Ricerca

Visite al sito

ViMTraductor

Powered by Blogger.

Viandanti del blog

I più letti!

All’origine del mito…una storia di plagio e schiavismo. La verità dietro il Pifferaio magico

Il Pifferaio di Hamelin è una fiaba tradizionale tedesca, trascritta, fra gli altri, dai fratelli Grimm. È anche nota come Il Pifferaio Magico o con altri titoli simili. Si ritiene che essa sia stata ispirata da un evento tragico realmente accaduto nella città tedesca di Hamelin in Bassa Sassonia, nel XIII secolo.

Trama della fiaba

La storia si svolge nel 1284 ad Hamelin, in Bassa Sassonia. In quell'anno la città viene invasa dai ratti. Un uomo con un piffero si presenta in città e promette di disinfestarla; il borgomastro acconsente promettendo un adeguato pagamento. Non appena il Pifferaio inizia a suonare, i ratti restano incantati dalla sua musica e si mettono a seguirlo, lasciandosi condurre fino alle acque del fiume Weser, dove muoiono annegati.

La gente di Hamelin, ormai liberata dai ratti, decide incautamente di non pagare il Pifferaio. Questi, per vendetta, riprende a suonare mentre gli adulti sono in chiesa, questa volta attirando dietro di sé tutti i bambini della città. Centotrenta bambini lo seguono in campagna, e vengono rinchiusi dal Pifferaio in una caverna. Nella maggior parte delle versioni, non sopravvive nessun bambino, oppure se ne salva uno solo che, zoppo, non era riuscito a tenere il passo dei suoi compagni. Varianti più recenti della fiaba introducono un lieto fine in cui un bambino di Hamelin, sfuggito al rapimento da parte del Pifferaio, riesce a liberare i propri compagni. Una variante dice che i bambini entrano in questa caverna seguendo il pifferaio magico e fuoriescono da un'altra caverna la grotta di Almas in Transilvania. Questa era una delle leggende che spiegava l'arrivo dei sassoni in Transilvania, che cosi sarebbero appunto i bambini portati dal pifferaio magico di Hamlein

Le origini del mito

Il più antico riferimento a questa fiaba si trovava in una vetrata della chiesa della stessa città di Hamelin e risalente circa al 1300. Della vetrata si trovano descrizioni su diversi documenti del XIV e XVII secolo, ma pare che essa sia andata distrutta. Sulla base delle descrizioni, Hans Dobbertin ha tentato di ricostruirla in tempi recenti. L'immagine mostra il Pifferaio Magico e numerosi bambini vestiti di bianco.

Si pensa che questa finestra sia stata creata in ricordo di un tragico evento effettivamente accaduto nella città. Esisterebbe tuttora una legge non scritta che vieta di cantare o suonare musica in una particolare strada di Hamelin, per rispetto nei confronti delle vittime. Nonostante le numerose ricerche, tuttavia, non si è ancora fatta luce sulla natura di questa tragedia (vedi qui per un elenco di teorie). In ogni caso, è stato appurato che la parte iniziale della vicenda, relativa ai ratti, è un'aggiunta del XVI secolo; sembra dunque che la misteriosa vicenda di Hamelin avesse a che vedere solo con i bambini. (Paradossalmente, l'immagine del Pifferaio seguito da un esercito di topi è quella che la maggior parte delle persone associano a questa fiaba, magari senza ricordare nient'altro della vicenda).

Le principali teorie circa gli avvenimenti di Hamelin si possono ricondurre a quattro principali:

  • I bambini furono vittime di un incidente; forse annegarono nel Weser, o furono travolti da una frana.
  • I bambini furono vittime di una epidemia e furono portati a morire fuori dalla città per proteggere il resto della popolazione. Si è ipotizzato che l'epidemia potesse essere di peste. Altri, con riferimento al fatto che i bambini "danzavano" dietro al Pifferaio, hanno pensato al morbo di Huntington oppure al ballo di San Vito, piuttosto comune in Europa nel periodo che seguì le epidemie di peste nera. Secondo queste teorie, il Pifferaio è una rappresentazione simbolica della Morte o della malattia.
  • I bambini lasciarono la città per partecipare a un pellegrinaggio, a una campagna militare, o addirittura una nuova Crociata dei bambini, e non fecero mai ritorno. In questo caso, il Pifferaio rappresenterebbe il reclutatore.
  • I bambini abbandonarono volontariamente i loro genitori e Hamelin per fondare nuovi villaggi, durante la colonizzazione della Germania orientale. Questa teoria porta come prova i numerosi luoghi con nomi simili ad Hamelin sia nei dintorni della città che nelle colonie orientali. Le migrazioni di bambini nel XIII secolo sono un fatto ampiamente documentato, e quest'ultima teoria gode di un notevole credito; il Pifferaio sarebbe un reclutatore che condusse via buona parte della gioventù di Hamelin per fondare una colonia nella Germania orientale. Tale Decan Lude, originario di Hamelin, avrebbe posseduto intorno al 1384 un libro di cori che conteneva un verso in latino che riportava questo evento. Il libro è andato perduto, si pensa intorno al XVII secolo.

Un racconto tedesco degli eventi di Hamelin, purtroppo non illuminante, è sopravvissuto in una iscrizione databile 1602-1603, trovata proprio nella città della fiaba::

Anno 1284 am dage Johannis et Pauli
war der 26. junii
Dorch einen piper mit allerlei farve bekledet
gewesen CXXX kinder verledet binnen Hamelen gebo[re]n
to calvarie bi den koppen verloren

Si potrebbe tradurre:

Nell'anno 1284, il giorno di Giovanni e Paolo
il 26 di giugno
Da un pifferaio, vestito di ogni colore,
furono sedotti 130 bambini nati ad Hamelin
e furono persi nel luogo dell'esecuzione vicino alle colline.

La più antica fonte rimasta è datata circa 1440. Jobus Fincelius menziona la vicenda nel suo De miracolis sui temporis (1556), identificando il Pifferaio con il Diavolo.

Il resoconto più antico in lingua inglese è quello di Richard Rowland Verstegan (1548-1636), un antiquario e studioso di controversie religiose, nel suo Restitution of Decayed Intelligence (Antwerp, 1605). Egli cita la liberazione della città di Hamelin dai ratti e suggerisce che i bambini perduti siano andati a finire in Transilvania. Sembra che sia Verstegan ad aver coniato l'espressione Pied Piper ("Pifferaio Variopinto"), introducendo quello che nei paesi di lingua inglese è l'appellativo più comunemente associato al Pifferaio (da noi invece chiamato comunemente "Pifferaio Magico"). Piuttosto curiosamente, la data indicata da Verstegan per gli eventi di Hamelin è completamente diversa da quelle proposte da altre fonti, ovvero il 22 luglio 1376. Le note di Verstegan furono la fonte su cui si basò in seguito Nathaniel Wanley per il suo Wonders of the Visible World (1687), a sua volta utilizzato da Robert Browning per la sua celebre poesia (vedi sotto).

La vicenda di Hamelin interessò anche Goethe, che scrisse una poesia su di essa nel 1803 e la citò anche nel suo Faust.

I fratelli Grimm, traendo informazioni da undici fonti diverse, inclusero la fiaba del Pifferaio nel loro Saghe germaniche (Deutsche Sagen), pubblicato per la prima volta nel 1816. Nella loro versione, due bambini (uno cieco e uno storpio), rimasero a Hamelin; gli altri divennero i fondatori delle Siebenbürgen (Sette Città) (Transilvania).

Basandosi probabilmente sul testo dei fratelli Grimm, Robert Browning scrisse una poesia sul Pifferaio, The Pied Piper, pubblicata nel 1849; la poesia è celebre per il suo humour, per i giochi di parole, e per le rime gioiose. La poesia colloca i fatti di Hamelin in data 22 luglio 1376.

When, lo, as they reached the mountain's side,
A wondrous portal opened wide,
As if a cavern was suddenly hollowed;
And the Piper advanced and the children followed,
And when all were in to the very last,
The door in the mountain-side shut fast.


(“Quando raggiunsero il fianco della montagna
un meraviglioso portale vi si aprì,
come se si fosse creata improvvisamente una caverna;
il Pifferaio entrò e i bambini lo seguirono,
e quando alla fine tutti furono all'interno,
la porta nella montagna si chiuse velocemente.”)

 

Il luogo menzionato da Browning è la montagna di Coppenbrugge, un luogo noto per essere stato, in tempi antichi, sede di oscuri riti pagani.

Fonti bibliografiche

Crociata dei Fanciulli. Si trattò di plagio e inganno e vendita di schiavi

La crociata dei fanciulli o crociata dei bambini è il nome dato ad una serie di eventi, reali o leggendari, avvenuti nel 1212 dei quali esistono diversi resoconti spesso contraddittori e che sono tuttora materia di dibattito fra gli storici.

File:Gustave dore crusades the childrens crusade.jpg
La crociata dei fanciulli in un'illustrazione di Gustave Doré.

La versione tradizionale

La versione tradizionale afferma che nel maggio del 1212 un pastorello dodicenne di nome Stefano proveniente dalla cittadina di Cloyes-sur-le-Loir, nei pressi del villaggio di Châteaudun nell'Orléans, si presentò alla corte di Re Filippo II di Francia affermando che Cristo in persona gli era apparso mentre conduceva le pecore al pascolo e gli aveva ordinato di raccogliere fedeli per la crociata, consegnandogli anche una lettera per il re, il quale ordinò al fanciullo di tornare a casa, ma questi non si lasciò scoraggiare ed iniziò a predicare in pubblico sulla porta dell'abbazia di Saint-Denis. Prometteva a quelli che si sarebbero uniti a lui che i mari si sarebbero aperti davanti a loro, come aveva fatto il Mar Rosso con Mosè e che sarebbero così arrivati a piedi fino alla Terra Santa.
Il ragazzo iniziò a viaggiare per la Francia raccogliendo proseliti e facendosi aiutare nella predicazione dai suoi convertiti. Alla fine la Crociata partì verso Marsiglia.
I piccoli crociati si precipitarono al porto per vedere il mare aprirsi ma, poiché il miracolo non avveniva, alcuni si rivoltarono contro Stefano accusandolo di averli ingannati, e presero la via del ritorno.
Molti rimasero in riva al mare, ad aspettare il miracolo ancora per alcuni giorni, finché due mercanti marsigliesi (secondo la tradizione si chiamavano Ugo il Ferro e Guglielmo il Porco) offrirono ai fanciulli un "passaggio gratis". Stefano accettò di buon grado e così partirono sette navi con a bordo l'intero contingente di bambini.
Due delle sette navi affondarono per colpa di una tempesta e tutti i loro occupanti morirono affogati. I fanciulli superstiti furono consegnati dai mercanti di Marsiglia ad alcuni musulmani che li vendettero come schiavi.

Ricerche recenti dicono che…

Secondo ricerche più recenti, nel 1212 vi furono in realtà due movimenti di persone, uno in Francia e uno in Germania. La similitudine fra i due movimenti fece sì che nelle cronache successive le due storie si fusero nella versione sopra descritta.
Secondo alcuni l'espressione "crociata dei fanciulli" deriverebbe dal fatto che nei documenti si usa il termine latino puer (fanciullo) intendendo in realtà povero (pauper); il fatto che poi si sia parlato di "fanciulli" deriverebbe da un'interpretazione errata. A quanto pare i documenti dell'epoca insistono sulla miseria dei pellegrini e non sulla loro età.
Il primo movimento fu avviato da un pastore tedesco di nome Nikolaus che guidò un gruppo di persone attraverso le Alpi nella primavera del 1212. Circa 7.000 arrivarono a Genova verso la fine di agosto. Le acque ovviamente non si divisero e molti di loro tornarono in Germania, altri procedettero verso Roma, altri ancora si recarono a Marsiglia, dove probabilmente furono catturati dai mercanti di schiavi. Nessuno di loro raggiunse la Terra Santa.
Il secondo movimento fu guidato da un pastore francese di nome Stefano di Cloyes che affermava di aver ricevuto una lettera per il re di Francia a sua volta ricevuta da Cristo. Attrasse una folla di circa 30.000 persone e si recò a Saint-Denis dove fu visto compiere alcuni miracoli. Filippo II ordinò alla folla di tornare a casa e la maggior parte di loro seguì l'ordine. Non vi è menzione che questi volessero recarsi in Terra Santa.
Le cronache successive "abbellirono" e fusero queste due vicende.

Fonti bibliografiche

  • (IT)Cardini Franco, Del Nero Domenico, La crociata dei fanciulli, Giunti Editore, 1999. ISBN 8809217705
  • (EN) Peter Raedts. The Children's Crusade of 1212 Journal of Medieval History (3 (1977)).
  • (EN) Frederick Russell, Children's Crusade, Dictionary of the Middle Ages, New York, Scribner, 1989. ISBN 0684170248
  • (EN) Kate Dickinson Sweetser, Ten Boys from History, New York, Harper & Brothers, 1910.

Bernardo da Chiaravalle

La vita

Bernardo di Chiaravalle o Bernard de Clairvaux (Fontaine-lès-Dijon, 1090 – Ville-sous-la-Ferté, 20 agosto 1153) è stato un religioso, abate e teologo francese, fondatore della celebre abbazia di Clairvaux.
Viene venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Canonizzato nel 1174 da papa Alessandro III, fu dichiarato Dottore della Chiesa, Doctor Mellifluus, da papa Pio VIII nel 1830.

Terzo di sette fratelli, nacque da Tescelino il Sauro, vassallo di Oddone I di Borgogna, e da Aletta, figlia di Bernardo di Montbard, anch'egli vassallo del duca di Borgogna. Studiò solo grammatica e retorica (non tutte le sette arti liberali, dunque) nella scuola dei canonici di Nôtre Dame di Saint-Vorles, presso Châtillon-sur-Seine, dove la famiglia aveva dei possedimenti.
Ritornato nel castello paterno di Fontaines, nel 1111, insieme ai cinque fratelli e ad altri parenti e amici, si ritirò nella casa di Châtillon per condurvi una vita di ritiro e di preghiera finché, l'anno seguente, con una trentina di compagni si fece monaco nel convento cistercense di Cîteaux, fondato quindici anni prima da Roberto di Molesmes e allora retto da Stefano Harding.
Nel 1115, insieme con dodici compagni, tra i quali erano quattro fratelli, uno zio e un cugino, si trasferì nella proprietà di un parente, nella regione della Champagne, che aveva donato ai monaci un vasto terreno sulle rive del fiume Aube, nella diocesi di Langres perché vi fosse costruito un nuovo convento cistercense: essi chiamarono quella valle Clairvaux, chiara valle.
Ottenuta l'approvazione del vescovo Guglielmo di Champeaux e ricevute numerose donazioni, l'abbazia divenne in breve tempo un centro di richiamo oltre che di irradiazione: già dal 1118 monaci di Clairvaux partirono per fondare altrove nuovi conventi, come a Trois-Fontaines, a Fontenay, a Foigny, a Autun, a Laon; si calcola che nell'arco dei primi 40 anni furono sessantotto i conventi fondati da monaci provenienti da Chiaravalle.

Nella Lettera 1, spedita verso il 1124 al cugino Roberto, Bernardo mostra di considerare la vita monastica dei benedettini di Cluny, allora all'apogeo del loro sviluppo, come un luogo che negava i valori della povertà, dell'austerità e della santità; egli rifiuta la teoria della regola benedettina della stabilitas - ossia del legame permanente e definitivo che dovrebbe stabilirsi fra monaco e monastero - sostenendo la legittimità del passaggio da un convento cluniacense a uno cistercense, essendovi in quest'ultimo professata una regola più rigorosa e più aderente alla Regola di San Benedetto, pertanto una vita monastica perfetta. La polemica fu da lui ripresa nell' Apologia all'abate Guglielmo, sollecitata da Guglielmo, abate del monastero di Saint-Thierry, che ebbe una risposta dall'abate di Cluny, Pietro il Venerabile, nella quale l'abate rivendicava la legittimità della discrezione nell'interpretazione della regola benedettina.
Nel 1130, alla morte di Onorio II, furono eletti due papi: uno, dalla fazione della famiglia romana dei Frangipane, col nome di Innocenzo II e un altro, appoggiato dalla famiglia dei Pierleoni, con il nome di Anacleto II; Bernardo appoggiò attivamente il primo che, nella storia della Chiesa, per quanto eletto da un minor numero di cardinali, sarà riconosciuto come autentico papa, grazie soprattutto all'appoggio dei maggiori regni europei.
Numerosi furono i suoi interventi in questioni che riguardavano i comportamenti di ecclesiastici: accusò di scorrettezza Simone, vescovo di Noyon e di simonia Enrico, vescovo di Verdun; nel 1138 favorì l'elezione a vescovo di Langres del proprio cugino Goffredo della Roche-Vanneau, malgrado l'opposizione di Pietro il Venerabile e, nel 1141, ad arcivescovo di Bourges di Pietro de La Châtre, mentre l'anno dopo ottenne la sostituzione di Guglielmo di Fitz-Herbert, vescovo di York, con l'amico cistercense Enrico Murdac, abate di Fountaine.

L’ordine Templare

Nel 1119 alcuni cavalieri, sotto la guida di Ugo di Payns, feudatario della Champagne e parente di Bernardo, fondarono un nuovo ordine monastico-militare, l'Ordine dei Cavalieri del Tempio, con sede in Gerusalemme, nella spianata ove sorgeva il Tempio ebraico; lo scopo dell'Ordine, posto sotto l'autorità del patriarca di Gerusalemme, era di vigilare sulle strade percorse dai pellegrini cristiani. L'Ordine ottenne nel concilio di Troyes del 1128 l'approvazione di papa Onorio II e sembra che la sua regola sia stata ispirata da Bernardo, il quale scrisse, verso il 1135, l'Elogio della nuova cavalleria (De laude novae militiae ad Milites Templi).
L'interesse di Bernardo per le vicende politiche del suo tempo si manifestò anche in occasione dei conflitti che opposero il conte della Champagne, Tibaldo II, da lui sostenuto, al re Luigi VII di Francia e in occasione della repressione, nel 1140, del neonato Comune di Reims, operata dal suo pupillo cistercense, il vescovo Sansone di Mauvoisin.

Il contrasto con Pietro Abelardo

Grande fu la risonanza del conflitto che oppose Bernardo al filosofo Pietro Abelardo.
Nel 1140 Guglielmo di Saint-Thierry, cistercense del convento di Signy, scriveva al vescovo di Chartres, Goffredo di Lèves e a Bernardo, denunciando che due opere di Abelardo, il Liber sententiarum e la Theologia scholarium, contenevano, a suo giudizio, affermazioni teologicamente erronee, elencandole in un proprio scritto, la Discussione contro Pietro Abelardo.
Bernardo, senza preoccuparsi di leggere i testi,(ma è vero?) scrisse a papa Innocenzo II la Lettera 190, sostenendo che Abelardo concepiva la fede come una semplice opinione; davanti agli studenti parigini pronunciò il sermone de La conversione, attaccando Abelardo e invitandoli ad abbandonare le sue lezioni.
Abelardo reagì chiedendo all'arcivescovo di Sens di organizzare un pubblico confronto con Bernardo, da tenersi il 3 giugno 1140, ma questi, temendo l'abilità dialettica del suo controversista, il giorno prima presentò 19 affermazioni chiaramente eretiche, attribuendole ad Abelardo, chiamando i vescovi presenti a condannarle e invitando il giorno dopo lo stesso Abelardo a pronunciarsi in proposito.
Al rifiuto di Abelardo, che abbandonò il concilio, seguì la condanna dei vescovi, ribadita il 16 luglio successivo dal papa.

Bernardo, l’eresia e gli eretici

Nel 1144 il monaco Evervino di Steinfeld lo informò di un'eresia, di tipo pauperistico, diffusa in quel di Colonia, alla quale rispose con i Sermoni 63, 64, 65 e 66; l'anno successivo accolse l'invito del cardinale di Ostia, Alberico, a combattere un'eresia diffusa nella regione di Tolosa dal monaco Enrico di Losanna, seguace di Pietro di Bruys, critico nei confronti delle gerarchie ecclesiali e propositore di una vita improntata alla povertà e alla penitenza; in questa occasione, Bernardo ritenne necessario recarsi, insieme con il suo segretario Goffredo d'Auxerre a Tolosa. Ottenuta, dopo molti contrasti, una professione di fede, tornò a Chiaravalle e indirizzò una lettera agli abitanti di Tolosa - la Lettera 242 - nella quale esprimeva la sua convinzione che quelle dottrine fossero state definitivamente confutate.
Richiesto ancora di pronunciarsi sulle tesi trinitarie del vescovo di Poitiers e maestro di teologia a Parigi, Gilberto Porretano, nel 1148, nuovamente Bernardo tentò di far approvare da vescovi da lui riuniti a parte, una preventiva condanna che il sinodo da tenere il giorno successivo a Reims avrebbe dovuto semplicemente ratificare; questa volta, tuttavia, i vescovi non appoggiarono la sua iniziativa, tanto che Bernardo dovette cercare appoggio da papa Eugenio III. La difesa di Gilberto - che affermò di non aver mai sostenuto le tesi a lui contestate, frutto, a suo dire, di interpretazioni erronee dei suoi studenti - fece cadere ogni accusa.

Il "De Laude Novae Militiae"

Questa opera fu composta tra il 1128, anno del concilio di Troyes ed il 1136, anno della morte di Ugo di Payns, Maestro dell'Ordine dei Templari, cui fu dedicata l'opera, come exhortatorius sermo ad Milites Templi, riprendendo l'espressione del Santo nel Prologo dell'opera. Esso nacque in risposta alle pressioni che vennero fatte dallo stesso Ugo di Payns, affinchè venisse chiarito il ruolo del miles Christi e la sua sostanziale differenza con gli appartenenti saecularis militia, come la definisce San Bernardo, che serba parole dure nei suoi confronti: "Tra voi null'altro provoca le guerre se non un irragionevole atto di collera, desiderio d'una gloria vana, bramosia di qualche bene terreno. E certamente per tali motivi non è senza pericolo uccidere o morire" (D.L., II, 3).
San Bernardo indica la figura del Cavaliere del Tempio, come un monaco-guerriero, che fa uso di due spade: una, da impiegarsi nella lotta contro il Male, una lotta prettamente interna alla persona e spirituale, e l'altra da porre in difesa degli ultimi ed oppressi, che erano i pellegrini sottoposti alle angherie dei saraceni, i quali ne attaccavano spesso i convogli. Il tema del malicidio in San Bernardo non è da trattarsi come sterminio dell'infedele, anzi, lo stesso Santo nel corso dell'opera dice: "Vi è tuttavia chi uccide un uomo non per desiderio di vendetta né per brama di vittoria ma solo per salvare la propria vita. Ma neppure questa affermerò essere una buona vittoria: dei due mali il minore è morire nel corpo che nell'anima" (D.L., I, 2). E ancora: "Certo non si dovrebbero uccidere neppure gli infedeli se in qualche altro modo si potesse impedire la loro eccessiva molestia e l'oppressione di fedeli. Ma nella situazione attuale è meglio che essi vengano uccisi piuttosto che lasciare la verga dei peccatori sospesa sulla sorte dei giusti e affinchè i giusti non spingano le loro azioni fino all'iniquità" (D.L., III, 4).
Tutto il sermone procede per distinzioni ed indica la via che poi seguirà l'Ordine dei Templari, adempiendo alla propria Regola. Un ordine di monaci-guerrieri, che deve prima recte scire, poi recte agere, in concordia con Cristo Re, per il quale il Cavaliere vince: "Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per sé stesso, dando la morte vince per Cristo." (D.L., 3)

Bernardo e la seconda crociata

Il 15 febbraio 1145, a Roma, nel convento di san Cesario, sul Palatino, il conclave eleggeva nuovo papa Eugenio III, abate del convento romano dei Ss Vincenzo e Anastasio; il nuovo papa, Bernardo Paganelli, conosceva bene Bernardo, per averlo incontrato nel concilio di Pisa del 1135 e per essersi ordinato cistercense proprio a Chiaravalle nel 1138. Bernardo, felicitandosi per l'elezione, gli ricordava curiosamente che si diceva «che non siete voi a essere papa, ma io e ovunque, chi ha qualche problema si rivolge a me» e che era stato proprio lui, Bernardo, ad «averlo generato per mezzo del Vangelo».
Eugenio III incaricò Bernardo di predicare a favore della nuova crociata che si stava preparando, e che avrebbe dovuto essere composta soprattutto da francesi, ma Bernardo riuscì a coinvolgere anche i tedeschi. La crociata fu un completo fallimento che Bernardo giustificò, nel suo trattato La considerazione, con i peccati dei crociati, che Dio aveva messo alla prova.
Questo trattato, finito di comporre nel 1152 si occupava anche dei compiti del papato, e Bernardo lo mandò a papa Eugenio che si dibatteva con le difficoltà procurategli dall'opposizione dei repubblicani romani, guidati da Arnaldo da Brescia.
Le sue condizioni di salute cominciano a peggiore alla fine del 1152: ha ancora la forza di intraprendere un viaggio fino a Metz, in Lorena, per mettere fine ai disordini che travagliavano quella città. Tornato a Chiaravalle, apprende la notizia della morte di papa Eugenio, avvenuta l'8 luglio 1153 e muore il mese dopo.
Rivestito con un abito appartenuto al vescovo Malachia, del quale aveva appena finito di scrivere una biografia, viene sepolto davanti all'altare della sua abbazia.

Il pensiero e la filosofia di Bernardo: la restaurazione della natura umana ed i quattro gradi dell’amore

Riguardo il suo pensiero teologico e filosofico, Bernardo esprime sul piano morale un orientamento ispirato, apparentemente, al pessimismo:

« [...] generati dal peccato, noi peccatori generiamo peccatori; nati corrotti, generiamo dei corrotti; nati schiavi, generiamo degli schiavi. »
San Bernardo, dunque, combatte alcune tesi del suo tempo, come la teoria secondo la quale i discendenti di Adamo (cioè noi) non abbiano in sé un «peccato originale» sin dalla nascita, ma solo un «malum poenae», un «male di pena». Bernardo dice anche:

« L'uomo è impotente di fronte al peccato. »
Ciò, evidentemente non è una giustificazione al peccato stesso, ma una spiegazione della miseria umana che nei nostri peccati si rivela, ma che è originata dal peccato originale che in ciascuno è impresso come un marchio. Dunque, la questione fondamentale è restaurare la natura umana, per riportare l'uomo al suo stato di «figlio di Dio», e dunque «essere eterno» nella beatitudine del Padre. Poiché ognuno porta in sé il peccato originale, però, nessuno può restaurare la propria natura da solo, ma può farlo solamente attraverso la «mediazione» di Cristo, che è «Soter» (cioè «Salvatore»), proprio in quanto per noi è morto, espiando al nostro posto quel peccato originale che nessun altro poteva espiare, essendone sottoposto. Nella sua opera De gradibus humilitatis et superbiae, tuttavia, dice che, per avere la «mediazione» di Cristo, l'uomo deve superare l'«io di carne», deve limitare e poi annullare la superbia e l'amore di sé, attraverso l'umiltà. Contro di sé, dunque, deve porre l'amore di Dio, poiché solo col Suo amore si ottiene anche la Sua vera intelligenza, e solo con esso

« [...] l'anima passa dal mondo delle ombre e delle apparenze all'intensa luce meridiana della Grazia e della verità. »
Nel De diligendo Deo, San Bernardo continua la spiegazione di come si possa raggiungere l'amore di Dio, attraverso la via dell'umiltà. La sua dottrina cristiana dell'amore è originale, indipendente dunque da ogni influenza platonica e neoplatonica. Secondo Bernardo esistono quattro gradi sostanziali dell'amore, che presenta come un itinerario, che dal sé esce, cerca Dio, ed infine torna al sé, ma solo per Dio. I gradi sono:

1) L'amore di se stessi per sé:
« [...] bisogna che il nostro amore cominci dalla carne. Se poi è diretto secondo un giusto ordine, [...] sotto l'ispirazione della Grazia, sarà infine perfezionato dallo spirito. Infatti non viene prima lo spirituale, ma ciò che è animale precede ciò che è spirituale. [...] Perciò prima l'uomo ama sé stesso per sé [...]. Vedendo poi che da solo non può sussistere, comincia a cercare Dio per mezzo della fede, come un essere necessario e Lo ama. »

2) L'amore di Dio per sé:
« Nel secondo grado, quindi, ama Dio, ma per sé, non per Lui. Cominciando però a frequentare Dio e ad onorarlo in rapporto alle proprie necessità, viene a conoscerlo a poco a poco con la lettura, con la riflessione, con la preghiera, con l'obbedienza; così gli si avvicina quasi insensibilmente attraverso una certa familiarità e gusta pura quanto sia soave. »

3) L'amore di Dio per Dio:
« Dopo aver assaporato questa soavità l'anima passa al terzo grado, amando Dio non per sé, ma per Lui. In questo grado ci si ferma a lungo, anzi, non so se in questa vita sia possibile raggiungere il quarto grado. »
4) L'amore di sé per Dio:
« Quello cioè in cui l'uomo ama sé stesso solo per Dio. [...] Allora, sarà mirabilmente quasi dimentico di sé, quasi abbandonerà sé stesso per tendere tutto a Dio, tanto da essere uno spirito solo con Lui. Io credo che provasse questo il profeta, quando diceva: "-Entrerò nella potenza del Signore e mi ricorderò solo della Tua giustizia-". [...] »
(San Bernardo di Chiaravalle, De diligendo Deo, cap. XV)

Nel De diligendo Deo, dunque, San Bernardo presenta l'amore come una forza finalizzata alla più alta e totale fusione in Dio col Suo Spirito, che, oltre ad essere sorgente d'ogni amore, ne è anche «foce», in quanto il peccato non sta nell'«odiare», ma nel disperdere l'amore di Dio verso il sé (la carne), non offrendolo così a Dio stesso, Amore d'amore.

Opere principali

  1. De consideratione libri quinque ad Eugenium III (La considerazione di cinque libri a Eugenio III)
  2. De diligendo Deo (Dio dev'essere amato) De gradibus humilitatis et superbiae (I gradi dell'umiltà e della superbia)
  3. De Gratia et libero arbitrio (La Grazia e il libero arbitrio)
  4. De laude novae militiae ad Milites Templi (La lode della nuova milizia ai Soldati del Tempio)
  5. De laudibus Virginis Matris (Le lodi della Vergine Madre)
  6. Contemplazione della Passione secondo le ore canoniche
  7. Expositio in Canticum Canticorum (Esposizione nel Cantico dei Cantici)
  8. Meditazione sopra il pianto di Nostra Donna
  9. Sermones (Sermoni)
  10. Sermones de tempore (Sermoni sul tempo)
  11. Sermones super Cantica Canticorum (Sermoni sul Cantico dei Cantici)
  12. Epistola ad Raymundum dominum Castri Ambuosii (Lettera al signore del Castro Ambuosio Raimondo)
  13. Sermo de miseria humana (Sermone sulla miseria umana)
  14. Tractatus de interiori domo seu de conscientia aedificanda (Trattato sulla casa interiore o la coscienza che dev'essere edificata)
  15. Varia et brevia documenta pie seu religiose vivendi (Vari e brevi documenti del vivere piamente o religiosamente)
  16. Visione contemplativa

Bibliografia

  • Bernardo di Chiaravalle, Grazia e libero arbitrio, Padova, 1968,
  • Bernardo di Chiaravalle, Le lettere contro Pietro Abelardo, Padova, 1969,
  • Sancti Bernardi Opera, Roma, 1957-1977
  • Opere di san Bernardo, Roma, 1987
  • Bernardo di Chiaravalle, Il dovere di amare Dio, Milano, 1990
  • Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, Roma, 1996
  • Bernardo di Chiaravalle, I Templari e la seconda crociata, Casale Monferrato, 2002
  • Bernardo di Chiaravalle, Elogio della nuova cavalleria. De laude novae militiae (trad. a cura di Mario Polia), Ed. Il Cerchio di Rimini
  • Bernardo di Chiaravalle, Il libro della nuova cavalleria. De laude novae militiae, Milano, 2004

Tratto da Wikipedia.org

Documenti dalla I crociata - Lettera dell'imperatore Alessio al Conte di Fiandra

La Lettera dell'Imperatore Alessio al Conte di Fiandra è un documento che sostiene di essere una comunicazione scritta dell'Imperatore di Costantinopoli Alessio I Comneno (1081-1118) a Roberto I, Conte di Fiandra (detto il Frisio, 1071-1093), e a "tutti i principi dell'intero regno". Scritta in latino, dovrebbe risalire all'anno 1091, secondo quanto indicato dall'anonimo compilatore del sommario della lettera (che spesso precede nei manoscritti la lettera stessa). In essa l'imperatore Alessio chiede insistentemente e accoratamente aiuto militare contro i Turchi selgiuchidi e i Peceneghi, motivando la richiesta con la difesa della fede cristiana contro gli infedeli: per questo essa è stata interpretata nel corso dei secoli come prova della richiesta di Alessio della prima crociata.

Il testo latino della lettera è stato tramandato in ben 39 copie manoscritte, 27 delle quali scritte dopo il 1200; le tre copie più antiche datano ai primi anni del 1100. In 36 manoscritti la lettera compare alla fine (o all'inizio) della Historia Iherosolimitana di Roberto di Reims, ma in tre manoscritti essa è un documento separato. Il manoscritto più antico (B) risale a non dopo il 1106, e qui la lettera compare assieme alla cronaca di Roberto di Rheims, preceduta da un argumentum (sommario) che ne spiega lo scopo e la data di composizione.
Le edizioni moderne sono quelle del Conte Riant (1879) e di Heinrich Hagenmeyer (1901); una traduzione inglese è quella fornita da un saggio di Einar Joranson.

Argumentum

« Questa è la copia della lettera inviata dall'Imperatore di Costantinopoli a tutte le Chiese d'Occidente, ma in particolare al Conte Roberto di Fiandra, nel quarto anno prima della gloriosa spedizione a Gerusalemme. Il detto Conte, comunque, era a quel tempo già ritornato in bisaccia e bordone dal Sepolcro del Signore, dopo aver incontrato [l'imperatore] durante il viaggio, e avendogli parlato affabilmente e amichevolmente. Il detto Imperatore, come lui stesso lamenta in questa lettera, era stato oppresso da un esecrabile popolo pagano, il cui sovrano era Solimano il vecchio, padre del giovane Solimano che i nostri uomini (come detto in quel libro) successivamente sconfissero in guerra, costringendolo a una ignominiosa fuga. Pertanto ci meravigliamo non poco del perché il sovente citato Imperatore sia sempre stato così velenoso nei nostri confronti, tanto da rendere il male per il bene ricevuto. L'argomento finisce; la lettera inizia »

Epistula

« A Roberto, signore e glorioso Conte dei Fiamminghi, e a tutti i principi dell'intero regno, amanti della fede Cristiana, laici e chierici, l'Imperatore di Costantinopoli dà il suo saluto e la pace nello stesso Signore Gesù Cristo e in Suo Padre e nello Spirito Santo.
O illustrissimo Conte e speciale consolatore della fede Cristiana! Voglio rendere nota alla tua prudenza come il sacro Impero dei Cristiani Greci sia penosamente angosciato dai Peceneghi e dai Turchi, che giornalmente devastano e ininterrottamente saccheggiano il suo territorio; e che vi sono massacro indiscriminato e uccisioni indescrivibili e derisione dei Cristiani. Ma siccome i mali che essi compiono sono molti e, come abbiamo detto, indescrivibili, dei molti ne diremo alcuni, che tuttavia sono orribili a udirsi, e disturbano persino l'aria stessa. Poiché essi circoncidono i ragazzi e i giovani dei Cristiani sui battisteri dei Cristiani, e in disprezzo di Cristo versano il sangue della circoncisione negli stessi battisteri, e poi li costringono a urinare negli stessi; e poi li trascinano nelle chiese e li costringono a bestemmiare il nome e la fede della santa Trinità. Coloro che si rifiutano li affliggono con innumerevoli pene e alla fine li uccidono. Nobili matrone e le loro figlie, che hanno depredato [delle loro proprietà] disonorano nell'adulterio, succedendosi uno dopo l'altro come gli animali. Altri corrompono turpemente le vergini, ponendole in faccia alle loro madri, e le costringono a cantare canzoni viziose e oscene, finché non hanno terminato i loro vizi. Così leggiamo che venne fatto al popolo di Dio nell'antichità, ai quali gli empi Babilonesi, dopo essersi fatti beffe di loro in vari modi, dissero:"Cantateci gli inni e i canti di Sion" (Sal 136,3). Allo stesso modo, dopo avere disonorato le loro figlie, le madri a loro volta sono costrette a cantare canzoni viziose, le cui voci assomigliano non a un canto, ma a un pianto, come sta scritto della morte degli Innocenti: "Una voce si ode in Rama, pianto e lamento grande, Rachele piange i suoi figli; e non sarà confortata, perché essi non sono più" (Mt 2,18). Tuttavia, anche se le madri degli Innocenti, raffigurate da Rachele, non poterono essere consolate della morte dei loro figli, tuttavia poterono ottenere conforto dalla salvezza delle loro anime; ma queste [madri], ciò che è peggio, non posso essere confortate per nulla, perché quelle [le loro figlie] periscono nell'anima e nel corpo.

Ma che di più? Veniamo a cose peggiori: uomini di ogni età e ordine, ragazzi, adolescenti, giovani, vecchi, nobili, servi, e, ciò che è peggio e più vergognoso, chierici e monaci, e -che dolore!- ciò che dall'inizio dei tempi non è stato mai detto o sentito, vescovi, sono oltraggiati con il peccato di Sodoma, e un vescovo sotto questo osceno peccato perì. Contaminano e distruggono i luoghi sacri in innumerevoli modi, e ne minacciano altri di peggiore trattamento. E chi non piange di fronte a ciò? Chi non prova compassione? Chi non ne prova orrore? Chi non prega? Perché quasi l'intera terra da Gerusalemme alla Grecia, e tutta la Grecia con le sue regioni superiori, che sono la Cappadocia Minore, la Cappadocia Maggiore, la Frigia, la Bitinia, la Frigia Minore (cioé, la Troade), il Ponto, la Galazia, la Lidia, la Panfilia, l'Isauria, la Licia, e le isole maggiori Chio e Mitilene, e molte altre regioni e isole che non possiamo nemmeno enumerare, fino alla Tracia, sono state già invase da costoro, e adesso quasi nulla rimane eccetto Costantinopoli, che minacciano di strapparci prestissimo, a meno che l'aiuto di Dio e dei fedeli Cristiani Latini ci giunga velocemente. Poiché persino la Propontide, che viene anche chiamata Abido e che scorre giù dal Ponto nel Gran Mare proprio attaccato a Costantinopoli, hanno invaso con duecento navi, costruite da Greci che essi hanno derubato e costretto volenti o nolenti a diventarne rematori, minacciando di prendere presto Costantinopoli, minacciandola per terra e per mare, nella Propontide.

Queste poche cose, degli innumerevoli mali che questa empissima gente commette, ti abbiamo menzionato per iscritto, o conte delle Fiandre! O amante della fede Cristiana! Il resto omettiamo per non dare fastidio a chi legge. Pertanto, per l'amore di Dio e per la pietà verso tutti i Cristiani Greci, ti preghiamo che tu invii qui in aiuto mio e dei Cristiani Greci qualunque combattente fedele a Cristo tu sia in grado di reclutare nelle tue terre - di condizione elevata o media o bassa; e come essi nell'anno passato liberarono la Galizia e altri regni d'Occidente dal giogo dei pagani, così lo possano ora, per la salvezza delle loro anime, liberare il regno dei Greci; poiché io, benché imperatore, non riesco a trovare alcun consiglio o rimedio, ma sono costretto sempre a fuggire dalla faccia dei Turchi e dei Peceneghi, e rimango in una città solo fino a che mi rendo conto che il loro arrivo sia imminente. E giudico sia meglio essere soggetti a voi Latini che alle abominazioni dei pagani. Pertanto, prima che Costantinopoli sia presa da loro, dovete combattere con tutta la vostra forza, in modo da ottenere in cielo un glorioso e ineffabile premio.

Poiché è meglio che voi possediate Costantinopoli piuttosto che i pagani, perché in questa [città] vi sono le più preziose reliquie del Signore, cioè: la colonna a cui fu legato; il flagello con cui fu flagellato; la corona di spine con cui fu incoronato; la canna che tenne in mano, al posto dello scettro; le vesti di cui fu spogliato davanti alla croce; la maggior parte del legno della croce sulla quale fu crocefisso; i chiodi con cui fu inchiodato [alla croce]; le bende di lino trovate nel sepolcro dopo la sua resurrezione; le dodici ceste dei resti dei cinque pani e dei due pesci; l'intera testa di San Giovanni il Battista con i capelli e la barba; le reliquie dei corpi di molti dei santi Innocenti, di alcuni profeti e apostoli, di martiri, e, soprattutto, del protomartire Santo Stefano, e di confessori e vergini, questi ultimi in così gran numero che abbiamo omesso di scrivere di ciascuno individualmente. Tuttavia, tutto ciò i Cristiani dovrebbero possedere, invece dei pagani; a sarà un grande atto per tutti i Cristiani se essi manterranno il possesso di tutte queste cose, ma sarà a loro rovina e dannazione se dovessero perderlo.

Comunque, se essi [i Cristiani] non volessero combattere per queste reliquie, e se il loro amore dell'oro dovesse essere maggiore, ne troveranno di più di quanto ne è contenuto nel resto del mondo, poiché le volte delle chiese di Costantinopoli abbondano di argento, oro, gemme e pietre preziose, e di paramenti di seta, che potrebbero essere sufficienti per tutte le chiese del mondo; ma il tesoro inestimabile della chiesa madre, cioè Santa Sofia, cioè, la Sapienza di Dio, supera i tesori di tutte le altre chiese e, senza dubbio, eguaglia i tesori del Tempio di Salomone. Ancora, cosa dovrei dire delle ricchezze infinite dei nobili, quando nessuno può stimare le ricchezze dei comuni mercanti? Posso dire con certezza che nessuna lingua lo può dire; poiché non solo i tesori degli imperatori di Costantinopoli, ma i tesori di tutti gli antichi imperatori di Roma sono stati portati colà e nascosti nei palazzi. Che dire di più? Certamente, ciò che è esposto agli occhi degli uomini è nulla paragonato con ciò che giace nascosto.

Affrettati pertanto con il tuo intero popolo e combatti con tutta la tua forza, affinché tutto questo tesoro non cada nelle mani dei Turchi e dei Peceneghi; perché, mentre essi sono infiniti (proprio oggi ne sono attesi sessantamila), temo che, in virtù di questo tesoro essi sedurranno i nostri avidi soldati, come fece un tempo Giulio Cesare che invase il regno dei Franchi grazie alla cupidigia, e come farà l'Anticristo alla fine del mondo, quando avrà conquistato l'intero mondo (Ap 13,7). Agite pertanto finché avete tempo, per non perdere il regno dei Cristiani e, ciò che è più grande, il Sepolcro del Signore, e quindi abbiate non il giudizio eterno, ma la giusta ricompensa nei cieli. Amen. »

Anna Comnena nella sua Alessiade, non solo parla di 500 cavalieri e di un «regalo di 150 cavalli» che arrivarono quando l'emiro Abū l-Qāsim minacciava Nicomedia, nella primavera del 1090, ma dice pure che nello stesso periodo Alessio era duramente attaccato dai Peceneghi e dai Turchi selgiuchidi. In particolare, nell'inverno 1090-1091 Costantinopoli era contemporaneamente attaccata da terra e da mare, esattamente come riportato nella Lettera. Si potrebbe pertanto supporre, seguendo lo storico russo Vasilij Vasil'evskij, che Alessio al tempo delle invasioni turche e peceneghe (1088-1091) decise di ricordare a Roberto la sua promessa (forse fatta quando i due si incontrarono nel viaggio di ritorno di Roberto dalla Terrasanta), e che lo abbia fatto in una lettera urgente, di cui la Lettera in latino sia o una traduzione, o un adattamento (come sostiene lo storico francese Chalandon), o in qualche modo un risultato.

Secondo Einar Joranson (già citato sopra), la Lettera non può essere una traduzione fedele in latino di una possibile lettera di Alessio, anche se nell' Alessiade compare un riferimento a un messaggio urgente di Alessio a Roberto di Fiandra nel 1091. Ma il contenuto del messaggio non poteva essere l'invio dei 500 cavalieri, che erano già arrivati nella primavera del 1090.

Sintetizzando, le coordinate storiche in cui iscrivere la Lettera sono le seguenti:

  1. il conte Roberto tornò in Fiandra dal pellegrinaggio in Terrasanta nel Novembre 1089;
  2. nella primavera del 1090 inviò 500 cavalieri e un regalo di 150 cavalli ad Alessio, come testimoniato da Anna Comnena;
  3. nell'inverno 1090-1091 Costantinopoli veniva assediata da terra e mare da Turchi e Peceneghi;
  4. il conte Roberto morì nel 1093;
  5. nel 1096 i cavalieri della Prima Crociata arrivavano a Costantinopoli.

Pertanto la Lettera non potè essere scritta prima del 1089; potrebbe essere stata scritta nel 1095, al tempo del Concilio di Piacenza, e quindi usata come incitamento alla Prima Crociata (così sostiene lo storico Henri Pirenne), ma non c'è nessuna fonte del tempo che lo confermi, nè viene mai menzionata, nè prima, nè dopo, l'intenzione da parte dei crociati di occupare Costantinopoli, così come la lettera pare suggerire.

Un'ultima ipotesi è che la Lettera sia stata scritta in una qualche cancelleria italiana fra il 1105 e il 1106, e usata dal principe Boemondo I d'Antiochia per reclutare cavalieri in Francia, nella sua guerra contro Bisanzio del 1107, da alcuni storici giustamente definita "la crociata del 1107". Un'idea di quale potesse essere il tenore delle accuse rivolte ad Alessio si può desumere da una lettera di Boemondo a papa Pasquale II, nella quale si dice che l'imperatore e la sua gente "derubarono i pellegrini a Gerusalemme dei loro beni, li uccisero, li denudarono, li annegarono nel mare, li spedirono in esilio".

Questa ipotesi ha il vantaggio di spiegare alcuni fatti altrimenti strani, e cioé non c'è alcun riferimento alla lettera in documenti anteriori al 1105; la data di comparsa della lettera nei primi manoscritti, fra cui (B), potrebbe essere quindi la data di composizione della lettera stessa; il fatto che la lettera compaia spesso associata alla Historia Iherosolymitana verrebbe quindi spiegato con l'utilizzo di entrambi nella campagna denigratoria contro Alessio, organizzata da Boemondo in Italia e soprattutto in Francia a partire dall'inizio del 1106; l'autore dell'argumentum sarebbe quindi l'anonimo compilatore che ha scritto anche la Lettera.

Il problema delle veridicità della lettera

Già il conte Riant esprimeva dubbi sul fatto che la Lettera avesse potuto essere scritta dalla cancelleria di Costantinopoli: secondo lui, la lettera era un falso, scritto da un monaco occidentale, utilizzando informazioni orali disponibili nelle Fiandre sulla politica bizantina del tempo, e dei resoconti sui maltrattamenti dei cristiani siriani da parte dei Turchi, e alcuni sermoni del papa Urbano II. In ogni caso, Riant escludeva che la lettera potesse essere stata scritta dall'imperatore Alessio, poiché non c'erano prove sufficienti del fatto che Alessio avesse mai chiesto aiuto all'Occidente per le sue guerre contro i Selgiuchidi.
Al contrario, Vasil'evskij sostiene che il documento è una traduzione (molto imperfetta) di un vero documento, scritto in greco nell'anno critico 1091. Le posizioni degli altri storici oscillano fra queste due estreme, di Riant e Vasil'evskij: per esempio, Ferdinand Chalandon sottolinea che la parte centrale della lettera, che enumera in modo molto preciso le perdite territoriali subite dall'Impero bizantino dopo la battaglia di Manzikert (1071), nonché la descrizione della situazione di Costantinopoli fra il novembre 1090 e il febbraio 1091, corrispondono in modo perfetto a quanto descritto da Anna Comnena nell' Alessiade, e pertanto potrebbero essere state desunte da una vera lettera scritta da Alessio al conte di Fiandra.
Viceversa, Hagenmeyer ritiene lo stravagante e seducente elenco dei tesori e delle reliquie di Costantinopoli come proveniente da fonti sicuramente non bizantine; inoltre, appare assai inverosimile che l'imperatore Alessio invitasse cavalieri occidentali a prendere possesso di Costantinopoli, come ripetuto due volte nel testo. A riprova di questo, Joranson nel suo saggio cita lo storico normanno Orderico Vitale (morto nel 1142), il quale informa che Boemondo, in una delle sue arringhe per reclutare soldati, esortasse "tutti coloro che erano allenati all'uso delle armi a ribellarsi all'imperatore, promettendo città opulente e paesi ai cavalieri che erano stati scelti per stargli al fianco".
Joranson aggiunge infine che i dettagli impressionanti dei maltrattamenti dei cristiani da parte dei Turchi e Peceneghi non si trovano nell'Alessiade, e quindi potrebbero provenire da fonti occidentali: dettagli simili si trovano nei sermoni di papa Urbano II, e quindi potrebbero appartenere a un clichè della letteratura delle crociate.

Fonti

Tratto da Wikipedia.org - Wikipedia - L'enciclopedia libera

La peste e il peccato, la punizione ed il perdono. La spiegazione scientifica alla Peste e l’aiuto delle scienze forensi moderne per ricostruire il contagio e la diffusione.

Nel Medioevo era piuttosto radicata la credenza che le malattie specie quelle infettive fossero dovute a dei peccati e quindi venivano puniti divinamente, ma chi guariva dimostrava di aver ricevuto il perdono o che aveva superato una prova divina di fede, il che potrebbe essere vero, ma i casi sono rarissimi e quasi irrintracciabili nelle fonti storiche, sono supposizioni lasciate alla memoria collettiva.

Ovviamente gli uomini del Medioevo non avevano i mezzi né il modo o le conoscenze per dire che le malattie sono dovute a dei microrganismi patogeni e che si possono trasmettere in mille modi e che il loro ambiente preferito è lo sporco e la mancanza di igiene.

La peste è stata responsabile nel XIV secolo della morte di 25 milioni di persone, il 25% della popolazione europea. Viene trasmessa dalle pulci che attaccano i roditori e i roditori vanno anche loro dove si trova lo sporco e nel Medioevo non è difficile immaginare quanto ce ne fosse e non è quindi nemmeno difficile capire come mai quella Morte nera abbia ucciso tantissime persone.

Dalle foreste alla città e la situazione urbana nel Medioevo e le cause della diffusione della peste a partire proprio dalle città

Alla caduta dell’Impero romano la gente non aveva tempo per pensare all’igiene, la peste non era una malattia nuova e anche se in quei primi secoli non c’era perché aveva da poco finito un nuovo eccidio (peste degli ultimi secoli dell’Impero), la gente non aveva comunque modo nè tempo per pensare di prendere misure preventive. Certo, perché la prevenzione all’epoca era soprattutto uno strumento politico, ma non sanitario. Si prevenivano le perdite di uomini in un esercito, le perdite di denaro di un impero che cadeva comunque, ma non si preveniva la cosa che fa vivere meglio: la salute!

La gente si trovava sottomessa a nuove popolazioni, si trovava a dovercisi obbligatoriamente confrontare, anche le guerre erano un confronto, armato, detta con ironia, ma era sempre un confronto e il confronto era anche sanitario perché popoli diversi con abitudini diverse venivano in contatto tra loro e dal momento che in ogni popolo le abitudini igieniche non erano proprio ottimali non era raro che le malattie di un popolo attaccante colpissero quello attaccato o viceversa. I popoli che furono responsabili delle invasioni barbariche erano popoli guerrieri e il guerriero di quelle popolazioni era un uomo che viveva molto a contatto con animali quali il cavallo per muoversi ed il cane per la difesa e per la caccia, era un uomo che si vestiva con pelli di animali quali pecore (per la lana), era una specie di uomo primitivo davanti al romano che conosceva un ambiente ed una società con terme, igiene e bagni pubblici.

Non solo, il guerriero barbaro ha una determinata fisionomia perché portava barba e capelli lunghi incolti, non avevano l’abitudine di lavarsi e vivevano in modo o in un altro, per qualunque motivo in contatto con gli animali. Gli animali però sono i primi, erano i primi ad essere colpiti da pulci e pidocchi e ne consegue che anche l’uomo standovi a contatto ne fosse contagiato.

La peste origina proprio dalle pulci che ne sono immuni, ma non ne sono immuni gli animali e men che mai l’uomo. Non era difficile prendersi le pulci dormendo sotto la stessa capanna con le proprie bestie ed ammalarsi. Ma il vero pericolo delle malattie infettive non era e non è tanto ammalarsi, ma diventare portatori sani e chi supera la malattia infatti diviene portatore sano e può contagiare persone sane che non hanno ancora contratto la malattia.

La peste ovviamente non era l’unico flagello del Medioevo e non era l’unica “punizione” che il perdono divino “revocava” al peccatore. Ce n’erano tanti altri, ma la peste ebbe il suo peso.

I primi secoli del Medioevo vedono un ritorno alle foreste da parte dell’uomo ma successivamente insorge la necessità di costruire strutture difensive attorno alle quali sorgono i borghi, che si ingrandiscono, si proteggono di cinte murarie e via fino alla formazione delle città.

clip_image002

Figura 1 - Rappresentazione di una città medievale

 

clip_image004

Figura 2 - Un castello nel Medioevo come poteva apparire nel Mille

 

Una città del Medioevo non apparirebbe come una città al giorno d’oggi, ma con le case attaccate le une alle altre vicine spesso a sorgenti, le famiglie dovevano condividere spazi molto piccoli e stretti e spesso avevano lo stesso spazio per stendere e lavare in comune.

Non esistevano bagni pubblici e la gente si lavava solitamente nel fiume o non si lavava affatto. Gli uomini erano sempre soliti a tenere la barba ed i capelli lunghi, ad eccezione dei soldati che portavano capelli corti e volto sbarbato ma non per questo immuni alla peste e vedremo successivamente perché.

Non esistevano nel Medioevo tecniche di smaltimento dei rifiuti. L’uomo viveva sempre con la sua famiglia all’interno di una casa e in contatto con animali tra cui cani o gatti. Malgrado possa sembrare assurdo e non è un comportamento solo presente nel Medioevo, era d’uso buttare gli avanzi di cibo per terra dove gli animali avrebbero provveduto a prenderli per nutrirsi dei pezzi di carne rimasti, gli animali provvedevano a portare gli ossi in giro e ad abbandonarli quando avevano finito di nutrirsene o quando non riuscivano a cibarsene. E nel luogo dell’abbandono arrivavano i topi a provvedere a rifiuto di altri animali. I topi, i roditori in genere erano altri serbatoi animali delle pulci e tra i primi a causare la trasmissione della peste all’uomo dal momento che erano tra gli animali portatori di pulci. I topi amavano lo sporco e una città medievale faceva al loro caso. Non era necessario dover entrare clandestinamente in casa per prendere l’avanzo dell’uomo, per il topo era sufficiente girare in cerca di cibo e se c’era già un altro animale che gli risparmiava tanta fatica nel ricercare cibo, il topo aveva fatto il suo affare. Una città medievale era abbastanza piccolina e comunque come abbiamo detto non c’erano spazi lontani per lo smaltimento dei rifiuti, trattandosi nel 95% dei casi di rifiuti organici quali avanzi di cibo o escrementi animali o resti di animali morti macellati che non venivano successivamente distrutti. Ci pensava madre natura, pensavano, a fare il suo corso, ci avrebbero pensato i topi e gli animali affamati. E infatti così era, così è ancora oggi in tutti quegli ambienti dove si trovano “discariche di rifiuti organici” che ci siano popolazioni di roditori.

La pulce, il primo serbatoio in assoluto della peste è quella bestiolina malefica a capo della catena di contagio. E’ la pulce chiamata anche comunemente pulce dell’uomo, ma attacca sia l’uomo sia gli animali e quindi la catena di contagio della peste poteva partire sia dall’uomo sia dall’animale da cui veniva poi trasmessa all’uomo per contatto. La pulce però per trasmettere la malattia innanzitutto deve portare al suo interno il batterio e poi deve trovare un corpo da cui prelevare il sangue dal momento che si tratta di insetti ematofagi, cioè che si nutrono di sangue e quali migliori piatti dell’uomo o dell’animale? Alla pulce il sapore del sangue è indifferente, l’importante per questo organismo è nutrirsene per vivere, ma se la pulce è serbatoio del batterio della peste è sufficiente la puntura ad un uomo o ad un animale per scatenare il finimondo. Oggi possiamo stare tranquilli, i paesi occidentali godono di un certo benessere per cui prima che una pulce scateni un’epidemia, bisogna che sia presente anche la condizione per cui questa attacchi.

clip_image006

Figura 3 – immagine della peste di fine Quattrocento

 

clip_image008

Figura 4 – miniatura sulla peste

 

Direte voi, se alla pulce non importa il sapore del sangue, vuoi che importi se una persona si lava o no? Infatti non importa perché al di là che una persona si lavi o no, la pulce può ugualmente colpire un individuo dall’animale o da un altro uomo. Nella parte iniziale si parlava si sporco, inteso però non come la presenza di polvere o pattume come lo intenderemmo noi oggi, dove si trova materiale di ogni genere, ma quello che viene inteso nel Medioevo come sporco è soprattutto materiale residuo organico, come già detto in merito al tipo di rifiuti. La pulce quando arriva al suo stadio adulto, esce dal bozzolo setoso in cui è cresciuta come larva solo a seguito di stimoli esterni che rivelino la presenza di calore (vivono a 37°C), anidride carbonica (CO2) e quindi la presenza di cibo. L’uomo e gli animali, i mammiferi in generale hanno una temperatura corporea di 37° a condizioni normali e la loro respirazione è basata sulla presenza di ossigeno, l’anidride carbonica viene eliminata. Una temperatura di 37°C e la presenza di CO2 indicano la presenza dell’uomo perché la CO2 viaggia attraverso il sangue e il sangue è il loro alimento.

Ma non solo, il sangue è anche l’ambiente in cui può vivere in condizioni ottimali il batterio della Yersinia pestis. Le pulci non hanno una temperatura di 37°C ma inferiore, di 25°C e questa è la temperatura ottimale per il batterio. Lo Y. pestis vive a temperature tra i -2°C ed i 28°C con un pH da debolmente acido a mediamente basico, ma il pH ottimale è 7.4, il pH del sangue. Le pulci inoltre non si ammalano, come già detto, ma fanno da serbatoio, il sangue serve al batterio per vivere e se ne deduce che una pulce malata che punge un animale o un uomo irrimediabilmente consente per mezzo della sua puntura la trasmissione del batterio che nell’uomo provoca la malattia chiamata peste.

La peste nel Medioevo veniva contratta quindi attraverso due importanti vie: dagli animali in genere, in particolare dai ratti e dagli animali morsi o venuti in contatto con gli stessi o da uomo a uomo per via aerea. Alcuni studi americani hanno rivelato che il cane è particolarmente resistente alle forme di peste, ne esiste anche una terza oltre alla bubbonica ed alla polmonare prevede una gastroenterite con febbre e vomito; il gatto invece non è resistente e la metà dei gatti che contraggono la malattia muoiono dopo lo sviluppo della stessa. E anche qui scopriamo qualcosa di interessante perché nel Medioevo i gatti erano tenuti proprio per dare la caccia ai topi, ma se poi i topi erano malati si creava un’altra nuova catena di contagio che portava sempre all’uomo.

In un certo senso possiamo dire che la peste veniva tramessa oltre che da uomo a uomo anche per mezzo della catena alimentare. In una città medievale il contatto uomo-uomo non era difficile e un’epidemia si diffondeva in fretta, ma c’erano alcune situazioni particolari che favorivano il contagio e le vedremo nel seguente paragrafo.

Dalla morte alla causa. Le scienze forensi per scoprire come il cadavere di un morto di peste poteva divenire una potenziale fonte di contagio.

L’incubazione della malattia dura da 2 a 12 giorni e si manifesta con febbre alta, cefalea, grave debolezza, nausea, fotosensibilità, dolore alle estremità, vomito e delirio. Si formano pustole nelle zone punte dalla pulce infetta; i linfonodi delle zone colpite (generalmente la zona inguinale e quella ascellare) si infiammano, gonfiandosi fino a formare uno o più bubboni. Possibile è la formazione di petecchie. Nei casi gravi, l'infezione si propaga nell'organismo provocando insufficienza cardiocircolatoria, complicazioni renali o emorragie interne, sintomi che possono facilmente portare alla morte. Altrimenti, nei casi meno gravi, la febbre cessa dopo circa due settimane, i bubboni gettano fuori del pus sgonfiandosi e lasciando una cicatrice. Le malattie spesso, nel caso del Medioevo, era possibile contrarle anche dai cadaveri, anche perché il caso accidentale di un uomo che contraeva la malattia e moriva in casa, da solo e il cadavere veniva scoperto dopo giorni dalla “presunta scomparsa” dell’uomo stesso, diveniva una potenziale fonte di contagio per la peste. Il corpo umano a seguito della morte prevede alcuni particolari che per le scienze forensi servono per determinare da quanto tempo è morto un individuo. Ovviamente l’ora e la data della morte possono solo essere presunte. Ci sono numerose osservazioni individuali che, se utilizzate insieme, possono fornire la migliore stima del tempo di morte. Tanto maggiore è il tempo però e tanto maggiore è la possibilità di errore nel determinare la morte. L’esaminatore deve guardare il rigor mortis, livor mortis, temperatura corporea e modifiche dovute alla decomposizione.

 

Una approfondita indagine della scena è necessaria. L'ambiente è il singolo fattore più importante nel determinare l’intervallo decorso dalla morte al momento della scoperta. Nel Medioevo non stavano ad indagare, non c’era tempo se c’era il sospetto di peste, perché i segni della malattia erano noti. Una delle prime cose che venivano fatte era la distruzione dell’ambiente per impedire il contagio. Come detto prima l’ambiente è un fattore importante per determinare il tempo decorso dalla morte alla scoperta del cadavere. Il rigor mortis prevede rigidità muscolare già dopo 3 ore dalla morte e una temperatura corporea di 21°C. La mandibola è la prima parte che diviene rigida, seguono le braccia e le ginocchia e anche i giunti divengono rigidi. La rigidità persiste fino a 36 ore dopodiché i muscoli stessi allentano nello stesso ordine con cui si sono irrigiditi. Il rigor mortis è rallentato da temperature fredde e accelerato da temperature calde, così come la posizione di un corpo in pieno rigore può indicare se il cadavere è stato spostato dopo la morte.

Il livor mortis è invece la colorazione rosso-violaceo del corpo dopo la morte per la decomposizione del sangue. Il sangue si deposita nei vasi sanguigni con gravità dipendente dalle zone del corpo. Alcune zone non si scoloriscono perché le ossa sotto la pelle provocano una compressione della stessa contro la propria superficie dura ed impediscono al sangue di defluire nei capillari.

Il Livor mortis è evidente circa un'ora dopo la morte e diventa "fisso" in circa 8 ore.
Quando il livor è fisso, il colore non sbianca sotto pressione e rimane in quelle zone, anche se il corpo viene riposizionato. In un corpo eretto la forza di gravità tende a far defluire il sangue verso gli arti, al contrario in un corpo a testa in giù la gravità flusso di sangue rivolto al capo, in posizione supina queste due forze praticamente si annullano e quindi il livor mortis non cambierebbe, qualunque sia la posizione del cadavere. Dal momento che la peste provoca debolezza e dolore alle estremità superiori ed inferiori, un individuo tende a stare a letto ed assumere quindi una posizione supina poiché il movimento provoca un dolore maggiore. Il dolore provoca una contrazione muscolare per cui l’individuo tende a piegarsi su sè stesso in posizioni diverse. Un corpo che venisse trovato in un luogo abbandonato qualunque sia posizione mostrerebbe il livor mortis per quanto riguarda le prime 8 ore dalla morte, successivamente a causa della decomposizione del cadavere questo finirebbe per scomparire sempre maggiormente.

Il freddo, la refrigerazione e la presenza nell’ambiente di CO porta un livor di colore rosso luminoso. Se si trovasse oggi un cadavere di un appestato del medioevo tra i ghiacci come è successo per i corpi di alcuni uomini della preistoria sarebbe possibile risalire alla causa della morte attraverso il sangue, la peste, e il batterio potrebbe essere ancora attivo. Lo Y. pestis infatti vive per pochi giorni nei cadaveri putrefatti ma si conserva e si moltiplica nei cadaveri congelati. Non sarebbe un errore definire la peste anche come una morte “fredda” oltre che nera. Il freddo inoltre inibisce i processi biologici della putrefazione e quindi un cadavere malato di peste di un uomo che è vissuto in piccole comunità montane nel Medioevo e che avesse contratto la peste, probabilmente lo ritroveremmo esattamente nelle stesse condizioni post-mortem in cui l’avrebbero trovato quando era morto da poco tempo. Le possibilità però di contrarre questa malattia da cadavere dopo molti secoli resta pressoché remota quanto invece la trasmissione da cadavere sarebbe stato invece possibile all’epoca, nel Medioevo, quando il corpo veniva scoperto dopo pochi giorni dal decesso, se si fosse trattato di un caso singolo.

Nel Medioevo non esistevano gli apparati che consentono grazie alla scienza ed alla medicina di risalire alla causa di una morte. Il ritrovamento di un cadavere dopo alcuni giorni non avrebbe consentito salvo condizioni particolari di risalire alla causa. Queste condizioni erano soprattutto fisiche e visibili nel caso della peste bubbonica per la presenza di bubboni. I bubboni si possono formare a livello di qualunque stazione linfonodale anche se prevalentemente vengono colpite le stazioni inguinale, ascellare, sotto clavicolare, retro auricolare, poplitea e faringea. Possono essere altresì colpiti anche i linfonodi profondi sia toracici che addominali. Talora si possono verificare emorragie sottocutanee causate dall’ostruzione dei capillari dilatati dall’ammasso di bacilli; si verifica allora la formazione di macchie sottocutanee scure che, nel Medio Evo, fecero definire la peste “morte nera”. Nel 70% dei casi la malattia ha un decorso molto più violento. Nelle prime 36 ore, dal momento della sua inoculazione, il bacillo si moltiplica nei vasi linfatici e raggiunge i linfonodi regionali. Dai bubboni, i batteri diffondono in circolo verso la milza, il fegato e talvolta i polmoni, ove si moltiplicano attivamente portando a morte, nei casi più gravi, entro 10 giorni dall’infezione. In tali casi, si instaura la peste setticemica secondaria o batteriemia che causa danni cardiaci, polmonari e renali, lesioni emboliche sottocutanee, emorragie spontanee delle mucose, ematuria, cancrena alle estremità, turbe psichiche e morte nel 100% dei casi.

Non va confusa come la forma che precede la setticemia primaria da peste malgrado la sintomatologia sia comune, riguarda il circolo ematico e che ha comunque anch’essa un’altissima mortalità. Nel caso della peste bubbonica e nel caso di peste setticemica secondaria il livor mortis sarebbe stato lo stesso, che come detto scompare a seguito della putrefazione, sarebbero rimaste però evidenti le macchie provocate dalle emorragie.

La forma di peste polmonare è la forma più grave della malattia che, in assenza di cure, ha esito infausto, in meno di 3 giorni nel 100% dei casi. Il periodo di incubazione è brevissimo da alcune ore a 1-2 giorni (Carniel, 2002) e la malattia si manifesta, in genere, con la comparsa subitanea di brividi, febbre, cefalea, mialgia, debolezza e difficoltà respiratoria. In seguito la malattia evolve e compaiono tosse, produzione di escreato, dispnea, ipossia ed emotipsia. La malattia si diffonde, tramite goccioline di escreato, a seguito del contatto ravvicinato (da 60 cm a 1,5 m) con un individuo infetto e può rappresentare l’inizio di un’epidemia di peste polmonare. La peste polmonare deve essere considerata come altamente contagiosa ogni volta che si manifesta anche se la trasmissione da persona a persona è più probabile in un ambiente freddo e umido e soprattutto sovraffollato, come potevano essere le città del Medioevo.

Nel Medioevo il ritrovamento di un cadavere portante i segni della peste era presto fonte di allarme sociale e fobia sociale. Era la presenza di bubboni a discriminare la malattia in un cadavere di pochi giorni, il che indica che le conoscenze medievali erano piuttosto rudimentali in campo medico e si basavano su segni ben precisi e solo da quelli, così la peste era discriminata dalla presenza di bubboni e dalla cancrena degli arti, tipica di questa malattia. Se il corpo però fosse stato rinvenuto molto tempo dopo dalla morte, quando la putrefazione era già in stato avanzato probabilmente la diagnosi non sarebbe stata possibile, questo anche per la mancanza delle scienze forensi all’epoca.

La decomposizione consiste fondamentalmente di due processi: autolisi e la putrefazione. L’autolisi è la distruzione di cellule e organi, attraverso un processo chimico asettico causato da enzimi intracellulari. Poiché si tratta di un processo chimico, è accelerata dal calore e rallentato dal freddo; si ferma con il congelamento o l'inattivazione degli enzimi dal calore. Organi ricchi di enzimi sono quindi sottoposti ad autolisi più velocemente rispetto ad organi con minore quantità di enzima. Così, il subisce l’autolisi prima del cuore. La seconda forma di decomposizione, che per la maggior parte delle persone è sinonimo con decomposizione, è putrefazione. Ciò è dovuto a batteri e alla fermentazione. Dopo la morte, la flora batterica del tratto gastrointestinale diffonde in tutto il corpo portando alla putrefazione. Quando si parla di decomposizione, di solito significa putrefazione. L’insorgenza di putrefazione dipende da due fattori principali: l'ambiente e il corpo.

La maggior parte delle autorità vuole dare la seguente sequenza di eventi in decomposizione degli organismi. In primo luogo vi è un verdolino scolorimento della parte inferiore del quadrante addominale, visibile più a destra che non a sinistra, nelle prime 24-36 ore. Questo è seguito dalla colorazione verdastra della testa, del collo e delle spalle; è presente gonfiore a causa della formazione di gas batterica e nel corpo si forma una sorta di "marmorizzazione" cui segue una colorazione dal capo al resto del corpo che diventa sempre più nera. C’è inoltre la decomposizione dei liquidi. Non solo, il caldo e il freddo possono il primo accelerare e il secondo rallentare il processo della decomposizione. I capelli si staccano e la pelle diventa flaccida come se fosse un vestito, gli organi perdono progressivamente peso. Nel Medioevo non esisteva la pratica della mummificazione e quindi è raro oggi ritrovare corpi imbalsamati di personaggi, anche ricchi ed importanti del Medioevo. La mummificazione è una via alternativa alla putrefazione che invece non consente il deterioramento dei tessuti come farebbe la seconda, anche se gli organi interni continuano a deteriorare. Inoltre la mummificazione richiede determinate condizioni ambientali e di temperatura per poter essere migliore. Nel medioevo i morti da quanto ci è pervenuto non ricevevano il processo di imbalsamazione come avveniva invece nella cultura egizia e specie nel caso di malattie epidemiche come la peste il corpo era spesso avvolto in teli e sepolto, in rari casi bruciato. Il batterio della peste però vive anche nel terreno, anche se questa conoscenza non c’era nel Medioevo, il che spiegherebbe come nei casi di epidemie si arrivasse a scavare fosse comuni, enormi e profonde dove i corpi avvolti dai teli venivano poi gettati e coperti e queste fosse comuni erano di solito fatte lontano dalle città per impedire alla malattia di diffondersi ulteriormente a partire da quei corpi. In questo senso la gente usava le fosse comuni lontane dalle città per impedire il diffondersi della malattia, senza sapere però che ciò poteva essere dovuto al battere, il che indica la profonda mancanza di conoscenze in campo medico e non solo, in epoca medievale. Il trasferimento di questi corpi che avveniva su carri di modeste dimensioni era effettuato da persone che avevano già contratto la peste e che avevano avuto la fortuna di superare la malattia.

Lo stato di decomposizione può essere avanzato già dopo 2-3 settimane dalla morte, un corpo malato di peste poteva avere anche un tempo minore di decomposizione. Se oggi fosse possibile tornare indietro nel tempo e analizzare il corpo di un malato di peste in avanzato stato di decomposizione potrebbe essere possibile ancora determinare il sesso della persona dal momento che la prostata e l’utero sono due degli ultimi organi a decomporsi. Se fosse possibile avere un elenco coi nomi di tutte le vittime della peste del XIV secolo sarebbe curioso fare una statistica di quanti maschi e quante donne sono morti. La decomposizione inoltre, specie in alcuni momenti, diviene oggetto d’attrazione per alcuni organismi quali gli insetti. Grazie alla presenza di questi insetti è possibile determinare approssimativamente il momento della morte perché se sono presenti anche delle larve significa che questi insetti si sono riprodotti nutrendosi a spese del corpo e quindi la morte è avvenuta da molto tempo ma non solo, l’intervallo dalla morte al ritrovamento è determinato anche dal tipo di insetto e dalla conoscenza del suo stadio di sviluppo, non solo dalla presenza delle larve. Infine sempre la presenza di questi insetti rivela se il corpo è stato spostato o no. Nel Medioevo il corpo dei malati di peste veniva spostato obbligatoriamente e poi trascinato fino al luogo della sepoltura, la fossa comune. Oggi le scienze forensi ci aiuterebbero a capire non tanto la ragione – ovvia – dello spostamento di un corpo di un malato di peste, ma lo spostamento dei corpi potrebbe essere indicativo per delineare un’area potenzialmente pericolosa per l’espandersi di una malattia. Il problema del sistema urbano medievale era proprio l’altissima concentrazione urbana di una città che portava un’epidemia all’interno della stessa; ma anche lo spostamento di corpi in fosse comuni al di fuori delle città era altrettanto potenzialmente pericoloso e questo perché proprio nel basso medioevo le città erano vicinissime tra loro.

Osservando le due cartine si può notare come la città di Londra fosse circondata da tantissime altre città, molto vicine tra loro e così si può vedere la singola condizione urbana di Londra nel XIV secolo, le voci in basso indicano i singoli quartieri e se la ingrandissimo noteremmo case attaccate le une alle altre. Lo spostamento di corpi fuori dalla città avrebbe determinato l’espandersi della malattia. Sempre nell’ipotesi di un “viaggio nel passato” nella Londra del XIV secolo, se avessimo scoperto il caso di un morto di peste fuori da una città e successivamente avessimo scoperto altri casi in una città vicina avremmo potuto ricostruire il percorso del contagio. Il problema non era però solo dei corpi, ma anche degli animali portatori di questa malattia. Anche gli animali come i roditori e i gatti muoiono di questa malattia e quindi, rifacendoci a quanto detto sopra, in riferimento agli insetti che si nutrono di un corpo durante la putrefazione, al tipo di insetti che consentono di identificare se c’è stato uno spostamento o no di un corpo, anche grazie agli insetti avremmo potuto ricostruire il percorso, perché non furono solo i morti a provocare altri morti, ma anche gli animali che si muovevano di città in città seminando morte e pestilenza. Se trovassimo un topo morto di peste in una città e conosciamo la presenza di casi di peste nelle zone circostanti al ritrovamento è facilmente deducibile che quel topo non è il solo probabilmente a fungere da vettore e siamo in grado di determinare l’area del contagio o in cui si sta sviluppando un’epidemia di peste.

La diffusione della peste attraverso l’Europa e le conseguenze

Fino ad ora abbiamo visto come avveniva il contagio e con quali modalità da vivente e anche da cadavere, come se si potesse tornare indietro sarebbe possibile ricostruire il quadro di una epidemia o pandemia come fu quella della peste, partendo anche dai ritrovamenti di cadaveri di malati di peste. Ora andremo a vedere come lo spostamento dei serbatoi abbia determinato la pandemia.

L'epidemia arriva in Europa dall'Est, attraverso le rotte commerciali, nascendo probabilmente nel Deserto del Gobi negli anni venti del XIV sec, colpendo gravemente la Cina, infuriando nelle pianure del Volga e del Don. Nel 1338 le comunità nestoriane di Issyk Kul vengono decimate dal morbo. Nel 1347, durante l'assedio di Caffa (l'odierna Feodosia), importante colonia e scalo commerciale genovese in Crimea, il khan tartaro Ganī Bek, come ha scritto Michel Balard, fa lanciare dei cadaveri infetti all'interno delle mura cittadine, come antesignano della guerra batteriologica. Le galere genovesi trasportano così la peste prima a Pera, nel porto di Costantinopoli, poi a Messina. Genova rifiuta di accogliere le proprie navi infette, così che queste devono ripiegare sul porto di Marsiglia, ma ormai il contagio è sparso per tutti i porti del Mar Mediterraneo.

Le cause della tremenda diffusione della peste in Europa vanno però anche ricercate in una serie di avvenimenti precedenti al 1347. L'Europa del XIII secolo era stata caratterizzata da un notevole incremento demografico. Una mutazione climatica nel XIV secolo comportò un abbassamento della temperatura sia in occidente sia in Oriente, il che determinò l’abbandono di alcune colture con conseguente crisi economica e carestie, da cui derivarono malnutrizione e in condizioni di igiene molto scarsa, come abbiamo detto, si crearono le condizioni per il contagio e la diffusione della peste.

Agli inizi del 1348 la peste raggiunge l'entroterra. Il 20 agosto raggiunge Parigi, il 29 settembre Londra. Dopo una pausa durante l'inverno, il 1349 vede la peste imperversare in tutta Europa. Fu questo l'anno di maggior contagio, tanto che in Scandinavia questo periodo (1348 - 1350) viene ricordato come "la peste nera". Nel 1350 muore di peste Alfonso XI il Giustiziere di Castiglia e nello stesso anno la peste raggiunge la Groenlandia dando la spallata definitiva agli insediamenti del territorio ed inducendo i coloni ad abbandonarli. Nel 1351 la peste raggiunge la Moscovia uccidendone il Granduca ed il patriarca della Chiesa ortodossa. Fra alti e bassi, la peste si presenta ogni 10-12 anni, mietendo innumerevoli vittime e slabbrando il tessuto sociale. Come Giovanni Boccaccio scrive nel suo Decameron:

 

“la peste rende nulle le leggi umane, come rende vano ogni ordine sociale e civile”.

Anche una volta cessata l'epidemia, le istituzioni civili rimasero profondamente colpite, e le usanze dei sopravvissuti alle epidemie si fecero meno rigide. Un cronista dell'epoca, Matteo Villani, nella sua Nova Cronica riporta che

 

« trovandosi pochi, e abbondanti per l'eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come se state non fossero, si diedero alla più sconcia e disonesta vita che prima non avieno usata ».


La peste, paradossalmente, creò una forte ricchezza nella gente sopravvissuta: sia perché la crisi del mercato del lavoro aveva fatto aumentare enormemente i salari sia per la questione dei testamenti: in quanto pochi morivano lasciando delle volontà testamentarie, anche perché difficilmente i notai si recavano in casa dei moribondi. Dopo la peste, i tribunali vennero intasati da centinaia di cause legate a dispute ereditarie.
La morte di massa colpì fortemente le corporazioni inducendo a modificare i propri regolamenti (ad esempio permettendo l'arruolamento extra familiare). La peste portò anche all'abbandono dei territori anticamente coltivati a cereali con metodo intensivo lasciando spazio a nuove attività produttive come l'allevamento, la pastorizia e lo sfruttamento boschivo causando quindi una notevole discesa nei prezzi su prodotti quali la carne, il cuoio ed il legname.

Si calcola che circa la metà della popolazione europea nel XIV sec. fu decimata dalla peste (morirono circa 30 milioni di persone) e che questa colpì poco dopo l’inizio della Guerra dei Cent’anni e solitamente questi due eventi non vengono mai discussi insieme, va tenuto conto che all’epoca il bacino mediterraneo e i mari che bagnavano le isole britanniche erano percorsi continuamente da flotte per gli scambi commerciali e questo come scritto all’inizio del paragrafo potrebbe aver enormemente influenzato la diffusione della malattia a livello mondiale.

 

clip_image010

La diffusione della peste. Fonte Wikipedia.

I medici davanti al flagello della peste nel XIV secolo

Si sa che le conoscenze in campo medico in epoca medievale erano piuttosto scarse e quindi figurarsi le terapie messe in atto.

I medici dell'epoca rimasero disorientati di fronte a questo fenomeno, per loro incomprensibile. Allora la formazione del medico prevedeva una solida preparazione astrologica, che impegnava la maggior parte del loro studio. Le teorie mediche risalivano all'antichità, a Ippocrate e Galeno, secondo i quali le malattie nascevano da una cattiva miscela (discrasia) dei quattro umori del corpo: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. L'idea stessa del contagio era sconosciuta alla medicina galenica, e del tutto impensabile la trasmissione di malattie da animale a uomo. Si pensava piuttosto che dei "soffi pestiferi" avessero trasportato la malattia dall'Asia all'Europa, oppure che la malattia fosse causata da miasmi provenienti dall'interno della terra.

I consigli o regimi contro la peste, opere mediche che mostravano come difendersi dal contagio, divennero quasi un genere letterario. Si consigliava di tener aperte solo le finestre rivolte a nord, perché i venti da sud - caldi e umidi - erano considerati dannosi. Il sonno durante il giorno era bandito, così come il lavoro pesante. Secondo molti la peste colpiva di preferenza le donne giovani e belle. E, in effetti, la peste contagiava con maggior facilità più le donne degli uomini, e più i giovani che gli anziani.

Il medico Gentile da Foligno elaborò la teoria del soffio pestifero: una congiunzione sfavorevole dei pianeti avrebbe risucchiato l'aria dalla terra, aria che sarebbe ritornata sulla terra in forma di "soffio pestifero". La facoltà di medicina dell'Università di Parigi, incaricata da Filippo IV di Francia di redigere una relazione sulle cause dell'epidemia, fece propria questa tesi, e così questa spiegazione assunse grande autorevolezza e venne tradotta in numerose lingue europee.

Molti medici, di fronte alla peste, fuggivano. Se fuggivano erano considerati dei vigliacchi. Se restavano, erano considerati interessati solamente al denaro. Riferisce il cronista Marchionne di Coppo Stefani:

 

"Medici non se ne trovavano, perocché morivano come gli altri; e quelli che si trovavano, volevano smisurato prezzo innanzi che intrassero nella casa."

 

In caso di peste, l'unico dovere del medico era di invitare l'ammalato a confessarsi. Il rimedio cui i medici più frequentemente ricorrevano erano fumigazioni con erbe aromatiche. Papa Clemente VI, per tutta la durata dell'epidemia ad Avignone, rimase rinchiuso nei suoi appartamenti, dove erano accesi grandi falò. È probabile che in questo modo riuscì realmente a sfuggire al contagio: il calore allontana le pulci. A lungo termine la peste fece sì che la medicina si emancipasse dalla tradizione galenica. Papa Clemente consentì che si sezionassero cadaveri, pur di scoprire le cause dalla malattia. La ricerca diretta sul corpo umano per mezzo di studi anatomici ebbe un maggior impulso dopo la peste, un primo passo in direzione della medicina moderna e della scienza empirica. Ma dovevano trascorrere quasi 200 anni prima che Girolamo Fracastoro (1483-1533) si confrontasse in maniera più sistematica con l'idea di contagio.

La responsabilità per tante morti, quando venne il momento di dare colpe e fare capri espiatori: il caso degli ebrei

L'autorità della Chiesa e dello Stato crollò molto rapidamente, anche per l'inefficacia delle misure messe in campo contro il contagio. Boccaccio, nel Decamerone, annota:

 

E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d'adoperare [1].

 

A soffrire maggiormente di questa perdita di autorità fu chi si trovava a margini della società medievale. Soprattutto in Germania l'epidemia fu accompagnata da una gravissima persecuzione degli ebrei, probabilmente la più grave fino alla Shoa.

I pogrom ebbero inizio quanto la popolazione esasperata individuò negli ebrei i colpevoli della catastrofe. Le autorità tentarono di arginare le violenze. Già nel 1348 papa Clemente VI definiva le accuse che gli ebrei diffondessero la peste avvelenando i pozzi "inconcepibile", perché l'epidemia infuriava anche dove non c'erano ebrei, e laddove vi erano ebrei, anch'essi finivano vittime del contagio.

Il papa invitava il clero a porre gli ebrei sotto la sua protezione. Clemente VI vietò di uccidere ebrei senza processo e di saccheggiare le loro case. Le bolle papali ebbero effetto solo ad Avignone, mentre altrove contribuirono ben poco alla salvezza degli ebrei. Lo stesso vale per la regina Giovanna I di Napoli che, nel maggio 1348, aveva diminuito i tributi dovutile dagli ebrei che vivevano nei suoi possedimenti provenzali, per compensare le perdite dovute ai saccheggi subiti. Nel giugno dello stesso anno i funzionari reali vennero cacciati dalle città della Provenza, fatto che illustra la debolezza della tutela degli ebrei causata dalla perdita di autorità dei monarchi. L'accusa che gli ebrei avvelenassero fonti e pozzi cominciò a circolare agli inizi del 1348: in Savoia alcuni ebrei, inquisiti, sotto tortura avevano ovviamente ammesso questo reato. La loro confessione si diffuse rapidamente in tutta Europa, e scatenò un'ondata di violenze, soprattutto in Alsazia, in Svizzera e in Germania. Il 9 gennaio 1349, a Basilea, venne uccisa una parte degli ebrei che vi abitavano. Il consiglio cittadino della città aveva allontanato i più agitati tra quelli che istigavano alla violenza, ma la popolazione si rivoltò, costringendo gli amministratori a togliere il bando e a cacciare gli ebrei. Una parte di loro venne rinchiusa in un edificio su di un'isola sul Reno, cui poi venne dato fuoco. Anche a Strasburgo il governo cittadino aveva tentato di proteggere gli ebrei, ma venne esautorato dalle corporazioni. Il nuovo governo si mostrò tollerante verso l'annunciato massacro, che ebbe luogo nel febbraio 1349, quando la peste ancora non aveva raggiunto la città. Vennero uccisi 900 ebrei, sui 1884 residenti a Strasburgo.
Si discute sul ruolo dei flagellanti nei pogrom. Si riteneva che, ancora prima dell'arrivo della peste, essi avessero istigato la popolazione contro gli ebrei in città come Friburgo, Colonia, Augusta, Norimberga, Königsberg e Regensburg/Ratisbona. La ricerca più recente è però del parere che i flagellanti siano stati una "comoda giustificazione" (Haverkamp). Nel marzo 1349, 400 ebrei di Worms preferirono appiccare il fuoco alle loro case e morirvi che finire nelle mani della folla in rivolta. Lo stesso fecero in luglio agli ebrei di Francoforte. A Magonza gli ebrei si difesero, e uccisero 200 dei cittadini che li stavano attaccando. Ma alla fine anche a Magonza, che all'epoca era la più grande comunità ebraica d'Europa, gli ebrei si suicidarono incendiando le proprie case. I pogrom proseguirono sino alla fine del 1349. Gli ultimi ebbero luogo ad Anversa e Bruxelles. Quando la peste cessò, ben pochi ebrei erano rimasti in vita tra Germania e Paesi Bassi.

 

clip_image012

Figura 5 – La peste

clip_image014

Figura 6 – la maschera dei medici durante la peste

I veri “colpevoli” di quella pandemia: topi e pulci

Dare la colpa ad una popolazione come gli ebrei per la pandemia della peste nel 1348 è un pretesto inutile e vigliacco che ci ricorda dolorosamente i pretesti che portarono i cavalieri della I crociata a perseguitare questo popolo per i debiti così come ci ricorda poco meno di mille anni dopo i pretesti che Hitler trovò per sterminare un popolo e l’accanimento storico contro questo popolo ci fa vergognare della cattiveria umana nei confronti degli altri. Il cercare un colpevole a tutti i costi fa pensare alla mancanza di razionalità della popolazione, tanto quella medievale quanto quella moderna. Nel Medioevo potremmo dire che non c’era la scienza e la ricerca medica per ricostruire il processo di diffusione e contagio di una malattia come la peste, ma la malattia non era nuova al mondo, era conosciuta dal passato e come abbiamo detto si sapeva qualcosa ma quelle piccole conoscenze elementari non erano unite da un nesso logico e mancavano della chiave di interpretazione: il batterio della peste. Non c’era la microbiologia e quindi per loro esisteva la malattia e basta, di diffondeva e uccideva. Ma da qui a dire che delle persone, nel caso del Medioevo gli ebrei, tingessero i pozzi col morbo è un grosso sforzo di fantasia collettiva, uno sforzo non troppo lontano da quello che dovette fare la popolazione nel Rinascimento pur di mandare la gente al rogo.

Abbiamo detto prima sul batterio di come viene a contatto con le pulci e perché e su come queste lo trasmettano agli animali o agli uomini e da come da qui la malattia diffonda; abbiamo sfruttato le conoscenze di patologia forense per dare una spiegazione scientifica a come sarebbe possibile con le conoscenze moderne risolvere il caso di un ritrovamento di un corpo di malato di peste e da qui come si potrebbe ricostruire a ritroso il percorso del contagio, anche per avere la minima possibilità di fermarlo prima dello scoppio di una pandemia e da tutte questo notizie credo proprio che nel Medioevo NON ci fosse la ferma convinzione che gli ebrei fossero i colpevoli della diffusione del morbo, piuttosto per ragioni non del tutto chiare, furono dei colpevoli di comodo, dei capri espiatori in tutti i sensi perché invece i “veri colpevoli” furono pulci e ratti, animali e se la gente vuole invece nomi e cognomi, sono spiacente per loro, non ce ne sono.

Non potremmo nemmeno dare la colpa ai marinai dal momento che non era una sola nave a muoversi nel mediterraneo, ma più di una nave e che anche via terra i mercanti erano numerosissimi. La peste diffuse prima negli scali commerciali e poi nel resto d’Europa il che ci fa porre una domanda: perché ebbe inizio proprio dagli scali commerciali? Ad essere commerciati erano tessuti preziosi, spezie e gioielli e le condizioni igieniche, specie quelle dei porti, dei magazzini medievali e anche le condizioni di viaggio erano disastrose, igiene era completamente assente e i rifiuti organici navigavano insieme alle navi su tutto il Mediterraneo, le pulci potevano benissimo trovarsi anche tra le stoffe all’interno di una nave e venire in contatto con gli esseri umani durante gli spostamenti delle merci, ma le pulci non erano le sole ospiti clandestine di quelle navi, c’erano anche i topi soprattutto per le riserve di cibo messe da parte dai marinai e poi c’erano spezie. Il topo è fondamentalmente onnivoro e mangia di tutto. Se le pulci mordono i topi e i topi si ammalano, il contatto uomo-topo non era difficile considerando anche le navi medievali per quanto grandi fossero non eguagliavano certo le caravelle di Colombo quasi cento anni dopo, erano infatti molto più piccole e strette. Consideriamo anche che le navi non avevano al loro interno l’organizzazione che hanno le moderne navi dove uomini e merci stanno in compartimenti separati, ma nel Medioevo uomini e merci e piccoli ospiti clandestini dovevano condividere lo stesso spazio e lo stesso cibo il che non creava le condizioni solo per la diffusione della peste ma anche di altre malattie. Un colpevole quindi in un certo senso non c’è e proprio perché anche nel Medioevo non si aveva la più piccola chiarezza in merito che si fece degli ebrei un capro espiatorio. Altri erano invece fermi sull’idea che quella pandemia che uccise milioni di persone fosse invece un castigo divino, una punizione per i peccati dell’umanità. Era appena scoppiata la guerra dei Cento anni, tutta l’Europa soggiaceva in un caos da cui non sembrava poter uscire per l’economia (non dimentichiamo che in Francia poco prima della guerra dei Cent’anni Re Filippo IV il Bello (1314) aveva abbassato enormemente il costo del denaro, svalutando la moneta a tal punto che questa non valeva più niente e così aveva trovato nei templari l’ancora di salvezza, per averne i beni conscio di non poter saldare un debito con loro, fece distruggere l’0rdine), era un periodo in cui ci furono, come detto, dei mutamenti climatici che portarono alla scarsa produttività agricola e la popolazione di quei tempi viveva dei prodotti della terra, quindi seguirono carestie e fame nel mondo, la malnutrizione indebolisce profondamente il sistema immunitario e quindi la gente era più soggetta anche alle più banali malattie come quelle da raffreddamento e se consideriamo che all’epoca era assente il concetto di smaltimento dei rifiuti, non è difficile immaginare come fosse facile prendere delle malattie intestinali, anche bevendo acqua a valle contaminata da rifiuti organici a monte e ancora date quelle condizioni non è difficile nemmeno comprendere come la peste abbia trovato terreno fertile per impiantarsi e diffondersi e uccidere.

Fonti bibliografiche

  • Alfred Haverkamp, "Die Judenverfolgungen zur Zeit des Schwarzen Todes im Gesellschaftsgefüge deutscher Städte", in: Alfred Haverkamp (ed.): Zur Geschichte der Juden im Deutschland des späten Mittelalters und der frühen Neuzeit, Stoccarda, 1981
  • Barbara Tuchman, Uno specchio lontano,
  • Claudia Eberhard Metzger, Renate Ries, Verkannt und heimtückisch – Die ungebrochene Macht der Seuchen, Basilea, 1996
  • David Herlihy, Der Schwarze Tod und die Verwandlung Europas, Berlino, 1997
  • Egon Friedell, Kulturgeschichte der Neuzeit. Die Krisis der Europäischen Seele von der Schwarzen Pest bis zum Ersten Weltkrieg, Monaco di Baviera, 1996 (prima edizione 1927–31)
  • Franz-Reiner Erkens, "Buße in Zeiten des Schwarzen Todes: Die Züge der Geissler", in: Zeitschrift für historische Forschung, vol. 26, Berlino, 1999, pp. 483–513
  • Jacques Ruffié, Jean-Charles Sournia, Die Seuchen in der Geschichte der Menschheit, Stoccarda, 1987
  • Kay Peter Jankrift, "Krankheit und Heilkunde im Mittelalter", in Wissenschaftliche Buchgesellschaft
  • Klaus Bergdolt, La peste nera in Europa, Casale Monferrato, 1997
  • Manfred Vasold, "Die Ausbreitung des Schwarzen Todes in Deutschland nach 1348", in Historische Zeitschrift, vol. 277, 2003, pp. 281–308
  • Manfred Vasold, Pest, Not und schwere Plagen. Seuchen und Epidemien vom Mittelalter bis heute, Monaco di Baviera, 1991
  • Norbert Ohler, Sterben und Tod im Mittelalter Patmos Paperback
  • Norman F. Cantor, In the Wake of the Plague – The Black Death and the Word it made, Londra, 1997
  • Perry & Fetherston, 1997, Carniel, 2002
  • Poland & Dennis, 1999
  • Pollitzer, 1954; Wu, 1926; Strong, 1911; Meyer, 1961; Tieh et al., 1948
  • Rober Hoeniger, Der Schwarze Tod in Deutschland. Ein Beitrag zur Geschichte des vierzehnten Jahrhunderts, Berlino, 1882
  • Sue Scott, Christopher Duncan, Return of the Black Death: The World's Greatest Serial Killer, John Wiley & Sons, Canada, 2004
  • Vincent J. DiMaio, Dominick DiMaio, Forensic Pathology - CRC series in practical aspects of criminal and forensic investigations. 2nd edition, 2001. Per le definizioni di patologia forense.
  • William F. Lyon, Yersinia pestis - Ohio State University Extension Fact Sheet, Entomology (2003). Traduzione a cura dell’amministrazione del sito
  • William H. McNeill, Seuchen machen Geschichte. Geißeln der Völker, Monaco di Baviera, 1976
  • William Naphy, Andrew Spicer, Der schwarze Tod, Magnus Verlag

Note

[1] Giovanni Boccaccio; Decamerone.