due mercanti marsigliesi (secondo la tradizione si chiamavano Ugo il Ferro e Guglielmo il Porco) offrirono ai fanciulli un "passaggio gratis". Stefano accettò di buon grado e così partirono sette navi con a bordo l'intero contingente di bambini.

Due delle sette navi affondarono per colpa di una tempesta e tutti i loro occupanti morirono affogati. I fanciulli superstiti furono consegnati dai mercanti di Marsiglia ad alcuni musulmani che li vendettero come schiavi.

 

Ricerche recenti dicono che…

Secondo ricerche più recenti, nel 1212 vi furono in realtà due movimenti di persone, uno in Francia e uno in Germania. La similitudine fra i due movimenti fece sì che nelle cronache successive le due storie si fusero nella versione sopra descritta.

Secondo alcuni l'espressione "crociata dei fanciulli" deriverebbe dal fatto che nei documenti si usa il termine latino puer (fanciullo) intendendo in realtà povero (pauper); il fatto che poi si sia parlato di "fanciulli" deriverebbe da un'interpretazione errata. A quanto pare i documenti dell'epoca insistono sulla miseria dei pellegrini e non sulla loro età.

Il primo movimento fu avviato da un pastore tedesco di nome Nikolaus che guidò un gruppo di persone attraverso le Alpi nella primavera del 1212. Circa 7.000 arrivarono a Genova verso la fine di agosto. Le acque ovviamente non si divisero e molti di loro tornarono in Germania, altri procedettero verso Roma, altri ancora si recarono a Marsiglia, dove probabilmente furono catturati dai mercanti di schiavi. Nessuno di loro raggiunse la Terra Santa.

Il secondo movimento fu guidato da un pastore francese di nome Stefano di Cloyes che affermava di aver ricevuto una lettera per il re di Francia a sua volta ricevuta da Cristo. Attrasse una folla di circa 30.000 persone e si recò a Saint-Denis dove fu visto compiere alcuni miracoli. Filippo II ordinò alla folla di tornare a casa e la maggior parte di loro seguì l'ordine. Non vi è menzione che questi volessero recarsi in Terra Santa.

Le cronache successive "abbellirono" e fusero queste due vicende.

La vicenda della Crociata è stata ripresa, per via dei notevoli spunti narrativi, anche nei fumetti:

  • ne La crociata dei bambini, primo crossover della serie Vertigo, scritto da Neil Gaiman e disegnato da Chris Bachalo, edito da Pianeta DeAgostini nel 2007;
  • ne L'Insonne, edito da Free Books, dando il titolo al secondo numero della serie edito nel maggio 2005 e intitolato, appunto, La Crociata dei bambini;
  • in Nathan Never, edito da Bonelli, venendo citata in una delle storie;
  • in Detective Dante, edito da Eura Editoriale, dando il titolo al numero 19 della serie scritto da Lorenzo Bartoli e Roberto Recchioni e disegnato da Giorgio Pontrelli;
  • in "Il Viaggio dei Folli"(Albi speciali di Dampyr), speciale dell'ottobre 2008 della serie Dampyr, la vicenda della crociata dei fanciulli è ripresa.

Inoltre alcuni romanzieri hanno menzionato la Crociata:r

  • Nel racconto "Il mare e il tramonto" del 1955, poi inserito nella raccolta La dimora delle bambole lo scrittore giapponese Yukio Mishima mette in scena proprio Stefano, che in seguito alla cattura nel porto di Marsiglia e a numerose vicende sarebbe giunto in Giappone al seguito di un maestro zen, e qui avrebbe vissuto il resto della vita con il nome di Anri.
  • "La crociata dei bambini" è il titolo alternativo del romanzo di Kurt Vonnegut "Mattatoio n. 5" del 1969;
  • Si fa menzione della Crociata dei fanciulli anche nel romanzo di Bianca Pitzorno "La bambina col falcone" del 1996;
  • Si fa menzione della Crociata anche nel primo racconto di Eraldo Baldini nel libro "Gotico Rurale" del 2000.
  • Si fa menzione della Crociata anche nel romanzo di Frank Schätzing "Il diavolo nella cattedrale" del 2006.
  • Si fa menzione della Crociata anche nel romanzo di Daniele Nadir "Lo Stagno di Fuoco" del 2007
  • Nel racconto di Marcel Schwob "La crociata dei bambini" del 1896, poi inserito nella raccolta "La lampada di Psiche" del 1903.

Fonti bibliografiche

  • (IT)Cardini Franco, Del Nero Domenico, La crociata dei fanciulli, Giunti Editore, 1999. ISBN 8809217705
  • (EN) Peter Raedts. The Children's Crusade of 1212 Journal of Medieval History (3 (1977)).
  • (EN) Frederick Russell, Children's Crusade, Dictionary of the Middle Ages, New York, Scribner, 1989. ISBN 0684170248
  • (EN) Kate Dickinson Sweetser, Ten Boys from History, New York, Harper & Brothers, 1910.
venerdì 13 marzo 2009

La peste e il peccato, la punizione ed il perdono. La spiegazione scientifica alla Peste e l’aiuto delle scienze forensi moderne per ricostruire il contagio e la diffusione.

Nel Medioevo era piuttosto radicata la credenza che le malattie specie quelle infettive fossero dovute a dei peccati e quindi venivano puniti divinamente, ma chi guariva dimostrava di aver ricevuto il perdono o che aveva superato una prova divina di fede, il che ptrebbe essere vero, ma i casi sono rarissimi e quasi irrintracciabili nelle fonti storiche, sono supposizioni lasciate alla memoria collettiva.

Ovviamente gli uomini del Medioevo non avevano i mezzi nè il modo o le conoscenze per dire che le malattie sono dovute a dei microrganismi patogeni e che si possono trasmettere in mille modi e che il loro ambiente preferito è lo sporco e la mancanza di igiene.

La peste è stata responsabile nel XIV secolo della morte di 25 milioni di persone, il 25% della popolazione europea. Viene trasmessa dalle pulci che attaccano i roditori e i roditori vanno anche loro dove si trova lo sporco e nel Medioevo non è difficile immaginare quanto ce ne fosse e non è quindi nemmeno difficile capire come mai quella Morte nera abbia ucciso tantissime persone.

Dalle foreste alla città e la situazione urbana nel Medioevo e le cause della diffusione della peste a partire proprio dalle città

Alla caduta dell’Impero romano la gente non aveva tempo per pensare all’igiene, la peste non era una malattia nuova e anche se in quei primi secoli non c’era perchè aveva da poco finito un nuovo eccidio (peste degli ultimi secoli dell’Impero), la gente non aveva comunque modo nè tempo per pensare di prendere misure preventive. Certo, perchè la prevenzione all’epoca era soprattutto uno strumento politico, ma non sanitario. Si prevenivano le perdite di uomini in un esercito, le perdite di denaro di un impero che cadeva comunque, ma non si preveniva la cosa che fa vivere meglio: la salute!

La gente si trovava sottomessa a nuove popolazioni, si trovava a dovercisi obbligatoriamente confrontare, anche le guerre erano un confronto, armato, detta con ironia, ma era sempre un confronto e il confronto era anche sanitario perchè popoli diversi con abitudini diverse venivano in contatto tra loro e dal momento che in ogni popolo le abitudini igieniche non erano proprio ottimali non era raro che le malattie di un popolo attaccante colpissero quello attaccato o viceversa. I popoli che furono responsabili delle invasioni barbariche erano popoli guerrieri e il guerriero di quelle popolazioni era un uomo che viveva molto a contatto con animali quali il cavallo per muoversi ed il cane per la difesa e per la caccia, era un uomo che si vestiva con pelli di animali quali pecore (per la lana), era una specie di uomo primitivo davanti al romano che conosceva un ambiente ed una società con terme, igiene e bagni pubblici.

Non solo, il guerriero barbaro ha una determinata fisionomia perchè portava barba e capelli lunghi incolti, non avevano l’abitudine di lavarsi e vivevano in modo o in un altro, per qualunque motivo in contatto con gli animali. Gli animali però sono i primi, erano i primi ad essere colpiti da pulci e pidocchi e ne consegue che anche l’uomo standovi a contatto ne fosse contagiato.

La peste origina proprio dalle pulci che ne sono immuni, ma non ne sono immuni gli animali e men che mai l’uomo. Non era difficile prendersi le pulci dormendo sotto la stessa capanna con le proprie bestie ed ammalarsi. Ma il vero pericolo delle malattie infettive non era e non è tanto ammalarsi, ma diventare portatori sani e chi supera la malattia infatti diviene portatore sano e può contagiare persone sane che non hanno ancora contratto la malattia.

La peste ovviamente non era l’unico flagello del Medioevo e non era l’unica “punizione” che il perdono divino “revocava” al peccatore. Ce n’erano tanti altri, ma la peste ebbe il suo peso.

I primi secoli del Medioevo vedono un ritorno alle foreste da parte dell’uomo ma successivamente insorge la necessità di costruire strutture difensive attorno alle quali sorgono i borghi, che si ingrandiscono, si proteggono di cinte murarie e via fino alla formazione delle città.

1000Rappresentazione di una città medievale

castello con borgoUn castello nel Medioevo come poteva apparire nel Mille

Una città del Medioevo non apparirebbe come una città al giorno d’oggi, ma con le case attaccate le une alle altre vicine spesso a sorgenti, le famiglie dovevano condividere spazi molto piccoli e stretti e spesso avevano lo stesso spazio per stendere e lavare in comune.

Non esistevano bagni pubblici e la gente si lavava solitamente nel fiume o non si lavava affatto. Gli uomini erano sempre soliti a tenere la barba ed i capelli lunghi, ad eccezione dei soldati che portavano capelli corti e volto sbarbato ma non per questo immuni alla peste e vedremo successivamente perchè.

Non esistevano nel Medioevo tecniche di smaltimento dei rifiuti. L’uomo viveva sempre con la sua famiglia all’interno di una casa e in contatto con animali tra cui cani o gatti. Malgrado possa sembrare assurdo e non è un comportamento solo presente nel Medioevo, era d’uso buttare gli avanzi di cibo per terra dove gli animali avrebbero provveduto a prenderli per nutrirsi dei pezzi di carne rimasti, gli animali provvedevano a portare gli ossi in giro e ad abbandonarli quando avevano finito di nutrirsene o quando non riuscivano a cibarsene. E nel luogo dell’abbandono arrivavano i topi a provvedere a rifiuto di altri animali. I topi, i roditori in genere erano altri serbatoi animali delle pulci e tra i primi a causare la trasmissione della peste all’uomo dal momento che erano tra gli animali portatori di pulci. I topi amavano lo sporco e una città medievale faceva al loro caso. Non era necessario dover entrare clandestinamente in casa per prendere l’avanzo dell’uomo, per il topo era sufficiente girare in cerca di cibo e se c’era già un altro animale che gli risparmiava tanta fatica nel ricercare cibo, il topo aveva fatto il suo affare. Una città medievale era abbastanza piccolina e comunque come abbiamo detto non c’erano spazi lontani per lo smaltimento dei rifiuti, trattandosi nel 95% dei casi di rifiuti organici quali avanzi di cibo o escrementi animali o resti di animali morti macellati che non venivano successivamente distrutti. Ci pensava madre natura, pensavano, a fare il suo corso, ci avrebbero pensato i topi e gli animali affamati. E infatti così era, così è ancora oggi in tutti quegli ambienti dove si trovano “discariche di rifiuti organici” che ci siano popolazioni di roditori.

La pulce, il primo serbatoio in assoluto della peste è quella bestiolina malefica a capo della catena di contagio. E’ la pulce chiamata anche comunemente pulce dell’uomo, ma attacca sia l’uomo sia gli animali e quindi la catena di contagio della peste poteva partire sia dall’uomo sia dall’animale da cui veniva poi trasmessa all’uomo per contatto. La pulce però per trasmettere la malattia innanzitutto deve portare al suo interno il batterio e poi deve trovare un corpo da cui prelevare il sangue dal momento che si tratta di insetti ematofagi, cioè che si nutrono di sangue e quali migliori piatti dell’uomo o dell’animale? Alla pulce il sapore del sangue è indifferente, l’importante per questo organismo è nutrirsene per vivere, ma se la pulce è serbatoio del batterio della peste è sufficiente la puntura ad un uomo o ad un animale per scatenare il finimondo. Oggi possiamo stare tranquilli, i paesi occidentali godono di un certo benessere per cui prima che una pulce scateni un’epidemia, bisogna che sia presente anche la condizione per cui questa attacchi.

image

image

Direte voi, se alla pulce non importa il sapore del sangue, vuoi che importi se una persona si lava o no? Infatti non importa perchè al di là che una persona si lavi o no, la pulce può ugualmente colpire un individuo dall’animale o da un altro uomo. Nella parte iniziale si parlava si sporco, inteso però non come la presenza di polvere o pattume come lo intenderemmo noi oggi, dove si trova materiale di ogni genere, ma quello che viene inteso nel Medioevo come sporco è soprattutto materiale residuo organico, come già detto in merito al tipo di rifiuti. La pulce quando arriva al suo stadio adulto, esce dal bozzolo setoso in cui è cresciuta come larva solo a seguito di stimoli esterni che rivelino la presenza di calore (vivono a 37°C), anidride carbonica (CO2) e quindi la presenza di cibo. L’uomo e gli animali, i mammiferi in generale hanno una temperatura corporea di 37° a condizioni normali e la loro respirazione è basata sulla presenza di ossigeno, l’anidride carbonica viene eliminata. Una temperatura di 37°C e la presenza di CO2 indicano la presenza dell’uomo perchè la CO2 viaggia attraverso il sangue e il sangue è il loro alimento.

Ma non solo, il sangue è anche l’ambiente in cui può vivere in condizioni ottimali il batterio della Yersinia pestis. Le pulci non hanno una temperatura di 37°C ma inferiore, di 25°C e questa è la temperatura ottimale per il batterio. Lo Y.pestis vive a temperature tra i -2°C ed i 28°C con un pH da debolmente acido a mediamente basico, ma il pH ottimale è 7.4, il pH del sangue. Le pulci inoltre non si ammalano, come già detto, ma fanno da serbatoio, il sangue serve al batterio per vivere e se ne deduce che una pulce malata che punge un animale o un uomo irrimediabilmente consente per mezzo della sua puntura la trasmissione del batterio che nell’uomo provoca la malattia chiamata peste.

La peste nel Medioevo veniva contratta quindi attraverso due importanti vie: dagli animali in genere, in particolare dai ratti e dagli animali morsi o venuti in contatto con gli stessi o da uomo a uomo per via aerea. Alcuni studi americani hanno rivelato che il cane è particolarmente resistente alle forme di peste, ne esiste anche una terza oltre alla bubbonica ed alla polmonare prevede una gastrenterite con febbre e vomito; il gatto invece non è resistente e la metà dei gatti che contraggono la malattia muoiono dopo lo sviluppo della stessa. E anche qui scopriamo qualcosa di interessante perchè nel Medioevo i gatti erano tenuti proprio per dare la caccia ai topi, ma se poi i topi erano malati si crava un’altra nuova catena di contagio che portava sempre all’uomo.

image

image

image

In un certo senso possiamo dire che la peste veniva tramessa oltre che da uomo a uomo anche per mezzo della catena alimentare.

image

In una città medievale il contatto uomo uomo non era difficile e un’epidemia si diffondeva in fretta, ma c’erano alcune situazioni particolari che favorivano il contagio e le vedremo nel seguente paragrafo.

Dalla morte alla causa. Le scienze forensi per scoprire come il cadavere di un morto di peste poteva divenire una potenziale fonte di contagio.

L’incubazione della malattia dura da 2 a 12 giorni e si manifesta con febbre alta, cefalea, grave debolezza, nausea, fotosensibilità, dolore alle estremità, vomito e delirio. Si formano pustole nelle zone punte dalla pulce infetta; i linfonodi delle zone colpite (generalmente la zona inguinale e quella ascellare) si infiammano, gonfiandosi fino a formare uno o più bubboni. Possibile è la formazione di petecchie. Nei casi gravi, l'infezione si propaga nell'organismo provocando insufficienza cardiocircolatoria, complicazioni renali o emorragie interne, sintomi che possono facilmente portare alla morte. Altrimenti, nei casi meno gravi, la febbre cessa dopo circa due settimane, i bubboni gettano fuori del pus sgonfiandosi e lasciando una cicatrice. Le malattie spesso, nel caso del Medioevo, era possibile contrarle anche dai cadaveri, anche perchè il caso accidentale di un uomo che contraeva la malattia e moriva in casa, da solo e il cadavere veniva scoperto dopo giorni dalla “presunta scomparsa” dell’uomo stesso, diveniva una potenziale fonte di contagio per la peste. Il corpo umano a seguito della morte prevede alcuni particolari che per le scienze forensi servono per determinare da quanto tempo è morto un individuo. Ovviamente l’ora e la data della morte possono solo essere presunte. Ci sono numerose osservazioni individuali che, se utilizzate insieme, possono fornire la migliore stima del tempo di morte. Tanto maggiore è il tempo però e tanto maggiore è la possibilità di errore nel determinare la morte.  L’esaminatore deve guardare il rigor mortis, livor mortis, temperatura corporea e modifiche dovute alla decomposizione.
Una approfondita indagine della scena è necessaria. L'ambiente è il singolo fattore più importante nel determinare l’intervallo decorso dalla morte al momento della scoperta. Nel Medioevo non stavano ad indagare, non c’era tempo se c’era il sospetto di peste, perchè i segni della malattia erano noti. Una delle prime cose che venivano fatte era la distruzione dell’ambiente per impedire il contagio. Come detto prima l’ambiente è un fattore importante per determinare il tempo decorso dalla morte alla scoperta del cadavere. Il rigor mortis prevede rigidità muscolare già dopo 3 ore dalla morte e una temperatura corporea di 21°C. La mandibola è la prima parte che diviene rigida, seguono le braccia e le ginocchia e anche i giunti divengono rigidi. La rigidità persiste fino a 36 ore dopodichè i muscoli stessi allentano nello stesso ordine con cui si sono irrigiditi. Il rigor mortis è rallentato da temperature fredde e accelerato da temperature calde, così come la posizione di un corpo in pieno rigore può indicare se il cadavere è stato spostato dopo la morte.

Il livor mortis è invece la colorazione rosso-violaceo del corpo dopo la morte per la decomposizione del sangue. Il sangue si deposita nei vasi sanguigni con gravità dipendente dalle zone del corpo. Alcune zone non si scoloricono perchè le ossa sotto la pelle provocano una compressione della stessa contro la propria superficie dura ed impedicono al sangue di defluire nei capillari. 
Il Livor mortis è evidente circa un'ora dopo la morte e diventa "fisso" in circa 8 ore. 
Quando il livor è fisso, il colore non sbianca sotto pressione e rimane in quelle zone, anche se il
corpo viene riposizionato. In un corpo eretto la forza di gravità tende a far defluire il sangue verso gli arti, al contrario in un corpo a testa in giù la gravità flusso di sangue rivolto al capo, in posizione supina queste due forze praticamente si annullano e quindi il livor mortis non cambierebbe, qualunque sia la posizione del cadavere. Dal momento che la peste provoca debolezza e dolore alle estremità superiori ed inferiori, un individuo tende a stare a letto ed assumere quindi una posizione supina poichè il movimento provoca un dolore maggiore. Il dolore provoca una contrazione muscolare per cui l’individuo tende a piegarsi su sè stesso in posizioni diverse. Un corpo che venisse trovato in un luogo abbandonato qualunque sia posizione mostrerebbe il livor mortis per quanto riguarda le prime 8 ore dalla morte, successivamente a causa della decomposizione del cadavere questo finirebbe per scomparire sempre maggiormente.

Il freddo, la refrigerazione e la presenza nell’ambiente di CO porta un livor di colore rosso luminoso. Se si trovasse oggi un cadavere di un appestato del medioevo tra i ghiacci come è successo per i corpi di alcuni uomini della preistoria sarebbe possibile risalire alla causa della morte attraverso il sangue, la peste, e il batterio potrebbe essere ancora attivo. Lo Y. pestis infatti vive per pochi giorni nei cadaveri putrefatti ma si conserva e si moltiplica nei cadaveri congelati. Non sarebbe un errore definire la peste anche come una morte “fredda” oltre che nera. Il freddo inoltre inibisce i processi biologici della putrefazione e quindi un cadavere malato di peste di un uomo che è vissuto in piccole comunità montane nel Medioevo e che avesse contratto la peste, probabilmente lo ritroveremmo esattamente nelle stesse condizioni post-mortem in cui l’avrebbero trovato quando era morto da poco tempo. Le possibilità però di contrarre questa malattia da cadavere dopo molti secoli resta pressochè remota quanto invece la trasmissione da cadavere sarebbe stato invece possibile all’epoca, nel Medioevo, quando il corpo veniva scoperto dopo pochi giorni dal decesso, se si fosse trattato di un caso singolo.

Nel Medioevo non esistevano gli apparati che consentono grazie alla scienza ed alla medicina di risalire alla causa di una morte. Il ritrovamento di un cadavere dopo alcuni giorni non avrebbe consentito salvo condizioni particolari di risalire alla causa. Queste condizioni erano soprattutto fisiche e visibili nel caso della peste bubbonica per la presenza di bubboni.  I bubboni si possono formare a livello di qualunque stazione linfonodale anche se prevalentemente vengono colpite le stazioni inguinale, ascellare, sottoclavicolare, retroauricolare, poplitea e faringea. Possono essere altresì colpiti anche i linfonodi profondi sia toracici che addominali. Talora si possono verificare emorragie sottocutanee causate dall’ostruzione dei capillari dilatati dall’ammasso di bacilli; si verifica allora la formazione di macchie sottocutanee scure che, nel Medio Evo, fecero definire la peste “morte nera”. Nel 70% dei casi la malattia ha un decorso molto più violento. Nelle prime 36 ore, dal momento della sua inoculazione, il bacillo si moltiplica nei vasi linfatici e raggiunge i linfonodi regionali. Dai bubboni, i batteri diffondono in circolo verso la milza, il fegato e talvolta i polmoni, ove si moltiplicano attivamente portando a morte, nei casi più gravi, entro 10 giorni dall’infezione. In tali casi, si instaura la peste setticemica secondaria o batteriemia che causa danni cardiaci, polmonari e renali, lesioni emboliche sottocutanee, emorragie spontanee delle mucose, ematuria, cancrena alle estremità, turbe psichiche e morte nel 100% dei casi.

image

plague GILLES LE MUSIT, BIBLIOTECA REALE DEL BELGIO, Bridgeman Art Library, La Morte

Non va confusa come la forma che precede la setticemia primaria da peste malgrado la sintomatologia sia comune, riguarda il circolo ematico e che ha comunque anch’essa un’altissima mortalità. Nel caso della peste bubbonica e nel caso di peste setticemica secondaria il livor mortis sarebbe stato lo stesso, che come detto scompare a seguito della putrefazione, sarebbero rimaste però evidenti le macchie provocate dalle emorragie.

La forma di peste polmonare è la forma più grave della malattia che, in assenza di cure, ha esito infausto, in meno di 3 giorni nel 100% dei casi. Il periodo di incubazione è brevissimo da alcune ore a 1-2 giorni (Carniel, 2002) e la malattia si manifesta, in genere, con la comparsa subitanea di brividi, febbre, cefalea, mialgia, debolezza e difficoltà respiratoria. In seguito la malattia evolve e compaiono tosse, produzione di escreato, dispnea, ipossia ed emotipsia. La malattia si diffonde, tramite goccioline di escreato, a seguito del contatto ravvicinato (da 60 cm a 1,5 m) con un individuo infetto e può rappresentare l’inizio di un’epidemia di peste polmonare. La peste polmonare deve essere considerata come altamente contagiosa ogni volta che si manifesta anche se la trasmissione da persona a persona è più probabile in un ambiente freddo e umido e soprattutto sovraffollato, come potevano essere le città del Medioevo.

Nel Medioevo il ritrovamento di un cadavere portante i segni della peste era presto fonte di allarme sociale e fobia sociale. Era la presenza di bubboni a discriminare la malattia in un cadavere di pochi giorni, il che indica che le conoscenze medievali erano piuttosto rudimentali in campo medico e si basavano su segni ben precisi e solo da quelli, così la peste era discriminata dalla presenza di bubboni e dalla cancrena degli arti, tipica di questa malattia. Se il corpo però fosse stato rinvenuto molto tempo dopo dalla morte, quando la putrafazione era già in stato avanzato probabilmente la diagnosi non sarebbe stata possibile, questo anche per la mancanza delle scienze forensi all’epoca.

La decomposizione consiste fondamentalmente di due processi: autolisi e la putrefazione. L’autolisi è la distruzione di cellule e organi, attraverso un processo chimico asettico causato da enzimi intracellulari. Poiché si tratta di un processo chimico, è accelerata dal calore e rallentato dal freddo; si ferma con il congelamento o l'inattivazione degli enzimi dal calore. Organi ricchi di enzimi sono quindi sottoposti ad autolisi più velocemente rispetto ad organi con minore quantità di enzima. Così, il subisce l’autolisi prima del cuore. La seconda forma di decomposizione, che per la maggior parte delle persone è sinonimo con decomposizione, è putrefazione. Ciò è dovuto a batteri e alla fermentazione. Dopo la morte, la flora batterica del tratto gastrointestinale diffonde in tutto il corpo portando alla putrefazione. Quando si parla di decomposizione, di solito significa putrefazione. L’insorgenza di putrefazione dipende da due fattori principali: l'ambiente e il corpo.

La maggior parte delle autorità vuole dare la seguente sequenza di eventi in decomposizione degli organismi. In primo luogo vi è un verdolino scolorimento della parte inferiore del quadrante  addominale, visibile più a destra che non a sinistra, nelle prime 24-36 ore. Questo è seguito dalla colorazione verdastra della testa, del collo e delle spalle; è presente gonfiore  a causa della formazione di gas batterica e nel corpo si forma una sorta di "marmorizzazione" cui segue una colorazione dal capo al resto del corpo che diventa sempre più nera. C’è inoltre la decomposizione dei liquidi. Non solo, il caldo e il freddo possono il primo accelerare e il secondo rallentare il processo della decomposizione. I capelli si staccano e la pelle diventa flaccida come se fosse un vestito, gli organi perdono progressivamente peso. Nel Medioevo non esisteva la pratica della mummificazione e quindi è raro oggi ritrovare corpi imbalsamati di personaggi, anche ricchi ed importanti del Medioevo. La mummificazione è una via alternativa alla putrefazione che invece non consente il deterioramento dei tessuti come farebbe la seconda, anche se gli organi interni continuano a deteriorare. Inoltre la mummificazione richiede determinate condizioni ambientali e di temperatura per poter essere migliore. Nel medioevo i morti da quanto ci è pervenuto non ricevevano il processo di imbalsamazione come avveniva invece nella cultura egizia e specie nel caso di malattie epidemiche come la peste il corpo era spesso avvolto in teli e sepolto, in rari casi bruciato. Il batterio della peste però vive anche nel terreno, anche se questa conoscenza non c’era nel Medioevo, il che spiegherebbe come nei casi di epidemie si arrivasse a scavare fosse comuni, enormi e profonde dove i corpi avvolti dai teli venivano poi gettati e coperti e queste fosse comuni erano di solito fatte lontano dalle città per impedire alla malattia di diffondersi ulteriormente a partire da quei corpi. In questo senso la gente usava le fosse comuni lontane dalle città per impedire il diffondersi della malattia, senza sapere però che ciò poteva essere dovuto al battere, il che indica la profonda mancanza di conoscenze in campo medico e non solo, in epoca medievale.  Il trasferimento di questi corpi che avveniva su carri di modeste dimensioni era effettuato da persone che avevano già contratto la peste e che avevano avuto la fortuna di superare la malattia.

Lo stato di decomposizione può essere avanzato già dopo 2-3 settimane dalla morte, un corpo malato di peste poteva avere anche un tempo minore di decomposizione. Se oggi fosse possibile tornare indietro nel tempo e analizzare il corpo di un malato di peste in avanzato stato di decomposizione potrebbe essere possibile ancora determinare il sesso della persona dal momento che la prostata e l’utero sono due degli ultimi organi a decomporsi. Se fosse possibile avere un elenco coi nomi di tutte le vittime della peste del XIV secolo sarebbe curioso fare una statistica di quanti maschi e quante donne sono morti. La decomposizione inoltre, specie in alcuni momenti, diviene oggetto d’attrazione per alcuni organismiu quali gli insetti. Grazie alla presenza di questi insetti è possibile determinare approsimativamente il momento della morte perchè se sono presenti anche delle larve significa che questi insetti si sono riprodotti nutrendosi a spese del corpo e quindi la morte è avvenuta da molto tempo ma non solo, l’intervallo dalla morte al ritrovamento è determiato anche dal tipo di insetto e dalla conoscenza del suo stadio di sviluppo, non solo dalla presenza delle larve. Infine sempre la presenza di questi insetti rivela se il corpo è stato spostato o no. Nel Medioevo il corpo dei malati di peste veniva spostato obbligatoriamente e poi trascinato fino al luogo della sepoltura, la fossa comune. Oggi le scienze forensi ci aiuterebbero a capire non tanto la ragione – ovvia – dello spostamento di un corpo di un malato di peste, ma lo spostamento dei corpi potrebbe essere indicativo per delineare un’area potenzialmente pericolosa per l’espandersi di una malattia. Il problema del sistema urbano medievale era proprio l’altissima concentrazione urbana di una città che portava un’epidemia all’interno della stessa; ma anche lo spostamento di corpi in fosse comuni al di fuori delle città era altrettanto potenzialmente pericoloso e questo perchè proprio nel basso medioevo le città erano vicinissime tra loro.

Per fare un esempio, segue la piantina di Londra nel 1300 e le città vicine

image

image

Osservando le due cartine si può notare come la città di Londra fosse circondata da tantissime altre città, molto vicine tra loro e così si può vedere la singola condizione urbana di Londra nel XIV secolo, le voci in basso indicano i singoli quartieri e se la ingrandissimo noteremmo case attaccate le une alle altre. Lo spostamento di corpi fuori dalla città avrebbe determinato l’espandersi della malattia. Sempre nell’ipotesi di un “viaggio nel passato” nella Londra del XIV secolo, se avessimo scoperto il caso di un morto di peste fuori da una città e successivamente avessimo scoperto altri casi in una città vicina avremmo potuto ricostruire il percorso del contagio. Il problema non era però solo dei corpi, ma anche degli animali portatori di questa malattia. Anche gli animali come i roditori e i gatti muoiono di questa malattia e quindi, rifacendoci a quanto detto sopra, in riferimento agli insetti che si nutrono di un corpo durante la putrefazione, al tipo di insetti che consentono di identificare se c’è stato uno spostamento o no di un corpo, anche grazie agli insetti avremmo potuto ricostruire il percorso, perchè non furono solo i morti a provocare altri morti, ma anche gli animali che si muovevano di città in città seminando morte e pestilenza. Se trovassimo un  topo morto di peste in una città e conosciamo la presenza di casi di peste nelle zone circostanti al ritrovamento è facilmente deducibile che quel topo non è il solo probabilmente a fungere da vettore e siamo in grado di determinare l’area del contagio o in cui si sta sviluppando un’epidemia di peste.

image image

La diffusione della peste attraverso l’Europa e le conseguenze

Fino ad ora abbiamo visto come avveniva il contagio e con quali modalità da vivente e anche da cadavere, come se si potesse tornare indietro sarebbe possibile ricostruire il quadro di una epidemia o pandemia come fu quella della peste, partendo anche dai ritrovamenti di cadaveri di malati di peste. Ora andremo a vedere come lo spostamento dei serbatoi abbia determinato la pandemia.

L'epidemia arriva in Europa dall'Est, attraverso le rotte commerciali, nascendo probabilmente nel Deserto del Gobi negli anni venti del XIV sec, colpendo gravemente la Cina, infuriando nelle pianure del Volga e del Don. Nel 1338 le comunità nestoriane di Issyk Kul vengono decimate dal morbo. Nel 1347, durante l'assedio di Caffa (l'odierna Feodosia), importante colonia e scalo commerciale genovese in Crimea, il khan tartaro Ganī Bek, come ha scritto Michel Balard, fa lanciare dei cadaveri infetti all'interno delle mura cittadine, come antesignano della guerra batteriologica. Le galere genovesi trasportano così la peste prima a Pera, nel porto di Costantinopoli, poi a Messina. Genova rifiuta di accogliere le proprie navi infette, così che queste devono ripiegare sul porto di Marsiglia, ma ormai il contagio è sparso per tutti i porti del Mar Mediterraneo.

Le cause della tremenda diffusione della peste in Europa vanno però anche ricercate in una serie di avvenimenti precedenti al 1347. L'Europa del XIII secolo era stata caratterizzata da un notevole incremento demografico. Una mutazione climatica nel XIV secolo comportò un abbassamento della temperatura sia in occidente sia in Oriente, il che determinò l’abbandono di alcune colture con conseguente crisi economica e carestie, da cui derivarono malnutrizione e in condizioni di igiene molto scarsa, come abbiamo detto, si crearono le condizioni per il contagio e la diffusione della peste.

Agli inizi del 1348 la peste raggiunge l'entroterra. Il 20 agosto raggiunge Parigi, il 29 settembre Londra. Dopo una pausa durante l'inverno, il 1349 vede la peste imperversare in tutta Europa. Fu questo l'anno di maggior contagio, tanto che in Scandinavia questo periodo (1348 - 1350) viene ricordato come "la peste nera". Nel 1350 muore di peste Alfonso XI il Giustiziere di Castiglia e nello stesso anno la peste raggiunge la Groenlandia dando la spallata definitiva agli insediamenti del territorio ed inducendo i coloni ad abbandonarli. Nel 1351 la peste raggiunge la Moscovia uccidendone il Granduca ed il patriarca della Chiesa ortodossa. Fra alti e bassi, la peste si presenta ogni 10-12 anni, mietendo innumerevoli vittime e slabbrando il tessuto sociale. Come Giovanni Boccaccio scrive nel suo Decameron: “la peste rende nulle le leggi umane, come rende vano ogni ordine sociale e civile”.

Anche una volta cessata l'epidemia, le istituzioni civili rimasero profondamente colpite, e le usanze dei sopravvissuti alle epidemie si fecero meno rigide. Un cronista dell'epoca, Matteo Villani, nella sua Nova Cronica riporta che « trovandosi pochi, e abbondanti per l'eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come se state non fossero, si diedero alla più sconcia e disonesta vita che prima non avieno usata ».
La peste, paradossalmente, creò una forte ricchezza nella gente sopravvissuta: sia perché la crisi del mercato del lavoro aveva fatto aumentare enormemente i salari sia per la questione dei testamenti: in quanto pochi morivano lasciando delle volontà testamentarie, anche perché difficilmente i notai si recavano in casa dei moribondi. Dopo la peste, i tribunali vennero intasati da centinaia di cause legate a dispute ereditarie.
La morte di massa colpì fortemente le corporazioni inducendo a modificare i propri regolamenti (ad esempio permettendo l'arruolamento extrafamiliare). La peste portò anche all'abbandono dei territori anticamente coltivati a cereali con metodo intensivo lasciando spazio a nuove attività produttive come l'allevamento, la pastorizia e lo sfruttamento boschivo causando quindi una notevole discesa nei prezzi su prodotti quali la carne, il cuoio ed il legname.

Si calcola che circa la metà della popolazione europea nel XIV sec. fu decimata dalla peste (morirono circa 30 milioni di persone) e che questa colpì poco dopo l’inizio della Guerra dei Cent’anni e solitamente questi due eventi non vengono mai discussi insieme, va tenuto conto che all’epoca il bacino mediterraneo e i mari che bagnavano le isole britanniche erano percorsi continuamente da flotte per gli scambi commerciali e questo come scritto all’inizio del paragrafo potrebbe aver enormemente influenzato la diffusione della malattia a livello mondiale.

I medici davanti al flagello della peste nel XIV secolo

Si sa che le conoscenze in campo medico in epoca medievale erano piuttosto scarse e quindi figurarsi le terapie messe in atto.

I medici dell'epoca rimasero disorientati di fronte a questo fenomeno, per loro incomprensibile. Allora la formazione del medico prevedeva una solida preparazione astrologica, che impegnava la maggior parte del loro studio. Le teorie mediche risalivano all'antichità, a Ippocrate e Galeno, secondo i quali le malattie nascevano da una cattiva miscela (discrasia) dei quattro umori del corpo: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. L'idea stessa del contagio era sconosciuta alla medicina galenica, e del tutto impensabile la trasmissione di malattie da animale a uomo. Si pensava piuttosto che dei "soffi pestiferi" avessero trasportato la malattia dall'Asia all'Europa, oppure che la malattia fosse causata da miasmi provenienti dall'interno della terra.

I consigli o regimi contro la peste, opere mediche che mostravano come difendersi dal contagio, divennero quasi un genere letterario. Si consigliava di tener aperte solo le finestre rivolte a nord, perché i venti da sud - caldi e umidi - erano considerati dannosi. Il sonno durante il giorno era bandito, così come il lavoro pesante. Secondo molti la peste colpiva di preferenza le donne giovani e belle. E, in effetti, la peste contagiava con maggior facilità più le donne degli uomini, e più i giovani che gli anziani.

Il medico Gentile da Foligno elaborò la teoria del soffio pestifero: una congiunzione sfavorevole dei pianeti avrebbe risucchiato l'aria dalla terra, aria che sarebbe ritornata sulla terra in forma di "soffio pestifero". La facoltà di medicina dell'Università di Parigi, incaricata da Filippo IV di Francia di redigere una relazione sulle cause dell'epidemia, fece propria questa tesi, e così questa spiegazione assunse grande autorevolezza e venne tradotta in numerose lingue europee.

Molti medici, di fronte alla peste, fuggivano. Se fuggivano erano considerati dei vigliacchi. Se restavano, erano considerati interessati solamente al denaro. Riferisce il cronista Marchionne di Coppo Stefani: "Medici non se ne trovavano, perocché morivano come gli altri; e quelli che si trovavano, volevano smisurato prezzo innanzi che intrassero nella casa." In caso di peste, l'unico dovere del medico era di invitare l'ammalato a confessarsi. Il rimedio cui i medici più frequentemente ricorrevano erano fumigazioni con erbe aromatiche. Papa Clemente VI, per tutta la durata dell'epidemia ad Avignone, rimase rinchiuso nei suoi appartamenti, dove erano accesi grandi falò. È probabile che in questo modo riuscì realmente a sfuggire al contagio: il calore allontana le pulci.

A lungo termine la peste fece sì che la medicina si emancipasse dalla tradizione galenica. Papa Clemente consentì che si sezionassero cadaveri, pur di scoprire le cause dalla malattia. La ricerca diretta sul corpo umano per mezzo di studi anatomici ebbe un maggior impulso dopo la peste, un primo passo in direzione della medicina moderna e della scienza empirica. Ma dovevano trascorrere quasi 200 anni prima che Girolamo Fracastoro (1483-1533) si confrontasse in maniera più sistematica con l'idea di contagio.

 

La responsabilità per tante morti, quando venne il momento di dare colpe e fare capri espiatori: il caso degli ebrei

L'autorità della Chiesa e dello Stato crollò molto rapidamente, anche per l'inefficacia delle misure messe in campo contro il contagio. Boccaccio, nel Decamerone, annota: E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d'adoperare. [1]
A soffrire maggiormente di questa perdità di autorità fu chi si trovava a margini della società medievale. Soprattutto in Germania l'epidemia fu accompagnata da una gravissima persecuzione degli ebrei, probabilmente la più grave fino alla Shoa.
I pogrom ebbero inizio quanto la popolazione esasperata individuò negli ebrei i colpevoli della catastrofe. Le autorità tentarono di arginare le violenze. Già nel 1348 papa Clemente VI definiva le accuse che gli ebrei diffondessero la peste avvelenando i pozzi "inconcepibile", perché l'epidemia infuriava anche dove non c'erano ebrei, e laddove vi erano ebrei, anch'essi finivano vittime del contagio.
Il papa invitava il clero a porre gli ebrei sotto la sua protezione. Clemente VI vietò di uccidere ebrei senza processo e di saccheggiare le loro case. Le bolle papali ebbero effetto solo ad Avignone, mentre altrove contribuirono ben poco alla salvezza degli ebrei. Lo stesso vale per la regina Giovanna I di Napoli che, nel maggio 1348, aveva diminuito i tributi dovutile dagli ebrei che vivevano nei suoi possedimenti provenzali, per compensare le perdite dovute ai saccheggi subiti. Nel giugno dello stesso anno i funzionari reali vennero cacciati dalle città della Provenza, fatto che illustra la debolezza della tutela degli ebrei causata dalla perdita di autorità dei monarchi.
L'accusa che gli ebrei avvelenassero fonti e pozzi cominciò a circolare agli inizi del 1348: in Savoia alcuni ebrei, inquisiti, sotto tortura avevano ovviamente ammesso questo reato. La loro confessione si diffuse rapidamente in tutta Europa, e scatenò un'ondata di violenze, soprattutto in Alsazia, in Svizzera e in Germania. Il 9 gennaio 1349, a Basilea, venne uccisa una parte degli ebrei che vi abitavano. Il consiglio cittadino della città aveva allontanato i più agitati tra quelli che istigavano alla violenza, ma la popolazione si rivoltò, costringendo gli amministratori a togliere il bando e a cacciare gli ebrei. Una parte di loro venne rinchiusa in un edificio su di un'isola sul Reno, cui poi venne dato fuoco. Anche a Strasburgo il governo cittadino aveva tentato di proteggere gli ebrei, ma venne esautorato dalle corporazioni. Il nuovo governo si mostrò tollerante verso l'annunciato massacro, che ebbe luogo nel febbraio 1349, quando la peste ancora non aveva raggiunto la città. Vennero uccisi 900 ebrei, sui 1884 residenti a Strasburgo.
Si discute sul ruolo dei flagellanti nei pogrom. Si riteneva che, ancora prima dell'arrivo della peste, essi avessero istigato la popolazione contro gli ebrei in città come Friburgo, Colonia, Augusta, Norimberga, Königsberg e Regensburg/Ratisbona. La ricerca più recente è però del parere che i flagellanti siano stati una "comoda giustificazione" (Haverkamp).
Nel marzo 1349, 400 ebrei di Worms preferirono appiccare il fuoco alle loro case e morirvi che finire nelle mani della folla in rivolta. Lo stesso fecero in luglio agli ebrei di Francoforte. A Magonza gli ebrei si difesero, e uccisero 200 dei cittadini che li stavano attaccando. Ma alla fine anche a Magonza, che all'epoca era la più grande comunità ebraica d'Europa, gli ebrei si suicidarono incendiando le proprie case. I pogrom proseguirono sino alla fine del 1349. Gli ultimi ebbero luogo ad Anversa e Bruxelles. Quando la peste cessò, ben pochi ebrei erano rimasti in vita tra Germania e Paesi Bassi.

File:Black Death.jpg

File:Pestarzt.jpg

I veri “colpevoli” di quella pandemia: topi e pulci

Dare la colpa ad una popolazione come gli ebrei per la pandemia della peste nel 1348 è un pretesto intuile e vigliacco che ci ricorda dolorosamente i pretesti che portarono i cavalieri della I crociata a perseguitare questo popolo per i debiti così come ci ricorda poco meno di mille anni dopo i pretesti che Hitler trovò per sterminare un popolo e l’accanimento storico contro questo popolo ci fa vergognare della cattiveria umana nei cofronti degli altri. Il cercare un colpevole a tutti i costi fa pensare alla mancanza di razionalità della popolazione, tanto quella medievale quanto quella moderna. Nel Medioevo potremmo dire che non c’era la scienza e la ricerca medica per ricostruire il processo di diffusione e contagio di una malattia come la peste, ma la malattia non era nuova al mondo, era conosciuta dal passato e come abbiamo detto si sapeva qualcosa ma quelle piccole conoscenze elementari non erano unite da un nesso logico e mancavano della chiave di interpretazione: il batterio della peste. Non c’era la microbiologia e quindi per loro esisteva la malattia e basta, di diffondeva e uccideva. Ma da qui a dire che delle persone, nel caso del Medioevo gli ebrei, tingessero i pozzi col morbo è un grosso sforzo di fantasia collettiva, uno sforzo non troppo lontano da quello che dovette fare la popolazione nel Rinacimento pur di

Abbiamo detto prima sul batterio di come viene a contatto con le pulci e perchè e su come queste lo trasmettano agli animali o agli uomini e da come da qui la malattia diffonda; abbiamo sfruttato le conoscenze di patologia forense per dare una spiegazione scinentifica a come sarebbe possibile con le conoscenze moderne risolvere il caso di un ritrovamento di un corpo di malato di peste e da qui come si potrebbe ricostruire a ritroso il percoso del contagio, anche per avere la minima possibilità di fermarlo prima dello scoppio di una pandemia e da tutte questo notizie credo proprio che nel Medioevo NON ci fosse la ferma convinzione che gli ebrei fossero i colpevoli della diffusione del morbo, piuttosto per ragioni non del tutto chiare, furono dei colpevoli di comodo, dei capri espiatori in tutti i sensi perchè invece i “veri colpevoli” furono pulci e ratti, animali e se la gente vuole invece nomi e cognomi, sono spiacente per loro, non ce ne sono.

Non potremmo nemmeno dare la colpa ai marinai dal momento che non era una sola nave a muoversi nel mediterraneo, ma più di una nave e che anche via terra i mercanti erano numerosissimi. La peste diffuse prima negli scali commerciali e poi nel resto d’Europa il che ci fa porre una domanda: perchè ebbe inizio proprio dagli scali commerciali? Ad essere commerciati erano tessuti preziosi, spezie e gioielli e le condizioni igieniche, specie quelle dei porti, dei magazzini medievali e anche le condizioni di viaggio erano disastrose, igiene era completamente assente e i rifiuti organici navigavano insieme alle navi su tutto il Mediterraneo, le pulci potevano benissimo trovarsi anche tra le sotffe all’interno di una nave e venire in contatto con gli esseri umani durante gli spostamenti delle merci, ma le pulci non erano le sole ospiti clandestine di quelle navi, c’erano anche i topi soprattutto per le riserve di cibo messe da parte dai marinai e poi c’erano spezie. Il topo è fondamentalmente onnivoro e mangia di tutto. Se le pulci mordono i topi e i topi si ammalano, il contatto uomo-topo non era difficile considerando anche le navi medievali per quanto grandi fossero non eguagliavano certo le caravelle di Colombo quasi cento anni dopo, erano infatti molto più piccole e strette. Consideriamo anche che le navi non avevano al loro interno l’organizzazione che hanno le moderne navi dove uomini e merci stanno in compartimenti separati, ma nel Medioevo uomini e merci e piccoli ospiti clandestini dovevano condividere lo stesso spazio e lo stesso cibo il che non creava le condizioni solo per la diffusione della peste ma anche di altre malattie. Un colpevole quindi in un certo senso non c’è e proprio perchè anche nel Medioevo non si aveva la più piccola chiarezza in merito che si fece degli ebrei un capro espiatorio. Altri erano invece fermi sull’idea che quella pandemia che uccise milioni di persone fosse invece un castigo divino, una punizione per i peccati dell’umanità. Era appena scoppiata la guerra dei Cento anni, tutta l’Europa soggiaceva in un caos da cui non sembrava poter uscire per l’economia (non dimentichiamo che in Francia poco prima della guerra dei Cent’anni Re Filippo IV il Bello (1314) aveva abbassato enormemente il costo del denaro, svalutando la moneta a tal punto che questa non valeva più niente e così aveva trovato nei templari l’ancora di salvezza, per averne i beni conscio di non poter saldare un debito con loro, fece distruggere l’0rdine), era un periodo in cui ci furono, come detto, dei mutamenti climatici che portarono alla scarsa produttività agricola e la popolazione di quei tempi viveva dei prodotti della terra, quindi seguirono carestie e fame nel mondo, la malnutrizione indebolisce profondamente il sistema immunitario e quindi la gente era più soggetta anche alle più banali malattie come quelle da raffreddamento e se consideriamo che all’epoca era assente il concetto di smaltimento dei rifiuti, non è difficile immaginare come fosse facile prendere delle malattie intestinali, anche bevendo acqua a valle contaminata da rifiuti organici a monte e ancora date quelle condizioni non è difficile nemmeno comprendere come la peste abbia trovato terreno fertile per impiantarsi e diffondersi e uccidere.

Note

[1] - Giovanni Boccaccio; Decamerone.

Bibliografia

William F. Lyon, Yersinia pestis - Ohio State University Extension Fact Sheet, Entomology (2003). Traduzione a cura dell’amministrazione del sito

Vincent J. DiMaio, Dominick DiMaio, Forensic Pathology - CRC series in practical aspects of criminal and forensic investigations. 2nd edition, 2001. Per le definizioni di patologia forense.

Poland & Dennis, 1999

Perry & Fetherston, 1997, Carniel, 2002

Pollitzer, 1954; Wu, 1926; Strong, 1911; Meyer, 1961; Tieh et al., 1948

Klaus Bergdolt, La peste nera in Europa, Casale Monferrato, 1997

Norman F. Cantor, In the Wake of the Plague – The Black Death and the Word it made, Londra, 1997

Claudia Eberhard Metzger, Renate Ries, Verkannt und heimtückischDie ungebrochene Macht der Seuchen, Basilea, 1996

Franz-Reiner Erkens, "Buße in Zeiten des Schwarzen Todes: Die Züge der Geissler", in: Zeitschrift für historische Forschung, vol. 26, Berlino, 1999, pp. 483–513

Egon Friedell, Kulturgeschichte der Neuzeit. Die Krisis der Europäischen Seele von der Schwarzen Pest bis zum Ersten Weltkrieg, Monaco di Baviera, 1996 (prima edizione 1927–31)

Alfred Haverkamp, "Die Judenverfolgungen zur Zeit des Schwarzen Todes im Gesellschaftsgefüge deutscher Städte", in: Alfred Haverkamp (ed.): Zur Geschichte der Juden im Deutschland des späten Mittelalters und der frühen Neuzeit, Stoccarda, 1981

David Herlihy, Der Schwarze Tod und die Verwandlung Europas, Berlino, 1997

Rober Hoeniger, Der Schwarze Tod in Deutschland. Ein Beitrag zur Geschichte des vierzehnten Jahrhunderts, Berlino, 1882

Kay Peter Jankrift, "Krankheit und Heilkunde im Mittelalter", in Wissenschaftliche Buchgesellschaft

William H. McNeill, Seuchen machen Geschichte. Geißeln der Völker, Monaco di Baviera, 1976

William Naphy, Andrew Spicer, Der schwarze Tod, Magnus Verlag

Norbert Ohler, Sterben und Tod im Mittelalter Patmos Paperback

Jacques Ruffié, Jean-Charles Sournia, Die Seuchen in der Geschichte der Menschheit, Stoccarda, 1987

Barbara Tuchman, Uno specchio lontano,

Manfred Vasold, "Die Ausbreitung des Schwarzen Todes in Deutschland nach 1348", in Historische Zeitschrift, vol. 277, 2003, pp. 281–308

Manfred Vasold, Pest, Not und schwere Plagen. Seuchen und Epidemien vom Mittelalter bis heute, Monaco di Baviera, 1991

Sue Scott, Christopher Duncan, Return of the Black Death: The World's Greatest Serial Killer, John Wiley & Sons, Canada, 2004

 

Immagini tratte da:

Fonti internet

http://www.antropozoonosi.it/Malattie/peste/Peste.htm

martedì 10 marzo 2009

La peste nera

Con il termine di Peste nera (o Grande morte o Morte nera) ci si riferisce normalmente alla epidemia che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352 uccidendo almeno un terzo della popolazione del continente. Epidemie identiche scoppiarono contemporaneamente in Asia e in Vicino Oriente, il che fa supporre che l'epidemia europea fosse parte di una più ampia pandemia.
Per "Peste nera" si intende oggi la grande pandemia che uccise tra 1/3 e 1/4 della popolazione europea (di circa 100 milioni di abitanti) durante il XIV secolo. Nel medioevo non si usava questa denominazione, e si parlava della "grande morìa" o della "grande pestilenza". Furono cronisti danesi e svedesi a impiegare per primi il termine "morte nera" (mors atra, che in realtà deve essere intesa come "morte atroce") riferendolo alla peste del 1347-53, per sottolineare il terrore e le devastazioni di questa epidemia.
Nel 1832 questa definizione venne ripresa dal medico tedesco J.F.K. Hecker. Il suo articolo sull'epidemia di peste del 1347-1353, intitolato "La morte nera", ebbe grande risonanza, anche perché venne pubblicato durante un'epidemia di colera. L'articolo fu tradotto in inglese nel 1833 e pubblicato numerose volte. Da allora i termini "Black Death" o "Schwarzer Tod" (Morte nera) vennero impiegati per indicare l'epidemia di peste del XIV secolo.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Come sottolinea Norman F. Cantor nella sua opera In the Wake of the Plague, l'Europa del Medioevo doveva la nascita di unità statali, gli efficienti sistemi giuridici e formativi, lo sviluppo delle città e la crescita del commercio anche al fatto che il periodo che va dall'Ottocento al Milletrecento fu caratterizzato da un clima particolarmente favorevole, in un'area che andava dall'Islanda a Varsavia e da Oslo fino a Palermo, oltre che alla mancanza di grandi epidemie.
Tra il 900 e il 1300 la popolazione europea duplicò. Vastissimi territori vennero strappati a foreste e paludi e resi coltivabili. Le zone maggiormente sviluppate erano l'Inghilterra meridionale, le valli della Senna e della Loira, oltre alla zona attorno a Parigi in Francia, la valle del Reno e le città anseatiche in Germania, oltre a Fiandre, Paesi Bassi e Italia centro-settentrionale (dalla Pianura padana fino a Roma).
Questi territori erano popolati molto più densamente del resto d'Europa, e vi si trovavano anche le città più popolose. L'Europa del Trecento disponeva di eccellenti università, costruiva stupefacenti cattedrali in stile gotico e stava vivendo un'autentica fioritura artistica e letteraria. Tra il 1214 e il 1296 non intervenne alcun grande conflitto a bloccare lo sviluppo della società, ed i confini europei non erano minacciati, né a sud dagli arabi, né a est dai bizantini. Solo nel 1241 un'invasione mongola venne sventata ma per cause indipendenti dalla potenza delle armate europee (che furono, infatti, sconfitte nello scontro presso Liegnitz - Legnica, in Slesia, una regione meridionale dell'attuale Polonia), in quanto le armate asiatiche furono richiamate in patria per motivi legati a problemi interni dell'impero mongolo.
Nelle università avevano grande importanza gli studi teologici e filosofici, mentre alle scienze naturali si dedicava un'attenzione minore. Le poche conoscenze chimiche venivano impiegate nell'alchimia, e quello che si conosceva dell'astronomia serviva per oroscopi e profezie. In particolare, poco sviluppate erano le scienze mediche. Non era chiara l'origine delle malattie, né si aveva alcuna idea su come curarle. La società medievale, come nota Norman Cantor, disponeva di rimedi prevalentemente non sanitari per le devastanti conseguenze di una pandemia: preghiera, penitenza, quarantena dei malati, sfollamento delle persone sane e ricerca di capri espiatori.
Già prima della pandemia vi furono avvisaglie di crisi: a partire dal 1290, in molte parti d'Europa, vi furono lunghi periodi di carestia, provocati principalmente dal raffreddamento del clima, la cosiddetta piccola era glaciale, che perdurò a fasi alterne fino alla prima metà del XIV secolo. Delle ricerche sui prezzi dei cereali a Norfolk, in Inghilterra, mostrano che tra il 1290 e il 1348 vi furono 19 anni di raccolti scarsi. Ricerche analoghe svolte in Linguadoca segnalano 20 anni di produzione agricola insufficiente tra il 1302 e il 1348. Dal 1315 al 1317 la Grande carestia infuriò in tutta l'Europa settentrionale, e anche gli anni 1346 e 1347 furono anni di carestia nel sud dell'Europa. Tra il 1325 ed il 1340 le estati furono molto fresche ed umide, comportando abbondanti piogge che mandarono in rovina molti raccolti ed aumentarono l'estensione delle paludi esistenti.
Già nel 1339 e nel 1340 vi furono epidemie nelle città italiane, che provocarono un deciso aumento della mortalità. Le fonti fanno supporre che si trattasse prevalentemente di infezioni intestinali. Tutte le città europee di quel tempo erano, a dir il vero, delle vere e proprie discariche a cielo aperto, con cumuli di rifiuti giacenti a marcire per strada. Come se non bastasse, la tragica situazione igienica era aggravata dall'assenza di fognature, con rifiuti organici versati direttamente in strada da finestre e balconi. È questo il quadro nel quale, nell'Ottobre 1347, la peste fa la sua comparsa nei porti del Mar Mediterraneo, a Messina, a Costantinopoli (Istanbul) ed a Ragusa (Dubrovnik).
Si pensava anche che la peste venisse portata da gruppi marginali come le streghe e gli ebrei, questi ultimi erano da sempre perseguitati perché accusati di deicidio o reicidio cioè l'uccisione di Gesù; ogni qual volta si inserivano in una città creavano un loro esclusivo sistema sociale. Le streghe erano perseguitate poiché accusate di parteggiare per il demonio e di avere con questo rapporti carnali nel corso di rituali chiamati sabba durante i quali sacrificavano bambini bevendo il loro sangue. C'erano anche altre ipotesi sul diffondersi della peste come congiunzioni astrali sfavorevoli e punizioni divine. La medicina dell'epoca non aveva fatto grandi passi avanti rispetto ai tempi dell'impero romano, così i medici, basandosi sulle conoscenze di Ippocrate e Galeno, i due più importanti medici dell'antichità, pensavano di poter guarire dalla peste eliminando dal corpo l'humus negativo, tagliando una vena al paziente e facendo uscire del sangue; in realtà, però, anche questo contribuiva al diffondersi del contagio.
Gli uomini di fede ritenevano che la peste fosse stata mandata da Dio come punizione, perciò organizzarono preghiere collettive, processioni, movimenti quali i flagellanti. Ciò contribuì ad alimentare l'epidemia: tali eventi collettivi si rivelarono un'ottima occasione per veicolare l'agente patogeno per via respiratoria

Nel 1331, circa 600 anni dopo l'ultima epidemia europea di peste, questa compare nell' impero cinese e di lì cominciò il suo cammino verso l'Europa. L'area di origine della pandemia sembra esser stata quella regione dell'Asia centrale a cavallo del Pamir, dell'Altaj e del Tannu-Tuva. La causa scatenante parrebbe esser stata la moria di roditori, in quelle regioni, dovuta alla scarsità di cibo conseguente all'irrigidimento delle condizioni climatiche. In assenza di roditori, le pulci, vettori del bacillo della peste, affamate attaccarono anche l'uomo e gli altri mammiferi. Il tutto venne aggravato dal fatto che i rifiuti, abbondanti ed a cielo aperto nelle città medioevali, attrassero i roditori affamati, sia selvatici che domestici. Infine, l'efficiente sistema di comunicazioni dell'impero mongolo propagò il contagio in poco tempo da un capo all'altro del continente asiatico, fino all'Europa che - geograficamente - altro non è che una propaggine dell'Asia.
Nel 1338 o 1339 raggiunse le comunità afferenti alle Chiese orientali cristiane assire presso il lago Issyk-Kul, nell'odierno Kirghizistan. Le prime testimonianze scritte circa l'epidemia sono state rinvenute proprio presso questo lago, che costituiva una tappa obbligata sul cammino della Via della Seta. Nel 1345 si segnalarono i primi casi a Sarai sul Volga meridionale ed in Crimea. Nel 1346 la peste fece le prime vittime ad Astrakhan. Lo stesso anno il morbo raggiunse i confini dell'Europa di allora. L'Orda d'Oro assediava Caffa (l'attuale Feodosija o Феодосия), ricca colonia e scalo sulla via dell' oriente della Repubblica di Genova, nella penisola di Crimea. La peste raggiunse la città al seguito dell'Orda d'Oro: le cronache dell'epoca riportano (come ha scritto Michel Balard) che gli assedianti gettavano con le catapulte i cadaveri degli appestati entro le mura della città. Gli abitanti di Caffa avrebbero immediatamente gettato in mare i corpi, ma la peste comunque entrò in città in questo modo.
Una volta a Caffa, la peste fu introdotta nella vasta rete commerciale dei Genovesi, che si estendeva su tutto il Mediterraneo. A bordo delle navi, nel 1347 il contagio raggiunse ogni scalo commerciale Genovese, come Costantinopoli, Il Cairo e Messina. La città siciliana fu la prima di tutto il Mediterraneo e della penisola italica ad essere sconvolta dall'epidemia. E di là, nei quattro anni successivi, si diffuse in tutta Europa, dapprima per mare e poi anche per via di terra. L'Egitto trasmise la peste alla Nubia (Sudan) ed all'Africa centrale. Le prime regioni europee ad esser contagiata furono gli Urali, il Caucaso, la Crimea, e la Turchia.
Gli equipaggi infetti delle navi trasportarono il contagio da Genova a Marsiglia, da dove la peste risalì la valle del Rodano verso nord. Dopo poco tempo raggiunse la Linguadoca e Montpellier, nell'agosto 1348 anche Carcassonne, Bordeaux, Aix-en-Provence e Avignone, dove nei primi tre giorni del contagio morirono 1800 persone. All'epoca Avignone era la sede papale, ed una delle principali città europee. La peste aveva raggiunto in marzo Tolosa e in maggio Parigi. Anche Spagna, Marocco, Tunisia e Portogallo vennero contagiate via mare dalle galee genovesi. Nel contempo, da Costantinopoli, la peste si trasmise alla Grecia, alla Bulgaria, alla Romania ed in tutti i Balcani.
L'Italia venne contagiata da tre direzioni: dalla Sicilia venne contagiata tutta l'Italia Meridionale ed il Lazio. Da Genova venne contagiata tutta la Lombardia, il Piemonte, la Svizzera. Da Venezia venne contagiata l'Emilia Romagna, la Toscana, il Veneto, L'Istria e la Dalmazia.
Dall'Asia centrale, la peste invase l'India e la Persia. Dalla Persia si riversò in Mesopotamia, Siria, Israele ed Arabia. I cronisti arabi scrivono che quegli anni rappresentavano "Il periodo della distruzione". Attraverso l'antica Via delle Spezie tutta la Penisola Arabica prima, l'Eritrea assieme all'Etiopia ed alla Somalia poi vennero contagiate entro il 1349.
Da Venezia la peste, passando per il Brennero, raggiunse l'Austria: la morte nera comparve prima in Carinzia, quindi in Stiria, ed infine Vienna. Vienna fu l'unica città in cui ogni moribondo ricevette l'estrema unzione.
Dalla Francia settentrionale le direttrici del contagio furono verso l'Inghilterra Meridionale e verso il Belgio e l'Olanda.
Dall'Inghilterra il contagio si diresse verso la Scozia, l'Irlanda e la Scandinavia.
Dall'Olanda e dall'Austria il contagio attanagliò le valli del Reno e del Danubio, coinvolgendo Germania, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia.
Dalla Germania venne contagiata la Danimarca e dalla Danimarca venne esportata la peste alle sue dipendenze d'oltremare, Islanda e Groenlandia.
Dalla Polonia l'epidemia penetrò nei Paesi Baltici, in Finlandia ed in Russia (già in parte raggiunta dall'epidemia della Mongolia e dell'Ucraina).
Per limitare i rischi di contagio, dopo il 1347 le navi, sulle quali si sospettava la presenza di peste, venivano messe in isolamento per 40 giorni (quarantena, dal francese "une quarantaine

Si calcola che la Peste nera uccise tra i 20 e i 25 milioni di persone, un terzo della popolazione europea dell'epoca. Per le vittime in Asia e Africa mancano fonti certe. Le cifre devono venir considerate con prudenza, perché le testimonanianze dei contemporanei riportano numeri probabilmente esagerati, per esprimere il terrore e la crudeltà di questa pandemia. Per esempio, ad Avignone i cronisti dell'epoca stimarono fino a 125.000 morti, quando Avignone, a quei tempi, non contava più di 50.000 abitanti.
Più delle cifre sono i destini individuali a dare un'idea concreta delle devastazioni della peste: Agnolo di Tura, cronista senese, lamentava di non trovare più nessuno che seppellisse i morti, e di aver dovuto seppellire con le proprie mani i suoi cinque figli. John Clyn, l'ultimo monaco ancora in vita in un convento irlandese a Kilkenny, metteva sulla carta, poco prima di morire egli stesso di peste, la sua speranza che all'epidemia sopravvivesse almeno un uomo, che potesse continuare la cronaca della peste che egli aveva cominciato. Giovanni Villani, cronista fiorentino, venne stroncato dalla peste in maniera tanto repentina che la sua cronaca si interrompe a metà di una frase. A Venezia morirono 20 medici su 24, ad Amburgo 16 membri del consiglio cittadino su 20. A Londra morirono tutti i mastri della corporazione dei sarti e dei cappellai. Un terzo dei notai di Francia morì, così come un terzo dei cardinali riuniti ad Avignone.
La Peste nera non colpì tutta Europa con la stessa intensità: alcune (rare) zone rimasero quasi immuni dal contagio (come alcune regioni della Polonia, il Belgio e Praga), altre invece furono quasi spopolate. In Italia la peste risparmiò Milano, mentre a Firenze uccise quattro quinti degli abitanti. In Germania invece, mentre il meridione venne prevalentemente risparmiato, Amburgo, Brema e Colonia vennero colpite in maniera massiccia dall'epidemia. Gli effetti sulla popolazione furono senz'altro più gravi in Francia e in Italia che in Germania. In Scandinavia ebbe un effetto disastroso; specialmente in Norvegia, dove la pandemia colpì così tanto la popolazione da lasciarla senza sovrani. Fu in quel momento che i tre regni nordici: Danimarca, Norvegia e Svezia s'unirono sotto la guida della regina Margrete I di Danimarca.
Furono necessari alcuni secoli perché la popolazione europea ritornasse alla densità precedente la pandemia. David Herlihy nota che il numero degli abitanti dell'Europa cessò di calare solo nei primi decenni del XV secolo, e che nei cinquant'anni successivi rimase stabile, per poi riprendere lentamente ad aumentare attorno al 1460.

I medici dell'epoca rimasero disorientati di fronte a questo fenomeno, per loro incomprensibile. Allora la formazione del medico prevedeva una solida preparazione astrologica, che impegnava la maggior parte del loro studio. Le teorie mediche risalivano all'antichità, a Ippocrate e Galeno, secondo i quali le malattie nascevano da una cattiva miscela (discrasia) dei quattro umori del corpo: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. L'idea stessa del contagio era sconosciuta alla medicina galenica, e del tutto impensabile la trasmissione di malattie da animale a uomo. Si pensava piuttosto che dei "soffi pestiferi" avessero trasportato la malattia dall'Asia all'Europa, oppure che la malattia fosse causata da miasmi provenienti dall'interno della terra.
I consigli o regimi contro la peste, opere mediche che mostravano come difendersi dal contagio, divennero quasi un genere letterario. Si consigliava di tener aperte solo le finestre rivolte a nord, perché i venti da sud - caldi e umidi - erano considerati dannosi. Il sonno durante il giorno era bandito, così come il lavoro pesante. Secondo molti la peste colpiva di preferenza le donne giovani e belle. E, in effetti, la peste contagiava con maggior facilità più le donne degli uomini, e più i giovani che gli anziani.
Il medico Gentile da Foligno elaborò la teoria del soffio pestifero: una congiunzione sfavorevole dei pianeti avrebbe risucchiato l'aria dalla terra, aria che sarebbe ritornata sulla terra in forma di "soffio pestifero". La facoltà di medicina dell'Università di Parigi, incaricata da Filippo IV di Francia di redigere una relazione sulle cause dell'epidemia, fece propria questa tesi, e così questa spiegazione assunse grande autorevolezza e venne tradotta in numerose lingue europee.
Molti medici, di fronte alla peste, fuggivano. Se fuggivano erano considerati dei vigliacchi. Se restavano, erano considerati interessati solamente al denaro. Riferisce il cronista Marchionne di Coppo Stefani: "Medici non se ne trovavano, perocché moriano come gli altri; e quelli che si trovavano, volevano smisurato prezzo innanzi che intrassero nella casa." In caso di peste, l'unico dovere del medico era di invitare l'ammalato a confessarsi. Il rimedio cui i medici più frequentemente ricorrevano erano fumigazioni con erbe aromatiche. Papa Clemente VI, per tutta la durata dell'epidemia ad Avignone, rimase rinchiuso nei suoi appartamenti, dove erano accesi grandi falò. È probabile che in questo modo riuscì realmente a sfuggire al contagio: il calore allontana le pulci.
A lungo termine la peste fece sì che la medicina si emancipasse dalla tradizione galenica. Papa Clemente consentì che si sezionassero cadaveri, pur di scoprire le cause dalla malattia. La ricerca diretta sul corpo umano per mezzo di studi anatomici ebbe un maggior impulso dopo la peste, un primo passo in direzione della medicina moderna e della scienza empirica. Ma dovevano trascorrere quasi 200 anni prima che Girolamo Fracastoro (1483-1533) si confrontasse in maniera più sistematica con l'idea di contagio.

Molti ritennero che la Peste fosse una punizione divina, e cercarono conforto nella religione. Movimenti religiosi nacquero spontaneamente in conseguenza della peste, o nel timore dell'epidemia, e molti di essi sfidavano il monopolio ecclesiastico sulla sfera spirituale. La vita quotidiana era segnata da rogatorie e processioni. I flagellanti percorrevano le strade delle città. Il culto di San Rocco, patrono degli appestati, divenne particolarmente intenso, e i pellegrinaggi divennero più frequenti. In molti luoghi sorsero chiese votive e altri monumenti, come le cosiddette "colonne della peste", per la paura degli uomini e per il loro desiderio di essere liberati dal flagello.
Nella generale disperazione, vi furono altri che decisero di gustare ogni minuto, almeno il pensiero di esso. L'economia non poteva reggere l'urto dell'epidemia. La mano d'opera moriva, fuggiva, o non riusciva più a svolgere il proprio compito. Per molti non aveva più senso coltivare i campi, se comunque la morte ben presto doveva raggiungerli.

L'autorità della Chiesa e dello Stato crollò molto rapidamente, anche per l'inefficacia delle misure messe in campo contro il contagio. Boccaccio, nel Decamerone, annota: E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d'adoperare. [3]
A soffrire maggiormente di questa perdità di autorità fu chi si trovava a margini della società medievale. Soprattutto in Germania l'epidemia fu accompagnata da una gravissima persecuzione degli ebrei, probabilmente la più grave fino alla Shoa.
I pogrom ebbero inizio quanto la popolazione esasperata individuò negli ebrei i colpevoli della catastrofe. Le autorità tentarono di arginare le violenze. Già nel 1348 papa Clemente VI definiva le accuse che gli ebrei diffondessero la peste avvelenando i pozzi "inconcepibile", perché l'epidemia infuriava anche dove non c'erano ebrei, e laddove vi erano ebrei, anch'essi finivano vittime del contagio.
Il papa invitava il clero a porre gli ebrei sotto la sua protezione. Clemente VI vietò di uccidere ebrei senza processo e di saccheggiare le loro case. Le bolle papali ebbero effetto solo ad Avignone, mentre altrove contribuirono ben poco alla salvezza degli ebrei. Lo stesso vale per la regina Giovanna I di Napoli che, nel maggio 1348, aveva diminuito i tributi dovutile dagli ebrei che vivevano nei suoi possedimenti provenzali, per compensare le perdite dovute ai saccheggi subiti. Nel giugno dello stesso anno i funzionari reali vennero cacciati dalle città della Provenza, fatto che illustra la debolezza della tutela degli ebrei causata dalla perdita di autorità dei monarchi.
L'accusa che gli ebrei avvelenassero fonti e pozzi cominciò a circolare agli inizi del 1348: in Savoia alcuni ebrei, inquisiti, sotto tortura avevano ovviamente ammesso questo reato. La loro confessione si diffuse rapidamente in tutta Europa, e scatenò un'ondata di violenze, soprattutto in Alsazia, in Svizzera e in Germania. Il 9 gennaio 1349, a Basilea, venne uccisa una parte degli ebrei che vi abitavano. Il consiglio cittadino della città aveva allontanato i più agitati tra quelli che istigavano alla violenza, ma la popolazione si rivoltò, costringendo gli amministratori a togliere il bando e a cacciare gli ebrei. Una parte di loro venne rinchiusa in un edificio su di un'isola sul Reno, cui poi venne dato fuoco. Anche a Strasburgo il governo cittadino aveva tentato di proteggere gli ebrei, ma venne esautorato dalle corporazioni. Il nuovo governo si mostrò tollerante verso l'annunciato massacro, che ebbe luogo nel febbraio 1349, quando la peste ancora non aveva raggiunto la città. Vennero uccisi 900 ebrei, sui 1884 residenti a Strasburgo.
Si discute sul ruolo dei flagellanti nei pogrom. Si riteneva che, ancora prima dell'arrivo della peste, essi avessero istigato la popolazione contro gli ebrei in città come Friburgo, Colonia, Augusta, Norimberga, Königsberg e Regensburg/Ratisbona. La ricerca più recente è però del parere che i flagellanti siano stati una "comoda giustificazione" (Haverkamp).
Nel marzo 1349, 400 ebrei di Worms preferirono appiccare il fuoco alle loro case e morirvi che finire nelle mani della folla in rivolta. Lo stesso fecero in luglio agli ebrei di Francoforte. A Magonza gli ebrei si difesero, e uccisero 200 dei cittadini che li stavano attaccando. Ma alla fine anche a Magonza, che all'epoca era la più grande comunità ebraica d'Europa, gli ebrei si suicidarono incendiando le proprie case. I pogrom proseguirono sino alla fine del 1349. Gli ultimi ebbero luogo ad Anversa e Bruxelles. Quando la peste cessò, ben pochi ebrei erano rimasti in vita tra Germania e Paesi Bassi.

La Peste nera provocò un mutamento profondo nella società dell'Europa medievale. Come ha dimostrato David Herlihy, dopo il 1348 non fu più possibile mantenere i modelli culturali del XIII secolo. Le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società che, a lungo termine, avrebbe avuto effetti positivi. Herlihy definisce la peste "l'ora degli uomini nuovi": il crollo demografico rese possibile ad una percentuale significativa della popolazione la disponibilità di terreni agricoli e di posti di lavoro remunerativi. I terreni meno redditizi vennero abbandonati, il che, in alcune zone, comportò l'abbandono di interi villaggi. Le corporazioni ammisero nuovi membri, cui prima si negava l'iscrizione. I fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo un gran numero di persone godette, dopo la peste, di un benessere che in precedenza era irraggiungibile.

L'aumento del costo della manodopera favorì un'accentuata meccanizzazione del lavoro. Così il tardo Medioevo divenne un'epoca di notevoli innovazioni tecniche. David Herlihy cita l'esempio della stampa. Fino a quando i compensi degli amanuensi erano rimasti bassi, la copia a mano era una soluzione soddisfacente per la riproduzione delle opere. L'aumento del costo del lavoro diede il via a una serie di esperimenti che sfociò nell'invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Sempre Herlihy ritiene che l'evoluzione della tecnica delle armi da fuoco sia da ricondurre alla carenza di soldati.
La Chiesa, cui moltissime vittime dell'epidemia avevano lasciato in eredità i loro beni, uscì dalla peste nera più ricca, ma anche meno popolare di prima. Non era riuscita a dare una risposta soddisfacente al perché Dio avesse messo alla prova l'umanità in maniera tanto dura, né era riuscita ad essere vicina al proprio gregge, quando questo ne aveva maggior bisogno. Il movimento dei flagellanti aveva messo in discussione l'autorità della Chiesa. Anche dopo che questo movimento tramontò, molti cercarono Dio in sette mistiche e in movimenti di riforma, che alla fine distrussero l'unità spirituale dei cristiani.
Secondo alcuni storici della cultura, tra cui in particolare Egon Friedell, la Peste nera causò la crisi delle concezioni medievali di uomo e di universo, scuotendo le certezze della fede che avevano dominato fino ad allora, e vede un rapporto causale diretto tra la catastrofe della peste nera e il Rinascimento.

Bibliografia

  1. Klaus Bergdolt, La peste nera in Europa, Casale Monferrato, 1997
  2. Norman F. Cantor, In the Wake of the Plague – The Black Death and the Word it made, Londra, 1997, ISBN 0-7434-3035-2
  3. Claudia Eberhard Metzger, Renate Ries, Verkannt und heimtückisch – Die ungebrochene Macht der Seuchen, Basilea, 1996, ISBN 3-7643-5399-6
  4. Franz-Reiner Erkens, "Buße in Zeiten des Schwarzen Todes: Die Züge der Geissler", in: Zeitschrift für historische Forschung, vol. 26, Berlino, 1999, pp. 483–513
    Egon Friedell, Kulturgeschichte der Neuzeit. Die Krisis der Europäischen Seele von der
  5. Schwarzen Pest bis zum Ersten Weltkrieg, Monaco di Baviera, 1996 ISBN 3-406-40988-1 (prima edizione 1927–31)
  6. Alfred Haverkamp, "Die Judenverfolgungen zur Zeit des Schwarzen Todes im Gesellschaftsgefüge deutscher Städte", in: Alfred Haverkamp (ed.): Zur Geschichte der Juden im Deutschland des späten Mittelalters und der frühen Neuzeit, Stoccarda, 1981, ISBN 3-7772-8112-3
  7. David Herlihy, Der Schwarze Tod und die Verwandlung Europas, Berlino, 1997, ISBN 3-8031-3596-6
  8. Rober Hoeniger, Der Schwarze Tod in Deutschland. Ein Beitrag zur Geschichte des vierzehnten Jahrhunderts, Berlino, 1882
  9. Kay Peter Jankrift, "Krankheit und Heilkunde im Mittelalter", in Wissenschaftliche Buchgesellschaft, ISBN 3-534-15481-9
  10. William H. McNeill, Seuchen machen Geschichte. Geißeln der Völker, Monaco di Baviera, 1976 ISBN 3-7906-0079-2
  11. William Naphy, Andrew Spicer, Der schwarze Tod, Magnus Verlag, ISBN 3-88400-016-0
  12. Norbert Ohler, Sterben und Tod im Mittelalter Patmos Paperback, ISBN 3-491-69070-6
  13. Jacques Ruffié, Jean-Charles Sournia, Die Seuchen in der Geschichte der Menschheit, Stoccarda, 1987, ISBN 3-423-30066-3
  14. Barbara Tuchman, Uno specchio lontano,
  15. Manfred Vasold, "Die Ausbreitung des Schwarzen Todes in Deutschland nach 1348", in Historische Zeitschrift, vol. 277, 2003, pp. 281–308
  16. Manfred Vasold, Pest, Not und schwere Plagen. Seuchen und Epidemien vom Mittelalter bis heute, Monaco di Baviera, 1991, ISBN 3-406-35401-7
  17. Sue Scott, Christopher Duncan, Return of the Black Death: The World's Greatest Serial Killer, John Wiley & Sons, Canada, 2004, ISBN 0470090006
domenica 8 marzo 2009

Nera come la Peste

La peste è una malattia infettiva di origine batterica causata dal batterio Yersinia pestis. È una malattia quarantenaria e per il Regolamento Sanitario Internazionale è assoggettata a denuncia internazionale all'OMS, sia per i casi accertati che per quelli sospetti.

Effetti e contagi 

Esistono tre forme principali di peste: la differenza si può determinare analizzando l'interno dei bubboni infetti o attraverso un'emocoltura. Ancora è oscuro perché si trasmetta in una forma piuttosto che in un'altra.

Peste bubbonica

La trasmissione nell'uomo può avvenire attraverso la puntura delle pulci dei ratti, in particolare la Xenopsilla cheopis, o tramite il morso dei ratti (suris) stessi o di altri roditori. La pulce dell'uomo (Pulex irritans) ed i pidocchi, in forma minore, permettono di trasmettere la peste bubbonica anche da uomo ad uomo.
Insorge violentemente dopo un periodo di incubazione da 2 a 12 giorni. Si presenta con febbre alta, cefalea, grave debolezza, nausea, fotosensibilità, dolore alle estremità, vomito e delirio. Si formano pustole nelle zone punte dalla pulce infetta; i linfonodi delle zone colpite (generalmente la zona inguinale e quella ascellare) si infiammano, gonfiandosi fino a formare uno o più bubboni. Possibile formazione di petecchie.
Nei casi gravi, l'infezione si propaga nell'organismo provocando insufficienza cardiocircolatoria, complicazioni renali o emorragie interne, sintomi che possono facilmente portare alla morte. Altrimenti, nei casi meno gravi, la febbre cessa dopo circa due settimane, i bubboni gettano fuori del pus sgonfiandosi e lasciando una cicatrice.

Peste polmonare 

Forma decisamente più grave rispetto alla precedente in quanto attacca i polmoni, può presentarsi anche come aggravamento. Il periodo di incubazione va da 1 a 7 giorni e presenta un notevole abbassamento della temperatura corporea, dispnea (difficoltà respiratorie), tosse, cianosi (colorazione bluastra della pelle e delle mucose, sintomo di disturbi circolatori o respiratori) e grave debolezza. Caratterizzante è l'insorgenza di gravi disturbi neurologici. Se non viene curata in tempo, porta quasi sicuramente alla morte per edema polmonare acuto.
La peste polmonare è trasmissibile anche senza l'azione di pulci, per via aerea: attraverso, cioè, tosse e starnuti di persone infette.

Peste setticemica 

È la forma più rara ma certamente fatale. Dopo la puntura il bacillo infetta il sangue, la vittima denota un arrossamento della pelle a causa della rottura dei capillari e muore dopo poche ore dal contagio. La morte estremamente rapida dei contagiati non permette la propagazione endemica del batterio ma pulci umane e pidocchi che infestano il corpo diventano portatori in grado di contagiare il loro prossimo ospite.
Altre forme di peste 
La Yersinia Pseudotuberculosis si manifesta con sintomi simili alla tubercolosi mentre la Yersinia Enterocolica colpisce essenzialmente il basso tratto digerente.

Cura 

Per combattere la peste sono necessari degli antibiotici, fra cui la streptomicina, il tetracicline ed il cloramfenicolo. Importante è l'isolamento dei malati per evitare ulteriori contagi.
Esistono dei vaccini antipestosi, ma a causa della brevità del loro effetto sono somministrati solo in casi di rischio evidente e programmabile di contagio (per esempio per le figure professionali di biologi, ricercatori, ecc.)

Yersinia pestis 

Yersinia pestis (della famiglia delle Enterobacteriaceae) è l'agente eziologico della peste. Il batterio infetta i tessuti linfoidi dell'uomo, facendo in modo di annullare la capacità di difesa dei linfociti. Ma per far questo, il batterio deve evitare di essere ingerito dai macrofagi, le cellule del sistema immunitario che distruggono gli agenti esterni: Y. pestis risolve questo problema producendo delle proteine che penetrano nei macrofagi e li disattivano. Alcune di queste proteine provocano danni diretti alla cellula, altre invece (come YopH) fanno in modo di annullare la rete di comunicazioni interne dei macrofagi.
Jack E. Dixon, in uno studio portato avanti alla Purdue University, ha scoperto che YopH fa parte di una classe di enzimi che rimuove i fosfati aggiunti dai macrofagi, facendo sì che questi ultimi perdano la loro efficienza e che Y. pestis possa prosperare. Alcune specie di Yersinia, inoltre, usano i sistemi di comunicazione dei macrofagi per scopi proprî: per esempio si fanno inglobare dai macrofagi per essere trasportate attraverso l'organismo.

La scoperta 

Nel 1894 il medico svizzero Alexandre John-Émile Yersin, durante l'epidemia di Hong Kong, isola il bacillo che per millenni ha seminato la morte nel mondo. Lo battezza Pasteurella pestis, in onore di Louis Pasteur, l'uomo che con le sue teorie ha reso possibile la concezione batterica.
Lo stesso anno anche il medico giapponese Shibasaburo Kitasato, che già nel 1889 ha isolato il bacillo del tetano, ottiene indipendentemente gli stessi risultati del collega svizzero. Ma la Storia si ricorderà solo di Yersin, in quanto solo in suo onore il bacillo della peste verrà mutato da Pasteurella a Yersinia pestis.

La peste nella storia 

Quello della peste è stato uno dei flagelli più temuti e catastrofici che hanno per millenni colpito l'umanità in ogni angolo del mondo. Spesso le epidemie hanno avuto dimensioni tali da stravolgere l'assetto sociale ed economico di intere aree geografiche.
In generale, va rilevato che solo nel XIX secolo si è arrivati a significative scoperte in campo medico e scientifico che hanno permesso di comprendere l'origine e le modalità di diffusione del morbo. Fino ad allora si era quasi sempre perpetuato ovunque l'equivoco di considerare l'aria come l'elemento di principale diffusione della peste. Pertanto tutte le misure di profilassi e di difesa dalla malattia si concentravano su tale elemento, trascurando invece altri fattori decisivi, come l'igiene nelle case e nelle strade e la qualità dell'acqua. Specie nelle città la scarsa attenzione alla pulizia dell'acqua e all'igiene personale, la circolazione spesso a cielo aperto degli scarichi, che andavano a confondersi con acque utilizzate per gli usi domestici, e favoriano la diffusione di ratti e di parassiti, era un pericoloso e rapido canale di diffusione della malattia.

I primordi

Alcuni testi egizi del secondo millennio a.C. descrivono alcune gravi epidemie di quella che convenzionalmente viene chiamata peste, così come ne parlano gli Ittiti, della Mesopotamia (l'attuale Iraq). Anche nella Bibbia si parla di pestilenze ed epidemie, a testimonianza della frequenza di questi eventi.
Nel Primo libro di Samuele si racconta di come Dio abbia inviato una pestilenza ai Filistei, colpevoli di aver rubato l'Arca dell'Alleanza ebraica. Gli studiosi dicono si tratti di peste bubbonica e datano l'evento al 1030 a.C. o, secondo altre fonti, al 1076 a.C. Il pittore Nicolas Poussin immortala questo passo biblico nel suo dipinto La peste di Ashdod o, secondo altre fonti, La peste di Azoth (1630 circa), conservato al Museo del Louvre a Parigi.

La peste di Atene del 430 a.C. 

La storia dell'antichità riporta numerose descrizioni di epidemie di peste; tuttavia, dato che il termine veniva usato generalmente per indicare pandemie a letalità elevata (peste deriva dal latino pessimus, il peggiore, inteso come male) non si può parlare con certezza di pandemie pestose prima di quella cosiddetta di Giustiniano (VI secolo d.C.), che devastò il bacino del Mediterraneo. Da alcune descrizioni pare che alcuni focolai fossero già presenti nel Nord Africa intorno al III Secolo dell'era cristiana. Il greco Tucidide è il primo storico a descrivere accuratamente un'epidemia che si suppone di peste anche se alcuni moderni epidemiologi ritengono dalla descrizione che possa essersi trattato anche di vaiolo; Tucidide narra gli eventi di Atene durante la guerra del Peloponneso (431-430 a.C.).
L'epidemia si dice sia arrivata dall'Etiopia, e che abbia imperversato in Persia ed in Egitto prima di raggiungere la Grecia. Arriva in un momento critico per il Peloponneso, in quanto imperversa la guerra ed Atene è presa d'assedio, tanto che le proprie condizioni igienico-sanitarie sono molto scarse. Migliaia sono i morti, malgrado l'opera di medici e sacerdoti. Fra le prime vittime vi fu lo stesso Pericle, la cui morte avvenuta nel 429 a.C. privò Atene di una forte guida.
Comunque gli storici moderni, analizzando la descrizione di Tucidide e dopo attenti studi di paleopatologia, sono giunti alla conclusione che l'epidemia descritta non fosse altro che una forma di virus influenzale (H1N1 probabilmente) dall'elevata mortalità per la sovrainfezione polmonare da uno Staphylococcus aureus particolarmente aggressivo.

La peste Nera del 1348

L'epidemia arriva in Europa dall'Est, attraverso le rotte commerciali, nascendo probabilmente nel Deserto del Gobi negli anni venti del XIV sec, colpendo gravemente la Cina, infuriando nelle pianure del Volga e del Don. Nel 1338 le comunità nestoriane di Issyk Kul vengono decimate dal morbo. Nel 1347, durante l'assedio di Caffa (l'odierna Feodosia), importante colonia e scalo commerciale genovese in Crimea, il khan tartaro Ganī Bek, come ha scritto Michel Balard, fa lanciare dei cadaveri infetti all'interno delle mura cittadine, come antesignano della guerra batteriologica. Le galere genovesi trasportano così la peste prima a Pera, nel porto di Costantinopoli, poi a Messina. Genova rifiuta di accogliere le proprie navi infette, così che queste devono ripiegare sul porto di Marsiglia, ma ormai il contagio è sparso per tutti i porti del Mar Mediterraneo.
Le cause della tremenda diffusione della peste in Europa vanno però anche ricercate in una serie di avvenimenti precedenti al 1347. L'Europa del XIII secolo era stata caratterizzata da un notevole incremento demografico. Ma una mutazione climatica nel XIV secolo comportò un abbassamento della temperatura sia in occidente sia in oriente (questo periodo viene chiamato la "piccola era glaciale"). Conseguenze di ciò furono l'abbandono della coltivazione di cereali in Islanda e della coltivazione dell'uva in Inghilterra e, più in generale, una diminuzione della produzione agricola in tutta Europa. Ci furono numerose carestie e la malnutrizione comportò un indebolimento delle persone, motivo per cui, anche a causa delle scarse condizioni igieniche, assistemmo alla diffusione di malattie come la peste.
Nel 1348 la mortalità fu altissima: dato che in Europa la peste non compariva dal VII secolo, epoca in cui terminò la cosiddetta "peste di Giustiniano" descritta da Procopio di Cesarea e iniziata nel 542-543, non esisteva più una "memoria immunitaria" per questa malattia e quindi la forma più frequente di manifestazione fu quella polmonare, a contagio interumano (cioè non mediata dalla pulce), e con una mortalità prossima al 100%. In un secondo tempo e specialmente nelle epidemie degli anni seguenti la peste si propagò nella forma bubbonica, sensibilmente meno letale.
Agli inizi del 1348 la peste raggiunge l'entroterra. Il 20 agosto raggiunge Parigi, il 29 settembre Londra. Dopo una pausa durante l'inverno, il 1349 vede la peste imperversare in tutta Europa. Fu questo l'anno di maggior contagio, tanto che in Scandinavia questo periodo (1348 - 1350) viene ricordato come "la peste nera". Nel 1350 muore di peste Alfonso XI il Giustiziere di Castiglia e nello stesso anno la peste raggiunge la Groenlandia dando la spallata definitiva agli insediamenti del territorio ed inducendo i coloni ad abbandonarli. Nel 1351 la peste raggiunge la Moscovia uccidendone il Granduca ed il patriarca della Chiesa ortodossa.
Fra alti e bassi, la peste si presenta ogni 10-12 anni, mietendo innumerevoli vittime e slabbrando il tessuto sociale. Come Giovanni Boccaccio scrive nel suo Decameron, la peste rende nulle le leggi umane, come rende vano ogni ordine sociale e civile. « altri [...] affermavano il bere assai e il godere e l'andar cantando a torno e sollazzando e il soddisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male ».
Anche una volta cessata l'epidemia, le istituzioni civili rimangono profondamente colpite, e le usanze dei sopravvissuti alle epidemie si fanno meno rigide. Un cronista dell'epoca, Matteo Villani, nella sua Nova Cronica riporta che « trovandosi pochi, e abbondanti per l'eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come se state non fossero, si diedero alla più sconcia e disonesta vita che prima non avieno usata ».
La peste, paradossalmente, crea una forte ricchezza nella gente sopravvissuta: sia perché la crisi del mercato del lavoro ha fatto aumentare enormemente i salari sia per la questione dei testamenti: in quanto pochi muoiono lasciando delle volontà testamentarie, anche perché difficilmente i notai si recano in casa dei moribondi. Dopo la peste, i tribunali vengono intasati da centinaia di cause legate a dispute ereditarie.
La morte di massa colpisce fortemente le industrie inducendo le corporazioni a modificare i propri regolamenti (ad esempio permettendo l'arruolamento extrafamiliare). La peste porta anche all'abbandono dei territori anticamente coltivati a cereali con metodo intensivo lasciando spazio a nuove attività produttive come l'allevamento, la pastorizia e lo sfruttamento boschivo causando quindi una notevole discesa nei prezzi su prodotti quali la carne, il cuoio ed il legname. Inoltre la fuga di molti fittavoli verso le città provoca il crollo in molti paesi del sistema feudale e rende necessaria l'applicazione di grandi innovazioni in grado di mantenere accettabili i livelli di produttività.

La peste del Nord Italia del 1630 

Gli anni 1628 e 1629 vedono una terribile carestia imperversare per il nord Italia. Le città vengono prese d'assalto da vagabondi e mendicanti, in cerca di condizioni di vita migliori rispetto alle campagne, scoppiano tumulti ed agitazioni. Per ultimo arriva la peste, portata dalla discesa dei Lanzichenecchi in Italia.
Per evitare che il contagio dilaghi, le autorità sanitarie impongono l'isolamento dei paesi dove si hanno i primi casi di peste, mediante la chiusura della strada. Fra alti e bassi la peste imperversa per tutto il Nord Italia. A fine maggio 1630 sembra che l'epidemia si sia dissipata, ma a giugno il morbo si ripresenta, mietendo innumerevoli vittime.
La peste di questi anni è descritta anche dal Manzoni nel celebre romanzo I Promessi Sposi e nel suo saggio storico Storia della colonna infame.

Usi, provvedimenti a Genova nel Seicento 

Oltre al sacrificio di vite umane, ogni epidemia contribuiva a stravolgere e a sovvertire sia il sistema economico sia quello sociale-familiare, basti pensare nel primo caso alla evidente difficoltà all'approvvigionamento che aggravava ulteriormente la condizione della città colpita, e nel secondo caso alla stato di trascuratezza e di abbandono con il quale venivano trattati i parenti ammalati e persino i deceduti, per i quali, spesso, si svolgevano frettolosi e incompleti riti funebri.[1]
In molte città italiane, tra le quali Genova, già nel Quattrocento, era stato istituito un Magistrato di Sanità, il cui compito era quello di gestire l'emergenza.
Durante l'epidemia gli usi, i costumi e le abitudini consuete subivano pesanti alterazioni, dato che le autorità vietavano assembramenti, balli, feste, viaggi; per limitare il contagio si erigeva, attorno alla città, il cordone sanitario che consentiva l'ingresso nei centri solo ai possessori del certificato di sanità, si formavano ronde nei punti di accesso alla località sia stradali sia marini, si attrezzavano appositi ospedali di cura solitamente lontani dalla città, si organizzavano pulizie straordinarie per le strade e nei pozzi neri, era prevista la quarantena o addirittura il rogo per le navi arrivate da luoghi sospetti.
Alcune città venivano suddivise in quartieri affidati a commissari, medici, chirurghi e speziali. Tra le misure precauzionali vigeva l'allontanamento dei mendicanti forestieri e il controllo delle case insalubri, sporche e dei poveri, considerati possibili veicoli di contagio. I medici segnalavano ai commissari i nuovi casi sospetti e la casa di questi ultimi veniva immediatamente sprangata con gli abitanti dentro; l'isolamento era interrotto solamente da personale autorizzato che prima di toccare oggetti appartenenti agli infetti, lo immergevano nell'aceto per disinfettarlo. I medici, durante le loro visite ai malati, indossavano una specie di toga lunga e incerata, una maschera dotata di occhiali e di un lungo becco.
Ai ricchi era concesso di farsi curare a casa, risparmiandosi così il trasferimento e le cure gratuite nel lazzaretto. Peraltro le famiglie del malato rimaste isolate, se erano povere, ricevevano gratuitamente il vitto.[1] Dopo la morte del malato, tutta la sua biancheria veniva bruciata e si punivano severamente gli atti di sciacallaggio.
Inutile dire che a quei tempi abbondavano i ciarlatani convinti di aver inventato gli antidoti, quali macerazioni nel vino di varie sostanze naturali (aglio, salvia, ruta, pepe, noce, ecc.), profumi, unguenti, e fumi di mirra, incenso. I medici dell'epoca consigliavano di consumare pasti leggeri a base di carni magre, verdure, pane ben cotto, certamente preferibili ai fritti, ai dolci; di dormire in una camera profumata e con le finestre chiuse e di mantenere pulite le lenzuola, di sottoporsi al salasso e più raramente a interventi chirurgici.[1]

Statistiche 

Popolazione delle seguenti città nel 1628:

Milano 130.000
Bologna 62.000
Firenze 70.000
Venezia 143.000
Padova 40.000
Mantova 39.000
Brescia 38.000

Popolazione nel 1631:
Milano 65.000
Bologna 47.000
Firenze 63.000
Venezia 98.000
Padova 21.000
Mantova 10.000
Brescia 20.000

Le ultime epidemie di peste in Europa 

L'avvento della Rivoluzione industriale a partire dalla fine del XVIII secolo ha generato nel giro di pochi decenni un notevolissimo miglioramento delle condizioni socio-economiche e igienico-sanitarie di gran parte della popolazione dei paesi occidentali, ed ha inoltre assicurato una più regolare produzione agricola, scongiurando le periodiche carestie sempre presenti nei secoli precedenti. Tali fattori hanno quindi determinato a partire dal XIX secolo la scomparsa pressoché totale delle epidemie di peste dallo scenario europeo. Come si può vedere dall'elenco sotto riportato, infatti, soltanto due sono gli ultimi episodi verificatisi nel corso dell'800, e si riferiscono entrambi a realtà che all'epoca non erano ancora state significativamente interessate dalla rivoluzione industriale.

1666 - Ultima epidemia di peste in Inghilterra (La Grande peste di Londra)
1720 - Ultima epidemia di peste in Francia; si estese principalmente a Marsiglia ma non raggiunse Parigi
1743 - Ultima epidemia di peste nel Nord Italia
1779 - Ultima epidemia di peste nell'Europa centrale (Peste di Vienna)
1816 - Ultima epidemia di peste nel Sud Italia (a Noicattaro in provincia di Bari).
1889 - Ultima epidemia di peste in Russia, principalmente a Mosca

La peste nel Novecento 

1894-1906 - Terza grande pandemia: coinvolge India, Canton, Hong Kong, Taiwan e Giappone. Solo a Canton le vittime furono tra 40.000 e 100.000 con un tasso di mortalità stimato dell'80%. In India le vittime furono 11.000.000. Durante l'epidemia a Taiwan, Alexandre Yersin isola il batterio e crea un siero che si dimostra efficace nel rallentare in modo decisivo la progressione del morbo.
Anni 1920 - Epidemia nel Madagascar. Si verificarono circa 40.000 casi
Anni 1960 - Epidemia in Vietnam. Nel solo 1967 si verificarono nel paese asiatico quasi 6.000 casi.
Da allora si registrano circa 1000-3000 casi annuali di peste nel mondo. Le epidemie più recenti si sono avute in India (ottobre 1994), Uganda (novembre 1998), in Namibia (maggio 1999) e nel Malawi (luglio 1999).

La peste nel XXI secolo 

2008 - L'11 dicembre una nota dell'agenzia Ansa parla di un presunto caso di peste bubbonica a Venezia.
Gli esami ematologici eseguiti sul paziente, dimostrano dopo qualche giorno che non si tratta di peste ma di una banale infiammazione linfonodale.

Note 

^ a b c "La peste: tra passato e presente" di Grazia Benvenutoi, pubbl. su "D&T Diagnosi&Terapia", Mensile di informazione medico-farmaceutica - Anno XVII, N.2, 20 febbraio 1998, pag.9-12

giovedì 5 marzo 2009

Se la scienza e l’ingegneria si applicassero anche all’archeologia e alla storia sapremmo molte più cose dei nostri antenati medievali e potremmo dare tante risposte per quelle che erano le abitudini alimentari, stili di vita, malattie. Non è detto che dal passato non ci sia ancora tanto da imparare, anche per dare una speranza per il futuro.

L’ingegneria meccanica che consente di costruire mezzi e macchinari sempre più sofisticati e quella informatica ed elettronica che elaborano sempre più software all’avanguardia, anche per le scienze forensi, insieme all’ingegneria biomedica e clinica, genetica, alla medicina, alla chimica e perchè no, anche alle scienze farmaceutiche, insieme potrebbero dare tante risposte su chi erano i nostri antenati e che stile di vita avevano, ma ancora le loro malattie e le cause di tanta morte (ovviamente esagerata più quanto in realtà non sia stata realmente) nel Medioevo anche perchè non è detto che da quel passato “oscuro” non ci sia ancora qualcosa da imparare anche per dare qualche speranza per il futuro.

Ci si ostina a dire che ormai le tracce biologiche di cadaveri di più di mille anni non servono perchè tanto la causa della morte è nota, eh, è scritta sul libro o sul diario del diretto interessato, ma forse le scienze forensi potrebbero con le discipline suddette cercare ancora e secondo me, una risposta c’è, quei nostri antenati di più di mille anni ci potrebbero ancora dire qualcosa.

Si sa che nel Medioevo o si moriva di peste o si moriva di lebbra, o altre malattie e se la natura ti concedeva una lunga vita senza queste tre cause di morte, dovevi essere certo di non avere nemici che ti facesso uccidere o che ti uccidessero loro stessi. E’ altresì vero però che in quell’epoca le vittime delle impiccagioni spesso una volte morte il cadavere veniva eliminato, o buttato in un fosso o bruciato o ancora seppellito in terra non consacrata, il tempo ha provveduto e non possiamo ribaltare la terra per cercare cadaveri di persone completamente anonime, anche se questo si fa già in alcuni paesi del mondo per quanto riguarda la ricerca di persone scoparse e di cui si sospetta la morte, un po’ una sorta di cold case ma senza traccia. Nei casi delle vittime dei roghi, se non sono rimaste le ossa anche la scienza può far ben poco. In Francia un equipe di scienzati che è riuscito a recuperare dei resti di capelli di S. Giovanna d’Arco sta tentando di dare delle risposte e non è detto che quei capelli siano quelli della Santa, bisognerebbe vedere le ossa. Siamo tutti in attesa di risposte anche se ovviamente il miglior medico che può dare risposte è sempre lui: IL TEMPO! 

I personaggi che sono divenuti santi però si sa già di cosa sono morti, le risposte che i loro corpi umani potevano dare, quando sono stati studiati per le varie cause prima dei processi che hanno portato alla loro santificazione, sono state date tutte.

Bisegnerebbe chiedere aiuto ai corpi dei sovrani di cui si sa certa l’esistenza di reperti biologici. In alcuni casi si sono potuti riscoprire dei corpi, anche di sovrani, completamente mummificati e magnificamente conservati, ma non solo. Le mummie sono le fonti di risposta pià accreditabili, grazie a loro per le mummie d’Egitto si sono ottenute tantissime informazioni, però lo stesso non si è potuto fare con i personaggi del Medioevo cristiano. Certo c’è da dire che quando li seppellivano o li uccidevano non pensavano a tenere il corpo conservato perchè nel XXI secolo la scienza avrebbe potuto averne bisogno. Un detto dice “Il tempo va avanti senza guardare dove va” e credo che non ci sia proverbio più vero.

Qualcuno direbbe “mica possiamo diseppellire tutti i morti del passato per dare delle risposte”, ovviamente no, non stiamo dicendo questo, si dice solo che qualora ci fossero ancora dei reperti biologici di personaggi storici medievali non scoperti, se qualora fossero scoperti sarebbe utile per la conoscenza, in generale, se quei reperti biologici fossero studiati in modo da dare risposte, sia sul passato ma forse anche per il futuro, si potrebbe forse scoprire che qualcuno è morto di una malattia rara o per una condizione congenita rara come l’ipotiroidismo congenito. Si potrebbe scoprire se quella persona aveva una malattia genetica o peggio ancora il cancro e forse si potrebbero trovare, ma non è detto, delle piccole tracce su cui basarsi per nuove ricerche per migliorare il nostro futuro. La storia non è maestra? Io credo che invece lo sia, basta solo ascoltarla e scoprirla.

“C’è la crisi” dirà qualcuno “ la ricerca costa” e sicuramente si preferisce indagare nel presente che non nel passato, si rischierebbe di perdercisi davvero, ma unendo le forze della scienza e della ricerca, se si sprecasse meno in certe cose, forse si potrebbe! Anzi, se e sempre se…si può.

martedì 3 marzo 2009

“Vivere il Medioevo non è un sito per argomenti politici o un sito che prende determinate posizioni”

Cari utenti, alcuni mi hanno chiesto tante volte tramite il servizio “Il medievalista risponde” delle domande che richiedevano nel rispondere la presa di una determinata posizione tipo politico o di partito da parte mia, cosa che come sta scritto nel regolamento del sito, se andate a vedere negli avvisi utenti, non è assolutamente permesso. Non è permesso infatti prendere posizioni di partito perchè mi occupo di storia e non di politica, non si prende posizione a favore o contro le istituzioni ecclesiastiche o la Chiesa e le sue iniziative, il che non vuol dire che sono laica! Qualora nel sito verranno trattati argomenti che riguardano la Chiesa nel Medioevo, si ricorda che sarà sempre relativo alle fonti ed ai documenti storici a noi (società odierna) pervenuti. Si parlerà ancora delle Crociate, ad esempio, raccontando sia cosa ha fatto l’uno e cosa ha fatto l’altro. Purtroppo oggi si tende molto a prendere partito specie per quanto riguarda certe vicende storiche, io mi voglio occupare non di fare da giudice di una o dell’altra parte, ma di analizzare storicamente sia le vicende dei buoni o dei cattivi, altrimenti sarebbero favole e non storia medievale.

Altra cosa, alcuni utenti hanno contestato alcuni articoli su quello che riguarda i documenti della condizione della donna nel medioevo, con accuse di femminismo ed antimaschilismo, con alcune note per l’iniziativa “Un click contro la violenza”.

La mia risposta è che innanzitutto non si fa nè femminismo nè antimaschilismo, in secondo luogo, ci sono già alcuni articoli e ne saranno pubblicati altri su alcune regine della storia medievale, particolarmente crudeli e scaltre che come in un romanzo non si sono fatte crupoli, arrivando ad ogni sorta di altarino o reato per giungere ai loro scopi e così verranno anche trattate invece storie di donne, non tutte sante, che hanno lasciato il loro segno per aver compiuto o promosso opere pubbliche per migliorare la di allora società. Gli articoli che trattano del maschio medievale, sono particolarmente pesanti forse per via del linguaggio parlato, ma ad un’attenta rilettura di controllo si è verificato il rispetto di quella che è la veridicità storica. Se nel Medioevo si è detto che il maschio era rozzo, brutto e cattivo e pure puzzolente e di pessimi atteggiamenti, vedremo anche come la donna nel suo focolare quotidiano fosse costretta alla pari dell’uomo (bene o male a quei tempi la miseria rispettava il concetto il par-condicio) alla pessima igiene già scarsa, a doversi adeguare spesso alle condizioni di vita che le erano del resto imposte e quindi che nemmeno lei poteva permettersi povera o signora o regina che ella fosse di perdere tempo per farsi bella o prevenire la salute perchè, signori miei, non c’era scienza, non c’era ricerca, ma c’era tanta ignoranza. Insomma, va riconosicuto che il sesso femminile è stato molto demonizzato nel Medioevo, ma vedremo anche come anche all’interno dell’ambiente femminile quelli che erano buoni e cattivi e non pensiate che ci fossero solo gli uni o solo gli altri.

Per quanto riguarda l’Inziativa “Un click contro la violenza” e gli articoli che ne parlano e che hanno criticato il crescente aumento moderno dei fenomeni di violenza SULLE DONNE E SUI BAMBINI, RICORDO CHE NON SI TRATTA ASSOLUTAMENTE DI UN’INIZIATIVA CON FINI POLITICI o per fare pubblicità al sito. Se si leggono gli articoli stessi è da notare che si fa leva sull’accusa contro la violenza in sè che NON è UN PROBLEMA NUOVO, di questi ultimi decenni o di questi ultimi anni o mesi o giorni od ore anche, ma un problema che PERPETUA DA SEMPRE! gli ultimi eventi sono stati a livello sociale il classico goccio che ha fatto traboccare il vaso e ho voluto aprire questa iniziativa per dare voce alle voci che non si sentono e i dati raccolti, sono nel più totale anonimato e verranno alla fine esaminati e commentati sotto il profilo storico e della storia attuale per fare un punto della situazione!

domenica 1 marzo 2009

Lotaringia

Con il termine Lotaringia si indica il territorio di cui fu sovrano con titolo regale Lotario II, figlio dell'Imperatore Lotario I, e che assunse tale toponimo a causa della sua scarsa omogeneità geografica.

La regione era delimitata a settentrione dal mare del Nord, a occidente dai fiumi Saona, Mosa e Schelda, a oriente dalla linea che congiunge la foce dell'Ems alla città di Wesel (nei pressi della confluenza fra Reno e Mosella) e quindi dal fiume Reno fino alla confluenza con l'Aar. A meridione la zona era delimitata dalla catena del Giura e dal fiume Aar.

Storia

Il Trattato di Verdun (843) stabilì le aree di influenza di Carlo il Calvo e di Ludovico II il Germanico all'interno dell'Impero Carolingio. Il resto del territorio rimase a Lotario I, il quale mantenne la dignità imperiale. La parte di quest'ultimo comprendeva l'Italia, la Provenza, la Borgogna e una parte dell'Austrasia più precisamente un'area tra la Frisia e la Borgogna. Successivamente egli spartì il suo territorio, concedendo altresì corrispondenti dignità regali, ai suoi tre figli: al primogenito Ludovico consegnò l'Italia, a Carlo spettarono Provenza e Borgogna, mentre Lotario ricevette l'area fra la Frisia e la Borgogna che divenne nota in Latino come "Lotharii Regnum" e quindi come Lotaringia. Araldicamente Lotario è noto con il nome di Lotario II, in quanto il primo Re di Lotaringia viene tradizionalmente considerato il padre Lotario, sebbene questi non assunse mai tale titolo.

Dopo la morte di Lotario II (869), il trono rimase vacante in mancanza di successori legittimi. Carlo il Calvo entrò con il suo esercito e si fece incoronare a Metz come suo successore. Il fratello Ludovico il Germanico fu intenzionato a prendere possesso di quei territori e contestò la successione. I due si accordarono con il Trattato di Mersen (870) con il quale a Carlo venne assegnata la parte occidentale e il titolo regale, mentre a Ludovico spettò la parte orientale.

Alla morte di Carlo (877), l'accordo venne confermato fra il successore di quest'ultimo, Luigi il Balbo, e Ludovico il Giovane, che tra i figli di Ludovico il Germanico era quello che ebbe assegnata l'amministrazione della parte orientale dei territori. Nel 879, alla morte del Re dei Franchi occidentali, i grandi feudatari della parte occidentale preferirono Ludovico il Giovane ai due figli di Luigi (Luigi III e Carlomanno), che tuttavia tentarono di contrastare l'ascesa del rivale.

Il Trattato di Ribemont (880) assegnò la parte occidentale a Ludovico il Giovane: da quel momento il titolo regale fu strettamente legato ai Re di Germania, tranne una breve parentesi in cui alla morte di Ludovico IV il Fanciullo, i grandi feudatari preferirono eleggere il Re dei Franchi occidentali Carlo il semplice.

Il termine Lotaringia si corruppe in Lorena al principio del X secolo.


 

Elenco dei monarchi

Lotario I (843 - 855), Imperatore.

Lotario II (855 - 869).

Carlo II il Calvo (869 - 877), Imperatore.

Luigi (o Ludovico) II il Balbo (877 - 879).

Ludovico III il Giovane (879 - 882).

Carlo III il Grosso (882 - 887), Imperatore.

Arnolfo di Carinzia (887 - 895).

Sventibaldo (895 - 900).

Ludovico IV il Fanciullo (900 - 911).

Carlo il Semplice (911 - 922).

Enrico I di Sassonia (922 - 936).

Da quel momento il titolo regale fu associato ai Re di Germania, mentre l'amministrazione dei territori fu assegnata ai Ducati di Alta e Bassa Lorena.

Schieramenti della I Crociata

Schieramenti

Cristiani:

Sacro Romano Impero

  • Repubblica di Genova
  • Bassa Lotaringia
  • Provenza

Regno di Francia

  • Blois
  • Boulogne
  • Fiandre
  • Le Puy-en-Velay
  • Vermandois

Regno d'Inghilterra

  • Normandia

Ducato di Puglia e di Calabria

  • Taranto

Impero bizantino

Regno armeno di Cilicia

Saraceni:

Impero Selgiuchide
Danishmendidi
Fatimidi
Almoravidi

Abbasidi

Comandanti

Guglielmo Embriaco

Goffredo di Buglione
Raimondo IV di Tolosa
Stefano II di Blois
Baldovino di Boulogne
Eustachio III di Boulogne
Roberto II di Fiandra
Ademaro di Monteil
Ugo di Vermandois
Roberto II di Normandia
Boemondo di Taranto
Tancredi d'Altavilla
Alessio I Comneno
Taticius
Manuele Boutoumites
Tzitas

Costantino I
Kilij Arslan I

Yaghisiyan
Kerbogha
Duqaq
Fakhr al-Mulk Radwan


Ghazi ibn Danishmend
Iftikhar ad-Daula

Al-Afdal Shahanshah

Cerca in Vivere il Medioevo

Caricamento in corso...

Sofware per creare alberi genealogici

Carissimi utenti per tutti voi che desiderate fare un vostro albero genealogico o cimetarvi nell'araldica e nella creazione degli alberi di una qualche famiglia medievale ecco a voi alcuni software, uno in italiano, molto carino e l'altro in inglese.

Family Tree builder 4 - by MyHeritage.it
il sofware è freeware e multilanguage (ANCHE IN ITALIANO), rilasciato da MyHeritage.

http://www.myheritage.it/family-tree-builder

c'è anche la versione Premium che però è a pagamento, ma uno la sceglie solo se vuole. Dal link che ho messo si scarica la versione gratuita.

O.S. - Windows 2000/XP/Vista
non è un software pesante ed è facile e intuitivo.
una volta terminata l'installazione e lanciato il programma vi chiederà la registrazione, gratuita, al sito. le procedure sono tutte sicure e guidate.

Family tree maker 2o1o - by Ancestry.com
questo è il link del sito
http://www.familytreemaker.com/
purtroppo il software dispone solo del trial gratuito perchè il software completo è a pagamento ed è solo in lingua inglese.
La 2010 è l'ultima, ci sono anche le versioni 2009 e 2006!
Per chi conosce l'inglese non ci sono problemi, come programma è molto simile a Family tree builder.

Buon lavoro!

Dedica del sito

Questo sito è interamente dedicato a Maria, mia nonna, per tutto l'amore e l'appoggio, la stima e la comprensione che mi ha sempre dato e che sempre continuerà a darmi, per essermi sempre stata vicina, per tutti i suoi insegnamenti specie la bontà e il perdono; e per avermi dato sempre la speranza in tutte le cose, per avermi trasmesso la forza di farcela, di rialzarmi e per avermi dato un insegnamento fondamentale che non è facile da imparare, la fede.

Ringraziamenti

Un ringraziamento speciale è rivolto ad Alessio, il mio fidanzato, per tutto l'Amore e l'appoggio, la stima e la fiducia che mi dà da sempre, per la forza e per la speranza, per essermi sempre vicino e per tutte le cose stupende che abbiamo passato insieme e che insieme passeremo in futuro.

Un ringraziamento sentito è per i miei genitori, in particolare papà per avermi trasmesso la passione per la storia.

Un altro ringraziamento speciale va ai miei più cari amici, per il loro affetto e per la loro stima, per essermi vicini, per i loro consigli.

Elisa, Cinzia, Fabbri, Annalisa, Daniela, Andrea, Sara, Alessia, Giacomo, Giovanni, Davide, Francesca, Elisabeth, Madda, Carolina, Carmen, Raja, Sawzar, Roni, Valerio, Valentina, Monica, Vittoria.

Il Commentarium

Chiunque desiderasse apportare commenti agli articoli, lo può fare liberamente purchè rispetti il regolamento che trova alla fine della seguente pagina, che può essere visualizzato anche premendo semplicemente il tasto FINE della tastiera. Se volete commentare l'articolo o dire la vostra lo potete fare, ma sempre nel rispetto delle regole della condotta su internet e nel rispetto del sito e di chi ci lavora con passione, nonchè altri altri utenti che amano particolarmente questo periodo della storia dell'umanità.

Chiara - Amm.re Vivere il Medioevo

Commentarium!

Cari utenti è aperta la possibilità di scrivere commenti ai vari articoli del sito, prima però occorre leggere il regolamento a fine pagina!

Font e grafica

Per una corretta visualizzazione del sito, in particolare i font dovete avere installato nel vostro pc i seguenti font:
1. Mason
2. Schildler
3. Times New Roman
4. Cataneo

Buona navigazione!

Visualizzazione del blog

Se quando visualizzate questa pagina vi compaiono i caratteri troppo grandi o troppo piccoli per regolarli e regolare la grandezza della pagina in base allo schermo è sufficiente eseguire questa combinazione dei comandi:

CRTL + rotellina mouse in avanti --> Zoom +
CRTL + rotellina mouse indietro --> Zoom -


Per una buona visualizzazione con caratteri nè troppo grandi nè troppo piccoli, fate in modo di avere lo zoom della pagina al 95% o 100%. Lo zoom attuale della vostra finestra la trovate in basso a destra nella barra di Explorer, dove compare la lente di ingrandimento con il segno più.

Buona navigazione!

Amministratori

Le mie foto
Chiara
Non mi interesso di politica, mi interesso alla cronaca e sono fermamente contro la violenza sulle donne e sui bambini. Sono per i valori della dignità personale delle, del rispetto e dell'educazione, della solidarietà e della famiglia e della tradizione, che oggi giorno purtroppo si sta sempre più dimenticando. Sono pienamente a favore inoltre della Ricerca scientifica, specie quella su malattie e rare ed il cancro. Amo la natura e le passeggiate all'aperto, viaggiare e visitare luoghi antichi e storici. Il mio personaggio simbolo del Medioevo è Carlo Magno.
Visualizza il mio profilo completo

Muro dei Viandanti

Libro dei Viandanti

Leggi e/o Firma il nostro Libro dei Viandanti!

Viandanti

Archivio

Viandanti preferiti!

Sei

La tua fascia d'età

Segui i giornali quotidiani (locali e nazionali)?

Segui i media, telegiornali, ecc?

Che genere di argomenti segui?

Gli argomenti di cronaca secondo te su cosa più si concentrano?

Secondo te la società di oggi come potrebbe essere definita rispetto a quella che secondo te è stata la società medievale?

Secondo te qual'è il sentimento sociale dati i fatti di cronaca degli ultimi anni?

Secondo te cosa manca alla società di oggi per combattere i fenomeni di cronaca di violenza sulle donne e sui bambini?

Il tuo sentimento nei confronti della società

Secondo te qual'è l'arma migliore contro la violenza?

I colpevoli delle cronache non sono solo maggiorenni, sempre più spesso sono minorenni, secondo te la miglior difesa potrebbe essere rappresentata da:

Secondo te pene più severe e misure preventive più forti possono servire per scoraggiare i fenomeni di violenza?

Il tuo click contro la violenza, scegli un'opzione che più rappresenta il tuo "BASTA ALLA VIOLENZA!